Il mattino del 10 maggio 1840, alcuni abitanti di Artigues scorsero nel greto d’un ruscello il corpo di una giovane donna. Più a valle, quello stesso giorno, ne affiorò un secondo: una bambina. Non era stata la corrente a ucciderle: la narrazione data alle stampe molti anni più tardi nel «Neuer Pitaval» descrive due vittime percosse prima di essere gettate nell’acqua. Le tracce ematiche risalivano verso il bosco vicino. A Bordeaux, dove la notizia si propagò rapidamente, le indagini avrebbero presto raggiunto un uomo che già aveva tentato di far sparire un altro fanciullo, a parecchie centinaia di chilometri di distanza.
Il nome di quella prima vittima era mancato a lungo. Verso la metà di marzo, il cadavere d’un ragazzo sconosciuto era stato scoperto nei pressi de La Villette, allora sobborgo fuori le mura di Parigi. Il capitolo del Pitaval colloca l’episodio otto settimane prima dei delitti di Artigues; la data precisa risulta alterata nella scansione ottica del testo d’origine. La cronaca riferisce che il ragazzo era stato soppresso e poi abbandonato nel fosso d’una via consolare. Nessuno venne a reclamarlo. La salma fu trasportata a Parigi, esposta alla Morgue e infine imbalsamata affinché nuovi visitatori potessero tentarne il riconoscimento. Gli appelli rivolti alle famiglie, ai maestri di scuola e al vicinato non valsero a dissipare il mistero.
Ad Artigues, il secondo ritrovamento conferì alla tragedia ben altra risonanza. Il sangue pareva segnare il cammino dalle acque verso una radura del bosco, presunto teatro dell’eccidio. I corpi erano stati occultati separatamente; la fanciulla era avvolta in uno scialle. Il terrore s’impadronì della parrocchia, poi dell’intera Bordeaux. Dettagli, questi, che provengono da un’opera retrospettiva e non dalla consultazione diretta dei verbali d’istruttoria.
Quello stesso mattino, un viaggiatore era salito sulla diligenza da Bergerac a Bordeaux dopo averla attesa presso i Quatre-Pavillons. Aveva con sé una borsa da notte e due panieri. Giunto alla locanda di Chaban, consumò la colazione, domandò che s’accendesse il fuoco e s’addormentò. Nel frattempo, l’oste apprese del macabro rinvenimento e mise in relazione la notizia con il tragitto del proprio avventore, giunto proprio dai dintorni di Artigues. Il contegno taciturno dell’uomo e l’ora del suo arrivo finirono per insospettirlo: avvertì la polizia.
Sui panieri, le guardie avrebbero rilevato macchie di sangue, oltre a una chiazza sospetta sulla manica della camicia. Furono rinvenuti anche brandelli di tessuto strappato, appartenenti secondo i testimoni a vesti femminili. Il riscontro riferito dal Pitaval era tuttavia indiretto: i testimoni si limitavano a giudicare che le stoffe apparissero della medesima natura. L’uomo negò dapprima di sapere alcunché dei delitti. L’11 maggio, all’alba, mentre lasciava la locanda per salire sulla corriera diretta a Parigi, scattò l’arresto.
Di lì a poco scrisse al giudice istruttore. In quelle poche righe, riporta il Pitaval, confessava d’aver ucciso la donna e la bambina, facendone i nomi: Marie Anizat e sua figlia Mathilde. Dichiarò di chiamarsi Pierre-Vincent Elicabide, originario del Béarn. Davanti al magistrato aggiunse che il ragazzo ignoto de La Villette era Joseph Anizat, figlio di Marie e fratello di Mathilde, e d’aver soppresso anch’egli. Il Pitaval attesta che alcuni congiunti confermarono l’identità dell’intero nucleo familiare.
Per comprendere come questa famiglia fosse stata trascinata in una simile rovina, la cronaca risale ad alcuni anni addietro. Elicabide aveva frequentato diversi seminari prima di rinunciare all’abito ecclesiastico. Datosi all’insegnamento, era divenuto maestro reggente d’una scuola elementare nei pressi di Pau. Lì aveva conosciuto Marie Anizat, una giovane vedova animata dal desiderio di dare una buona educazione ai propri figli. Il marito era caduto in Algeria nel 1833. Marie lavorava duramente per mantenere Joseph, nato nel 1829, e Mathilde, nata nel 1831.
Il Pitaval lo ritrae come un uomo ambizioso e tormentato da una perenne insoddisfazione; un ritratto a posteriori che non possiede, beninteso, valore di diagnosi clinica. Nell’autunno del 1839 abbandonò la cattedra per tentare la sorte a Parigi, persuaso di potervi eccellere; non vi trovò tuttavia né una scolaresca adeguata né mezzi di sussistenza sufficienti. Nondimeno, nelle lettere indirizzate a Marie, continuava a dipingere un avvenire radioso: un grande istituto educativo, un’esistenza in comune e un posto d’onore per Joseph nel collegio che millantava di voler fondare.
In un primo momento pretese il ragazzo da solo. In una missiva del gennaio 1840 riportata dal Pitaval, prometteva di prendersi cura di Joseph e sollecitava la madre a raggiungerlo in seguito; alla fine di febbraio lasciava intendere che l’impresa fosse ormai avviata. Marie finì per piegarsi alla temporanea separazione. Raccolse faticosamente piccole somme presso le proprie clienti per provvedere alle spese del figlio, affidandolo infine a una modista in partenza per la capitale, mademoiselle Lenoir. L’11 marzo abbracciò Joseph per l’ultima volta. Tre giorni dopo, stando alla ricostruzione, la donna lo consegnò a Elicabide nel cortile della stazione di posta.
