Negli anni Ottanta dell'Ottocento, la polizia francese sapeva che Allmayer si muoveva attraverso il continente; ne registrava i passaggi soltanto dopo la partenza, lo inseguiva di città in città, mancandolo per una manciata di ore. Il fuggiasco, d'altronde, non aveva i tratti dell'uomo riconoscibile per rozza violenza. Arthur Griffiths lo descrive elegante, amabile, di modi squisiti, capace di farsi accogliere di volta in volta come ufficiale, aristocratico o facoltoso negoziante. Questa naturale inclinazione al mutamento di maschera sostenne una lunga parabola di raggiri, dagli uffici paterni fino agli alberghi e ai banchi d'affari delle metropoli europee.
Griffiths rievoca la vicenda retrospettivamente, situandola negli anni Ottanta del secolo senza scandirne puntualmente le date. La narrazione segue il suo testo; i fatti e le cifre rimangono quelli registrati dall'autore.
Il figlio e il reggimento
Allmayer era stato impiegato come scrivano nello studio del padre. Ancora adolescente, sottrasse un libretto di assegni; uno di questi, siglato con la firma paterna, fu presentato allo sportello e regolarmente pagato. La frode venne scoperta e il giovane rimproverato, senza che ne derivassero sanzioni giudiziarie note. Poco dopo reiterò il gesto, sottraendo una lettera raccomandata che conteneva cartamoneta e facendo ricadere i sospetti su un estraneo. Il padre decise infine di farlo arruolare in un reggimento di dragoni.
La disciplina militare non ne corresse l'indole. Allmayer scialava il denaro altrui per procurarsi adulatori e, per onorare i debiti, derubò il proprio capitano. Riuscì a fuggire dalle celle di rigore, procrastinando il giudizio della corte marziale, ma fu infine condannato a cinque anni di reclusione al Cherche-Midi, la prigione militare di Parigi. Scontata la pena, fu destinato a un battaglione di disciplina in Algeria. La sequenza cronologica è netta: l'Algeria non fu il luogo dove, stando a Griffiths, Allmayer trascorse i cinque anni di reclusione, bensì la meta del trasferimento punitivo successivo alla detenzione parigina.
Rientrato a Parigi, Allmayer ottenne il perdono della famiglia e fu riaccolto tra le mura domestiche. Per qualche tempo condusse un'esistenza appartata e regolare. Gli amici tentarono persino di procurargli un impiego onorevole. La famiglia risiedeva a Chatou, e i frequenti viaggi in ferrovia verso la stazione Saint-Lazare gli offrirono l'occasione di riallacciare i rapporti con Edmond K., un antico compagno di studi. Questi gli aprì generosamente gli uffici della propria ditta parigina. Ben presto, dopo le visite di Allmayer, alcune lettere presero a svanire nel nulla; K., tuttavia, non disponeva di prove inconfutabili a carico dell'amico.
La tratta da milleseicento sterline
L'affare venne alla luce quando un altro banchiere della capitale, indicato unicamente con l'iniziale C., ricevette una chiamata telefonica apparentemente proveniente da K. L'interlocutore domandava a quale saggio C. avrebbe scontato una tratta da 1.600 sterline emessa su una piazza londinese e girata a suo nome. Il banchiere ritenne di riconoscere la voce di K. e acconsentì di buon grado, desideroso com'era di stringere legami d'affari con lui. Fissò le condizioni; appena venti minuti dopo, un fattorino recapitava l'effetto e intascava il contante.
L'indomani, il corrispondente londinese di C. respinse la cambiale affinché venisse sanata una lieve irregolarità nella girata. Quando il titolo fu sottoposto a K., questi dichiarò di non aver mai apposto la propria firma e riconobbe in quel foglio un titolo scomparso dai suoi cassetti due mesi prima. Il denaro versato da C. non era mai giunto nelle sue casse. I sospetti caddero su due impiegati, rei di aver talvolta imitato per gioco la grafia del principale; arrestati, la loro posizione parve subito gravemente compromessa.
Allmayer si era interessato all'indagine con solerte premura amicale. Scortò K. alla prefettura e fu interrogato dal magistrato inquirente. Tratto il giudice da parte, finse di voler confidare un segreto doloroso: sostenne che K. stesso avesse fatto sparire la tratta per far fronte a pressanti necessità finanziarie. Il banchiere fu richiamato al cospetto del magistrato e inchiodato a tale accusa. Sconcertato, protestò la propria innocenza, ma le sue esitazioni vennero lette come indizi di colpevolezza; fu perciò tradotto a Mazas. Il giudice, che non prestava cieca fede alle parole di Allmayer ed era informato dei suoi trascorsi, dispose l'incarcerazione di entrambi.
