Vai al contenuto
Maison BeaulieuMAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · GASTRONOMIA E ARCHIVI STORICI
Giustizia e scandali · Regno Unito

Tre giorni di fuoco a Bristol

Dal 29 al 31 ottobre 1831, l’arrivo del recorder Sir Charles Wetherall precede tre giorni di tumulti a Bristol. I roghi danno luogo a processi distinti: varie condanne, un’assoluzione, quattro esecuzioni capitali, poi inchieste militari e civili dagli esiti difformi.

A Queen Square, i primi arresti trasformarono una scorta in scontro aperto. Sir Charles Wetherall era appena giunto alla Mansion House, condotto attraverso Bristol tra fischi e lanci di sassi. Pochi minuti dopo l’ingresso del recorder e delle autorità, gli special constables si gettarono sulla calca per afferrare chi aveva scagliato pietre. Un uomo fu trascinato all’interno, poi un secondo. Molti credettero che si procedesse alla cieca. Camden Pelham, che rievoca l’episodio nel 1891, individua in quel frangente il momento in cui la collera, fino ad allora soprattutto clamorosa, mutò di segno.

Wetherall non era un visitatore qualunque. Recorder di Bristol, aveva avversato con forza in Parlamento il Reform Bill, poi respinto dalla Camera. La città sapeva che doveva giungere per presiedere una commissione giudiziaria. I magistrati temevano disordini: avevano richiesto truppe e fatto prestare giuramento a numerosi constabili speciali. Eppure, all’avvicinarsi della sommossa, la loro presenza non bastò a placare gli animi. Pelham ritiene che gli arresti compiuti alla Mansion House abbiano concorso direttamente all’esplosione; è una tesi che appartiene alla sua penna. I luoghi e le decisioni che egli descrive mostrano come la giornata prese una piega che i preparativi non valsero a scongiurare.

Il 29 ottobre 1831, la carrozza a quattro cavalli fece il suo ingresso da Totterdown verso le undici e mezza. Grida, fischi e scherni ne accompagnarono il tragitto. Su Hill’s Bridge alcune pietre colpirono la vettura; altri colpi furono scagliati lungo Temple Street e High Street. Presso la Guildhall, la folla premeva con tale violenza che Wetherall faticò a scendere. La sessione fu aperta in mezzo al tumulto, quindi aggiornata al lunedì. Quando il recorder ricomparve per raggiungere la Mansion House, gli insulti ripresero. A Queen Square, alcuni sassi infransero un fanale o un finestrino della carrozza, senza ferire Wetherall.

Dopo la carica dei constabili, drappelli di rivoltosi andarono a procurarsi bastoni in un deposito di legname e tornarono sulla piazza. Le guardie uscirono in massa; i bastoni caddero, furono raccolti e portati via. La calma non ritornò. Nel corso del pomeriggio si ruppero vetri e si lanciarono bastoni contro i constabili. Verso le quattro, a una parte della forza fu concesso di rientrare a casa per ristorarsi, con la promessa di ripresentarsi alle sei. Il numero dei difensori si assottigliò proprio nel momento in cui gli assalti alla Mansion House si facevano più temerari.

Il sindaco finì per affacciarsi, intimando alla folla di disperdersi. Furono scagliate pietre verso di lui; una, assai pesante, gli sfiorò il capo. Fu data lettura del Riot Act, ma la moltitudine non recedette. Al contrario, disarmò alcuni constabili e li percosse. Un uomo dovette scagliare il proprio bastone contro le finestre del sindaco per ottenere il permesso di allontanarsi; un altro cercò scampo nel bacino del porto e ne fu tratto fuori con un gancio da battello. Poi le porte della Mansion House cedettero. I mobili del pianterreno furono distrutti; le cancellate di ferro e le pietre di cordolo divelte fornirono spranghe, i giovani alberi furono sradicati, e furono ammassati materiali infiammabili.

