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Briganti e strade maestre · Germania (Hanau)

La sacca della strada di Francoforte

Hanau, 1831. Uscito di prigione senza mezzi, Peter Kitzler uccide un compagno di strada per impadronirsi dei suoi abiti e della sua sacca prima del Lamboyfest. La vittima sopravvive abbastanza a lungo da allertare i viandanti. Gli oggetti rinvenuti portano all’arresto di Kitzler, che confessa; la condanna a morte viene confermata ed è giustiziato a settembre.

A Hanau, il 13 giugno era giorno di festa. Gli abitanti si riversavano nel bosco di Lamboy per celebrare la liberazione della città, e ciascuno si sforzava di indossare una giacca decorosa. Peter Kitzler, appena rientrato in paese senza denaro né scarpe, non voleva rimanerne escluso. Sulla strada di Francoforte offrì il proprio aiuto a un compagno di viaggio vestito meglio di lui. Poche ore dopo, quel giovane calderaio giaceva nella sabbia, percosso e squarciato; Kitzler faceva ritorno da solo, con la sacca dell’altro sulle spalle.

La vicenda ha inizio al confine. Nel 1830, i gendarmi del Baden condussero Kitzler sino al territorio dell’Assia, dopo che egli ebbe scontato sei mesi di carcere per un piccolo furto. Lo lasciarono senza denaro per il viaggio, senza abiti acconci e, a quanto riferisce la cronaca, scalzo e senza calze. Era originario di Hanau, ma mancava dalla città da più di due anni. Confidava che il fratello maggiore, divenuto maestro macellaio e benestante, lo avrebbe accolto. Le lettere inviate dall’estero e dalla prigione erano rimaste senza risposta.

Il fratello lo scacciò dalla soglia. Aveva saputo della liberazione di Peter, ma non intendeva più riconoscere come parente un uomo i cui delitti avrebbero potuto, a suo avviso, nuocere ai suoi commerci. Il resoconto insiste sull’abbandono e sulla fame che ne seguirono; attribuisce poi a tale rifiuto una parte del movente del delitto. Occorre distinguere i due piani: la porta chiusa è un episodio riferito dal cronista; la decisione di uccidere fu di Kitzler, come egli stesso riconobbe dopo l’arresto.

Per comprendere la recidiva, il cronista risale più indietro nel tempo. Rimasto orfano, Peter era stato affidato a un sagrestano, tale Obinger. L’autore descrive la consorte di costui come una minuta commerciante che mandava il ragazzo a consegnare merci e, stando alla narrazione, gli insegnava a sgraffignare verdure nei campi lungo il cammino. Il Pitaval cerca così nelle commissioni dell’infanzia i primi passi del ladro adulto. A quattordici anni, Peter possedeva appena i rudimenti necessari alla cresima. Ciononostante, un imbianchino di Hanau lo prese come apprendista senza salario. Per cinque anni, stando agli atti riportati dal testo, non gli fu addebitata alcuna nuova mancanza.

Compiuto l’apprendistato, partì come lavorante itinerante. A Mannheim commise piccoli furti, finché non fu colto sul fatto dopo aver sottratto l’orologio a un giovane che divideva con lui l’alloggio. La sentenza gli inflisse solo una mezza annata di prigione e il rimpatrio forzato nella propria regione. Per ragioni che il fascicolo, annota il cronista, non consente di chiarire, tale pena fu scontata in una casa di correzione. Lì Kitzler divise la cella con tre antichi membri della banda criminale degli Hölzgerlipp. L’autore gli attribuisce il ricordo di racconti di brigantaggio che avrebbero a poco a poco attenuato la sua ripugnanza per la violenza: è una sua interpretazione, non una circostanza che cancelli la scelta compiuta sulla strada di Hanau.

Dopo essere stato respinto dal fratello, Kitzler cercò un modo per presentarsi con decoro alla festa del Lamboy. In una locanda frequentata da operai di passaggio, notò un compagno di corporatura simile alla sua, ben vestito e con una pesante sacca da viaggio. L’uomo proveniva da Görlitz, in Lusazia; gli atti gli attribuiscono il nome di August Erdmann e il mestiere di calderaio. Si stava recando a Francoforte per raggiungere un maestro e alcuni compagni. Kitzler conosceva la strada e si propose come guida. Il viandante accettò. Kitzler si offrì pure di portare la sacca, ma Erdmann la tenne per sé. Il cronista esita, nello spiegare tale rifiuto, tra la fitta allacciatura delle cinghie e un’istintiva diffidenza.