Il giovane non condusse il fanciullo nella propria abitazione. Lo fece accomodare in una trattoria, lo lasciò solo per qualche istante e scrisse a Marie annunciandole che il piccolo era giunto a destinazione in ottima salute. Il Pitaval aggiunge che Joseph tracciò poche righe sulla città, forse sotto dettatura dell’adulto: un biglietto destinato a cullare la fiducia materna. Stando alla confessione messa a verbale, Elicabide aveva acquistato un martello prima ancora dell’arrivo del fanciullo. La sera stessa lo condusse fuori dalla cinta daziaria, verso La Villette, e lo trucidò. La cronaca riferisce quindi l’abbandono del cadavere nel fosso. Una sequenza che va intesa come la confessione attribuita a Elicabide, non come un resoconto provato da testimoni oculari.
Nelle settimane successive, Elicabide continuò a scrivere rassicurando Marie: Joseph stava benone e si ambientava a Parigi. Giustificava la mancanza di lettere del ragazzo e prometteva una sorte felice non appena la madre si fosse decisa a raggiungerli. Il ritrovamento della salma a La Villette non aveva consentito alcuna identificazione; a Pau, Marie ignorava del tutto che il figlio fosse morto. Finì così per intraprendere il viaggio tanto insistentemente sollecitato.
Elicabide si era mosso da Parigi per andarle incontro, ma giunse a Bordeaux dopo di lei. La cronaca riferisce che, a corto di denari, chiese un prestito di cento franchi alla sorella, impiegata nei paraggi. L’8 maggio si presentò all’albergo dove Marie attendeva con ansia. L’indomani pranzarono con Justine Cazauran, un’amica di Marie; la madre parlò a lungo di Joseph e dell’imminente ricongiungimento. La narrazione non registra alcun indizio di ciò che stava per consumarsi.
A sera inoltrata, Elicabide noleggiò una carrozza e condusse Marie e Mathilde fino ai Quatre-Pavillons. Tutti e tre proseguirono a piedi. Stando alle dichiarazioni rese in seguito, l’uomo recava un martello nella borsa e aveva già perlustrato i luoghi per individuare un punto riparato dove il delitto potesse restare impunito. Uccise Marie e Mathilde a ridosso del bosco, ne trascinò i corpi fino al ruscello e disperse o sotterrò parte dei loro averi. La cronaca descrive nei dettagli l’occultamento; il verdetto avrebbe poi qualificato entrambi gli omicidi come premeditati.
Le giustificazioni addotte da Elicabide mutarono più volte nel corso del tempo. Sostenne dapprima che la morte di Joseph fosse stata l’esito d’un repentino scatto di disperazione, e che i massacri della madre e della sorella mirassero soltanto a cancellare le tracce del primo delitto. Dovette però ammettere di aver comprato il martello prima che il fanciullo giungesse a Parigi. Più tardi, stando al Pitaval, ammise di aver premeditato le tre morti dopo aver compreso l’impossibilità di costruire una vita agiata con Marie. Invocò persino un perturbamento mentale, affermò di essere in balia di impulsi ciechi e pretese d’essersi convinto di sottrarre le sue vittime a un destino miserabile. Versioni inconciliabili tra loro, che illustrano i successivi tentativi d’autodifesa senza intaccare il nodo che i giudici dovevano sciogliere: la piena imputabilità penale.
Il denaro e i beni sottratti accesero un’ulteriore controversia giudiziaria. Elicabide aveva speso i soldi affidati al piccolo Joseph, si era impadronito del gruzzolo custodito da Marie e aveva trattenuto i gioielli delle vittime. Asserì d’aver asportato quegli oggetti per rendere impossibile l’identificazione delle salme; l’accusa vi scorse invece una lucida intenzione predatoria. Il difensore sollevò un’eccezione formale sull’imputazione di furto domestico, appellandosi ai vincoli di parentela e querela previsti dal codice dell’epoca. La sentenza si pronunciò sia sugli omicidi sia sul furto.
Il dibattimento si aprì dinanzi alla corte d’assise della Gironda, a Bordeaux, il 9 settembre 1840 e si concluse l’11 dello stesso mese, stando alla cronaca. La difesa insistette sull’infermità mentale dell’imputato. Il dottor Canihac, la cui perizia è riassunta nel Pitaval, respinse fermamente l’ipotesi d’una monomania: la lucidità di memoria e di raziocinio palesata da Elicabide prima e dopo i crimini appariva inconciliabile con una simile patologia. Una valutazione tipica dei canoni scientifici del tempo, ben lontana dai parametri della moderna psichiatria forense. L’accusa fece leva sui minuziosi preparativi e sulle menzogne epistolari come prove inconfutabili di premeditazione.
Dopo circa mezz’ora di camera di consiglio, i giurati dichiararono l’imputato colpevole su tutti i nove quesiti posti. La corte condannò Elicabide alla pena capitale per i tre omicidi premeditati e per il furto aggravato. Il cronista annota che l’uomo accolse la sentenza senza proferire parola e venne poi giustiziato, omettendo tuttavia la data del patibolo. Il severo giudizio morale con cui si chiude il testo getta luce sul modo in cui il «Neuer Pitaval» modellava le figure dei propri rei.
Tre cadaveri senza nome erano stati restituiti dalla terra: Joseph nei dintorni di Parigi, Marie e Mathilde presso Bordeaux. L’arresto unì le due scene del crimine; la confessione, stando al Pitaval, rese un’identità ai defunti. Quella giunta fino a noi, tuttavia, non è la trascrizione stenografica dei dibattimenti: è una ricostruzione del 1859, da leggersi distinguendo con cura le ammissioni del reo, le argomentazioni dell’accusa e la determinazione della giuria.