Wetherall, travestito, riuscì a fuggire attraverso le proprietà adiacenti. La sua fuga fu resa nota soltanto l’indomani. Giunsero due squadroni di cavalleria e i constabili ripresero diversi uomini, ma restava impossibile sgomberare la piazza. Il colonnello Brereton parlava agli abitanti, chiedendo loro di rincasare, e ne riceveva acclamazioni. Verso mezzanotte, una parte dei rivoltosi mosse verso la Council House e ne mandò in frantumi le finestre. La cavalleria caricò allora per le strade. Alcuni uomini furono inseguiti e colpiti con le sciabole; altri ripararono nei vicoli di Wine Street e risposero con lanci di pietre. Al Pithay, un soldato colpito si voltò e fece fuoco: un uomo rimase ucciso. Le pattuglie impedirono poi alla folla di ricomporsi durante la notte.

La domenica mattina, gli abitanti fecero ritorno a Queen Square. I reparti si allontanarono per mangiare, credendo svanito il pericolo. Erano appena scomparsi che il saccheggio riprese ai piani superiori della Mansion House: mobilio gettato sulla piazza, cassetti frugati, biancheria e stoviglie asportate o distrutte. Furono forzate le cantine. Pelham calcola che gran parte delle scorte di vino fu bevuta o dispersa; descrive strade piene di ubriachi barcollanti e corpi distesi al suolo, ma questi quadri drammatici e le cifre relative appartengono alla sua personale ricostruzione.

I 14th Light Dragoons furono richiamati a fronteggiare una pioggia di sassi e mattoni. Non essendovi alcun magistrato presente disposto ad assumersi la responsabilità di un contrattacco, il comandante reputò prudente ritirare il reggimento e sostituirlo con i 3rd Dragoon Guards del capitano Warrington. I primi cavalleggeri lasciarono la città attraverso la banchina e il ponte levatoio; la folla li inseguì bersagliandoli. A St Augustine’s Back, i soldati si voltarono e spararono. Altri colpi d’arma da fuoco furono segnalati a College Green e vicino ai loro alloggiamenti, presso Boar’s Head Yard. Pelham riferisce di un morto e di sette o otto feriti. Tra i feriti vi era un passante che, a suo dire, non prendeva parte ai disordini.

Brereton tornò a cavallo sulla piazza verso le undici. Assicurò che non vi sarebbero state altre scariche, che il 14º reggimento avrebbe lasciato la città ed esortò ancora una volta la folla a ritirarsi. Nel corso del pomeriggio, un uomo salì sulla statua di Guglielmo III, fissò un berretto tricolore in cima a una pertica e proclamò la «libertà». I soldati rimasero schierati davanti alla Mansion House. Più tardi, un drappello si diresse verso il Bridewell con mazze reperite in una fucina, ne sfondò i portoni e liberò i detenuti; la prigione fu data alle fiamme verso le due.

Una moltitudine ancor più numerosa mosse quindi verso la New Jail. I battenti furono abbattuti, gli oggetti gettati nel New River e più di cento carcerati rimessi in libertà, a eccezione dei debitori. Uomini e donne uscirono svestiti delle uniformi carcerarie; alcuni ritrovarono i congiunti ad attenderli all’esterno. Un fazzoletto nero fu issato sulla cima dell’edificio, poi il fumo cominciò a levarsi da più parti. La ruota del lavoro forzato bruciò per prima; l’alloggio del governatore e la cappella furono tosto divorati dal fuoco. Sopraggiunse una ventina di soldati, ma Pelham riferisce che la folla li acclamò e che essi ripartirono quasi all’istante.

Le devastazioni si estesero ai caselli del dazio, poi alla prigione della contea di Gloucester, a Lawford’s Gate. Verso sera, tutti e tre i penitenziari bruciavano. Alcuni soldati presidiavano allora la Mansion House e il palazzo vescovile. Non appena il distaccamento partì a difendere il palazzo, gli incendiari appiccarono il fuoco alla Mansion House. I reparti fecero ritorno, ma le fiamme si erano già propagate agli stabili vicini, alla Custom House e alle abitazioni di Little King Street. Figure umane furono scorte alle finestre prima di precipitare nel rogo o gettarsi nel vuoto; una donna spirò più tardi all’infermeria. Altri drappelli concessero agli abitanti di una via un breve margine per sgomberare, poi ne sfondarono i vetri e incendiarono le case. All’alba del lunedì, Queen Square non era più che una distesa di macerie fumanti e muri crollati.