Lasciarono Hanau e si incamminarono verso Dörnigheim. Quando la strada s’inoltrò in una pineta, Kitzler rimase alle spalle del compagno sul sentiero angusto. Trasse il coltello e lo colpì al collo. L’uomo si voltò e tentò di resistere con il bastone, ma crollò a terra. Kitzler afferrò allora una grossa pietra dal bordo della carreggiata e infierì, ferendolo ancora al collo, al capo e al petto. Ne trascinò il corpo fino a una macchia di pini, scavò la sabbia con le mani e con un bastone, e ricoprì l’uomo. Prese la sacca e ripartì verso Hanau.

Fece sosta a Kesselstadt per lavarsi le mani alla fontana pubblica. Alla locanda, nessuno gli chiese conto del compagno svanito né della sacca che ormai portava con sé. Lì trascorse la notte. L’autore descrive quindi l’atto che mandò a monte il delitto: Erdmann non era morto. Si districò dalla sabbia, strisciò fino alla strada seguendo le proprie tracce di sangue e fu scorto da alcuni viaggiatori i cui cavalli si erano imbizzarriti. Costoro lo condussero a Dörnigheim, dove fu svegliato il borgomastro e si dispose il trasporto all’ospedale di Hanau.

Prima di spirare, Erdmann ebbe la forza necessaria per descrivere l’aggressore. L’autopsia accertò la letalità delle ferite. Kitzler fu arrestato quella notte stessa nella locanda. Indossava ancora gli effetti rubati; non aveva avuto il tempo di disfarsi dei propri cenci strappati. Il resoconto resta cauto su ciò che consentì con esattezza di risalire a lui: afferma che la descrizione fornita da Erdmann avrebbe potuto bastare, ma accenna pure alle circostanze note del suo rientro a Hanau. Interrogato, negò dapprima l’omicidio e pretese che la sacca e i vestiti gli fossero stati donati da una donna di Mannheim. Non seppe indicarne il nome né l’indirizzo, e ignorava persino l’elenco degli oggetti contenuti nella sacca.

La narrazione attesta che, trattenuto in camicia di forza fino all’indomani, Kitzler finì per confessare i fatti. Spiegò di aver voluto procurarsi abiti dignitosi per presenziare al Lamboyfest e cominciare una vita onorata. Nella deposizione affermò pure che, dopo il primo fendente, Erdmann lo aveva supplicato di risparmiargli la vita offrendogli beni e denaro. Kitzler ammise di aver proseguito l’aggressione perché un testimone vivo avrebbe potuto denunciarlo. Il Pitaval riferisce questa spiegazione assieme al rimorso che il detenuto asseriva di provare.

Il procedimento fu rapido. Kitzler confermò la confessione e fu condannato a morte in primo grado; l’appello confermò la sentenza. Il fratello e altri congiunti presentarono in seguito domanda di grazia, tardivo soccorso che il cronista contrappone al precedente rifiuto del macellaio. Il sovrano respinse la supplica. Il 12 settembre 1831, Kitzler fu decapitato sulla Leerhöfer Heide, nei pressi di Hanau, davanti a una folla giunta dalla città. Un sacerdote cattolico lo assistette fino all’ultimo istante.

L’antica cronaca fa del rifiuto fraterno e delle traversie infantili gli ingranaggi di una tragedia; condanna al contempo l’assassino con un’asprezza che concede poco spazio al dubbio. Il procedimento giudiziario, dal canto suo, muove da un corpo abbandonato nella sabbia, segue le tracce sino alla strada, raccoglie le ultime parole della vittima e mette a confronto la sacca rinvenuta con le giustificazioni dell’imputato. Kitzler aveva voluto svanire nel nulla con i beni di un uomo che si era scelto come compagno. Erdmann sopravvisse abbastanza a lungo da descrivere il suo assalitore. Chi lo aveva sepolto nella sabbia aveva fatto conto sul suo silenzio; e fu quello il suo primo errore.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Il capitolo fu pubblicato quasi quarant’anni dopo i fatti e mescola resoconto processuale, biografia edificante e giudizi morali. Descrive il soccorso negato dal fratello e la vita trascorsa da Kitzler come spiegazione sociale del crimine; tali considerazioni appartengono all’autore e non attenuano la responsabilità penale. La narrazione tiene fermi la confessione documentata, i beni sottratti, la temporanea sopravvivenza della vittima e la sentenza, ascrivendo alla fonte antica i dettagli d’epoca. L’OCR presenta oscillazioni sul cognome Kitzler/Kibler e l’intestazione di stampa reca una data finale in contrasto con il sommario; la cronologia analitica colloca delitto ed esecuzione nel 1831.

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