Il 5 marzo 1879, un baule fu rinvenuto nei pressi di Barnes, sulle rive del Tamigi. Conteneva frammenti umani, recisi dal corpo. Durante le perquisizioni successive, la polizia trovò frammenti combusti, arnesi e tracce all’interno dell’abitazione di Richmond in cui la Thomas era scomparsa. Al processo, i periti settori non seppero stabilire come la donna fosse morta; poterono invece descrivere che cosa fosse stato fatto del suo corpo. L’istruttoria ricondusse i giurati al numero 2 di Vine Cottages, dove Kate Webster aveva vissuto accanto a Julia Martha Thomas, e poi a un baule trasportato nel cuore della notte sul ponte di Richmond.
La Thomas viveva a Richmond e affittava camere nella propria abitazione. La Webster era entrata al suo servizio alla fine di gennaio o ai primi di febbraio del 1879. Quando riapparve all’inizio di marzo, si presentò ai vicini come «Mrs Thomas», una vedova che aveva appena ereditato una dimora confortevole a Richmond. Suo padre, diceva, la richiamava in Irlanda; occorreva vendere i mobili prima di partire. Chiese a Henry Porter, un vecchio vicino, di trovarle un mediatore. Nella locanda, gli mostrò cinque piccoli anelli e alcune fotografie che presentò come quelle del padre e della sorella defunta, oggetti che asseriva provenire dalla propria famiglia. La storia aveva i suoi arredi, la sua partenza e le sue carte di famiglia; aveva anche un bambino di sei anni che la Webster affidò ben presto alla moglie di Porter.
Gli ultimi testimoni che avevano visto la Thomas in vita ne collocavano l’avvistamento tra la fine di febbraio e i primi di marzo. Una giovane vicina, Julia Nicholls, la incontrò la domenica sera all’ingresso del luogo di culto. La Thomas appariva agitata e lasciò la funzione prima del termine. Elizabeth Ives, sua vicina a Richmond, la vide intenta a curare il giardino sabato 1° marzo. Dopodiché, a chi bussava alla porta furono fornite risposte tra loro contraddittorie. La Webster sosteneva che la padrona fosse uscita; poco dopo annunciò di aver venduto la casa e i mobili. Mary Roberts, venuta a discutere della riparazione del tetto, si sentì rispondere che l’infiltrazione era cessata; la Webster aggiunse che si stava pulendo in vista di ospiti attesi per quella sera. I vicini udirono rumori di trasloco, videro partire masserizie e notarono che il cartello «camere ammobiliate» era scomparso.
Il reperto più grave dell’indagine fu un baule stretto da una corda. Nella sua testimonianza, Robert Porter raccontò che la Webster lo aveva raggiunto insieme al padre, per poi condurlo a Richmond. A casa di lei, la donna gli chiese di aiutarla a trasportare una cassa fino al ponte. Asseriva di dovervi incontrare un amico. Il baule era già pronto, chiuso e cinto due volte da una fune. Porter ne afferrò un lato, la Webster l’altro. Giunti all’ultima rientranza del ponte, lei gli disse di proseguire da solo: il suo amico stava per raggiungerla. Allontanandosi, il giovane udì un lieve tonfo nell’acqua. Non seppe dire se provenisse dal baule o da una chiatta sotto l’arcata. La Webster lo raggiunse poco dopo senza la cassa e gli disse di aver visto il proprio amico.
Robert non comprese allora che cosa avesse appena trasportato. Era tardi, l’ultimo treno era già partito e la Webster gli offrì di dormire da lei. Il ragazzo raccontò di aver trascorso la notte in una stanza sopra la porta laterale; la mattina seguente ripartì per Hammersmith con una borsa di provviste. Alla madre non parlò del baule se non dopo aver letto su un giornale che una cassa contenente resti umani era stata trovata sul fiume. Le disse allora che la cassa descritta somigliava a quella che aveva portato; aveva già accennato all’episodio con John Church.