Le autorità richiamarono i soldati e allestirono una guardia civica. All’appello dei magistrati rispose la Bristol General Union; i suoi membri pattugliarono le strade con i cittadini e presidiarono posti di guardia nelle chiese illuminate. Le navi suonarono le campane di bordo e si prepararono i cannoni, temendosi un attacco al porto che tuttavia non ebbe luogo. Pelham registra quasi duecento arresti nella settimana seguente, pochissimi dei quali a carico di residenti di Bristol. Valuta l’ammontare dei danni a non meno di 300.000 sterline. Quanto ai morti, afferma che ne furono rinvenuti in numero «poco inferiore a venti» e suppone che altri siano periti senza che se ne conoscesse la sorte; conteggi, questi, privi di riscontro indipendente.

La commissione speciale si aprì il 2 gennaio 1832. Il primo processo riguardò la distruzione della New Jail. Comparvero sei uomini: William Clarke, Patrick Kearney, James Williams, Daniel Higgs, James Courtney e John Mackay. Si dichiararono non colpevoli. L’accusa sostenne la loro partecipazione all’assalto della prigione, dove i portoni erano stati scardinati e l’alloggio del governatore raso al suolo. Alcuni testimoni asserirono di aver visto Clarke con un piede di porco, poi con le chiavi del carcere in una taverna. Fu questa la prova prodotta contro di lui; dopo due giorni di dibattimento, il giurì riconobbe colpevoli Clarke, Kearney, Higgs, Courtney e Mackay, mentre Williams fu mandato assolto.

Bendall e Sims furono giudicati a parte per l’attacco alla residenza del vescovo. Pelham riferisce che si tentò di dipingere Sims come uno scemo di paese; il giurì li dichiarò entrambi colpevoli. Christopher Davis fu poi processato per aver preso parte alla distruzione della New Jail. La pubblica accusa lo descrisse come un caporione avvistato presso diversi edifici e vicino al carcere in fiamme. Sfilò una serie di testimoni, e la giuria lo giudicò colpevole il giorno seguente. Cinque uomini ricevettero la condanna a morte: Davis, Clarke, Thomas Gregory, Richard Vines e Joseph Keys. Vines ottenne una sospensione della pena la vigilia del supplizio. Il 27 gennaio, tra i ruderi della New Jail, Clarke, Davis, Gregory e Keys salirono al patibolo. Agli altri condannati a morte fu accordata una raccomandazione di clemenza, e le pene furono commutate nella deportazione a vita, a quanto riporta Pelham.

Le responsabilità degli ufficiali seguirono un corso differente. La corte marziale a carico di Brereton si aprì il 9 gennaio sotto l’imputazione di negligenza e difetto di energia. I testimoni passarono al vaglio i suoi ordini, il modo in cui i soldati avevano disperso la folla e i frangenti in cui il colonnello aveva preferito temporeggiare. L’istruttoria volgeva al termine quando, dopo una giornata d’udienza, Brereton fece ritorno a casa e si tolse la vita. Il procedimento si arrestò senza un verdetto. Alcuni fogli dell’epoca citati da Pelham lo descrissero come un ufficiale mite, convinto di poter placare la plebe senza spargimento di sangue; ritratto che non cancella né le censure sollevate né la mancanza di una sentenza.

Il processo militare del capitano Warrington, suo sottoposto, si celebrò separatamente. Tre capi d’accusa gli rimproveravano segnatamente di aver tardato a intervenire contro l’incendio della Custom House, di non aver trasmesso un ordine del sindaco e di aver lasciato la truppa priva di comando personale. Warrington difese la propria condotta adducendo la mancanza di disposizioni e di magistrati disposti ad autorizzarle. Un ufficiale testimoniò che alcuni magistrati, sopraffatti dalla paura, avevano rifiutato di seguirlo a cavallo. La corte riconobbe Warrington colpevole e lo condannò alla destituzione. Il re accolse la supplica di clemenza e lo autorizzò ad alienare il proprio grado.