All’obitorio, James Adams descrisse una porzione di coscia ancora fresca e altri frammenti alterati dall’acqua o da sostanze chimiche. Frederick Bond, chiamato a esaminare i resti, descrisse ossa segate senza seguire le articolazioni e parti di carne bollite. Ricongiunse in particolare una gamba e una coscia le cui superfici articolari combaciavano; il capo mancava. Adams aveva inizialmente stimato che la vittima potesse avere meno di trent’anni; Bond sostenne che ne avesse più di cinquanta. Al dibattimento, Adams si allineò a una stima superiore ai cinquant’anni, pur riconoscendo che i resti non consentivano una misurazione precisa. Nessuno dei medici poté determinare se la morte fosse stata naturale o violenta.
La polizia perquisì il numero 2 di Mayfield Cottages, a Richmond, noto anche come Vine Cottages. Nelle ceneri sotto una grata, l’ispettore Pearman raccolse ossa combuste e bottoni. Trovò inoltre una mannaia nella carbonaia, un rasoio, una camicia da notte lacerata, una lanterna e, sotto l’acquaio, la maniglia di una cassa che combaciava con il baule ripescato nel fiume. Una corda del medesimo tipo si trovava nelle vicinanze. Sul legno di una camera, sulla carta da parati di una scala e sulla parete della dispensa, Pearman rilevò tracce che Bond identificò come sangue di mammifero, senza poterne stabilire l’origine. Nel calderone di rame della cucina, scoprì una materia grassa e nera e frammenti calcinati.
Nel frattempo, la Webster vendeva i mobili. Aveva condotto Henry Porter a Richmond per mostrargli la casa, gli aveva chiesto di trovare un acquirente e, insieme a John Church, aveva stimato i beni in sessantotto sterline. Church consegnò una scrittura per tale somma, ma la ricevuta prodotta al processo non recava firma. Il 18 marzo, quando Miss Ives chiese notizie della proprietaria, la Webster salì a prendere alcuni abiti e una pelliccia, quindi lasciò la casa. I traslocatori ripresero presto i mobili appena portati via. Nei giorni successivi, Church e Porter aiutarono a radunare ciò che restava; la Webster aveva già fatto recapitare biancheria e argenteria presso l’abitazione di Church.
Arrestata in Irlanda alla fine del mese, la Webster fu ricondotta in Inghilterra. A bordo della nave, domandò se vi fosse già qualcuno in custodia per l’omicidio, affermando poi che un innocente non doveva pagare per il colpevole. Nella sua prima dichiarazione, accusò Church: sostenne che l’uomo aveva strangolato la Thomas, l’aveva minacciata con un coltello e l’aveva costretta a trasportare il baule. Ammise di aver aiutato a spostare le masserizie, ma negò di aver ucciso la padrona. In seguito, aggiunse al racconto la presenza di Henry Porter nella casa e attribuì a Church e Porter conversazioni sulla vendita dei beni e sulle menzogne da propinare ai vicini.
Gli altri testimoni contestarono diverse scene riferite dalla Webster. Robert Porter confermò il trasporto della cassa e il rumore nell’acqua, ma collocava l’episodio in un giorno diverso rispetto a quanto dichiarato dalla donna. Elizabeth Ives negò che la Webster le avesse offerto la pigione o che ella avesse rifiutato il denaro. Maria Church negò di aver visto la Webster all’alba del 4 marzo e respinse la circostanza secondo cui Porter avrebbe atteso suo marito. All’udienza, le accuse della donna contro Church e Porter dovettero così scontrarsi con le loro smentite, con gli oggetti rinvenuti nelle abitazioni e con il racconto del baule sul ponte.
Al termine del processo, la giuria dichiarò Kate Webster colpevole. Chiamata ad ascoltare la sentenza, ella invocò lo stato di gravidanza. Una giuria di matrone ascoltò una sorvegliante di Newgate e il chirurgo Bond, che aveva visitato la Webster; concluse che la donna non era «quick with child», non portava cioè un feto vivo in grembo. Il giudice Hawkins pronunciò allora la condanna a morte.