Charles Pinney, il sindaco, fu infine citato dinanzi al Banco del Re per omissione dei propri doveri. I dibattiti rievocarono le scene della Mansion House e la fuga di Pinney: un teste dichiarò di averlo aiutato a salire sui tetti a terrazza e poi a scavalcare un muro. Uno scambio tra testimoni suscitò l’ilarità dell’aula prima che il giudice richiamasse all’ordine. Il giurì lo assolse. Tali procedimenti non offrirono una spiegazione univoca di quei tre giorni. Distinsero le condotte ascritte a ciascun imputato, senza emettere un verdetto sul conto di Brereton e senza confondere la colpevolezza di Warrington con la clemenza del sovrano.

Pelham annota inoltre l’istituzione di un corpo di polizia a Bristol, provvedimento che definisce accolto con favore. La città poteva ricostruire i propri stabili; i tribunali, dal canto loro, avevano smembrato in fascicoli distinti ciò che la piazza aveva fuso nel disordine. Non si trattava soltanto di stabilire chi avesse scagliato una pietra o appiccato il fuoco, ma a partire da quale istante una responsabilità diventasse una colpa, e che cosa un verdetto potesse ancora riparare dopo l’incendio.

Da questo caso potrebbe nascere un libro

Aiutaci a scegliere il nostro prossimo libro

Hai appena letto il racconto completo di questo caso storico. Ci ispira tre progetti narrativi ancora da scrivere. Quale vorresti veder nascere? Il tuo voto guiderà AB Éditions.

racconto lungo

Il registro delle porte

Novella interamente di finzione. In una città portuale, un’intendente custodisce il registro delle chiavi di un ospizio in cui malati e viandanti condividono i medesimi corridoi. Durante una notte d’allarme, il custode apre la porta sbagliata lasciando fuggire un uomo accusato di aver incendiato l’officina adiacente. L’intendente conosce i movimenti di ognuno, ma il registro reca correzioni di più mani. Dovrà scegliere se consegnare l’originale al magistrato, rischiando di far condannare un innocente, o rivelare che la città ha confuso il soccorso con la complicità. La trama indaga il valore della prova e della responsabilità nel disordine collettivo, senza alcun riferimento a Bristol o a figure storiche reali.

Caricamento dei voti…

romanzo

La casa dei testimoni

Romanzo storico di finzione. All’indomani di una rivolta in un bacino minerario, un cancelliere raccoglie le deposizioni di abitanti che descrivono la medesima notte da finestre differenti. Una fornaia riconosce un mantello, un ragazzo ricorda il rintocco di una campana, un soldato giura di non aver ricevuto ordini. Il cancelliere scopre che il suo superiore ha classificato le dichiarazioni secondo il censo dei testimoni. Dovrà istruire un fascicolo capace di tutelare insieme vittime e imputati, mentre la ricostruzione prende avvio prima ancora che i processi si chiudano. L’opera esplora la costruzione di una memoria pubblica e i limiti angusti di un tribunale dinanzi alla folla.

Caricamento dei voti…

trilogia

Le città dopo la rivolta

Trilogia di tre romanzi autonomi, ciascuno imperniato su una città e su una diversa declinazione della crisi. Nel primo, un’inondazione distrugge l’archivio municipale e un’archivista deve decidere quali memorie salvare. Nel secondo, uno sciopero ferroviario paralizza i soccorsi e un medico predispone un passaggio neutrale tra due quartieri rivali. Nel terzo, un’elezione contestata spacca una comunità; un tipografo sceglie di dare alle stampe i rendiconti contraddittori anziché un proclama fazioso. I personaggi non si incrociano e le trame trovano compimento autonomo. Il ciclo interroga la tenuta delle istituzioni quando l’ordine pubblico si disfa.

Caricamento dei voti…

Una scelta per caso su questo browser, modificabile e revocabile. I progetti più sostenuti nutriranno le nostre scelte editoriali. Come vengono conservate le scelte.

Scopri gli altri progetti nel Salone →
Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

La sezione di Pelham documenta i tumulti, la commissione speciale del gennaio 1832 e i procedimenti successivi. Le stime delle vittime e dei danni materiali, le letture politiche e i profili dei protagonisti riflettono il giudizio del compilatore. Un compendio d’accusa reca la data del «20th of October», in palese contrasto con lo svolgimento degli eventi tra il 29 e il 31 ottobre; la narrazione non armonizza tale discrepanza.

← Tutti i 1.003 casi del Gabinetto