I due uomini vennero rilasciati poco dopo per intercessione della famiglia Allmayer, la quale, sospettando la condotta del figlio, preferì comporre la vertenza a proprie spese. Allmayer giudicò prudente allontanarsi dalla Francia. Soltanto allora emerse l'intreccio reale: aveva assoldato un antico commilitone del battaglione di disciplina algerino. Lo aveva condotto a un posto telefonico pubblico, facendogli contattare C. sotto le spoglie degli uffici di K. L'ex soldato si era poi incaricato di recapitare la tratta e riscuotere l'importo. Allmayer trattenne la quota maggiore del bottino, lasciando al complice duecento sterline e un abito nuovo. Il giorno seguente, Allmayer lo avvertì che la trama era scoperta e lo indusse a rifugiarsi in Algeria. Quando il complice fu rintracciato e ricondotto a Parigi, gli fu trovato addosso un telegramma in cui Allmayer lo metteva in guardia da «Joseph», l'investigatore sguinzagliato sulle sue tracce, esortandolo a imbarcarsi per New York.
Un ordine fabbricato a Mazas
Allmayer tornò nuovamente in carcere, questa volta a Mazas, dove architettò un'evasione senza violenza né scasso. Il magistrato lo interrogava con regolarità nel proprio ufficio in prefettura. Nel corso di quei trasferimenti, il detenuto sottrasse con destrezza un foglio di carta intestata e una busta, mescolandoli alle proprie carte processuali. Aveva osservato che una scarcerazione poteva essere disposta mediante una semplice ingiunzione vergata su carta d'ufficio. Rientrato in cella, redasse di proprio pugno l'ordine formale, apponendovi la firma apocrifa del giudice.
Mancava tuttavia il sigillo. Durante un'udienza successiva, Allmayer rovesciò con mossa repentina il calamaio sull'uniforme della guardia che lo scortava. Additò la brocca dell'acqua; il piantone scattò per rimediare, il magistrato e il cancelliere ne seguirono con lo sguardo i movimenti, e Allmayer ebbe il tempo di imprimere il timbro che aveva già occultato. Restava da far pervenire il plico a Mazas per via formale. Uscendo dalla stanza, Allmayer finse di aver dimenticato un incartamento, rientrò per un istante e ne riemerse con il falso decreto, consegnandolo alla guardia e lamentandosi ad alta voce del giudice, che pretendeva di servirsene come d'un fattorino.
Il custode capo di Mazas ricevette l'atto poco appresso e si presentò alla cella per notificare ad Allmayer che il magistrato ne ordinava l'immediata liberazione. La sera stessa, l'evaso si trovava già a Bruxelles. Benché i passaggi formali della richiesta di estradizione francese non fossero stati rispettati con scrupolo, le autorità belghe rifiutarono di trattenerlo, preferendo scortarlo fino alla frontiera tedesca. Raggiunto il porto più vicino, Allmayer salpò alla volta del Marocco.
Una fonte documentaria del 1903 reca la trascrizione del falso ordine recante la data del 30 novembre 1886 e fa menzione dell'immatricolazione carceraria al 23 ottobre. Tale attestazione fissa con precisione la data dell'evasione, ma non documenta l'intera biografia criminale.
Identità, greggi e cartamoneta
Dal Marocco Allmayer tornò frequentemente in Francia, muovendosi senza impaccio tra le capitali del continente. Si attribuiva titoli di nobiltà: ora visconte di Bonneville, ora conte di Motteville o di Maupas; nel commercio preferiva farsi chiamare semplicemente Meyer o Mayer. Griffiths rammenta come comprasse e vendesse partite di pecore e lana con una competenza tale da disorientare persino i mercanti che finiva per raggirare. Quella sicura perizia pratica conferiva verosimiglianza al suo ruolo di negoziante integerrimo.
A Parigi, presentatosi con il nome di Eugène Meyer, imbastì una trattativa per una presunta fornitura d'armi al sultano del Marocco. Asseriva che un eminente banchiere parigino gli dovesse trentamila sterline e ne custodisse la regolare accettazione cambiaria. Gli interlocutori avrebbero monetizzato volentieri il credito, ma la cifra eccedeva le loro disponibilità immediate. Meyer propose allora di frazionare l'ammontare in tratte minori, che egli stesso presentò e fece scontare. Erano tutte false. I prenditori dei titoli furono arrestati, mentre Allmayer era già svanito. Dalla latitanza scrisse ai giornali protestando l'innocenza dei suoi ignari intermediari e offrì di costituirsi a patto di ottenere un salvacondotto dalla prefettura; la polizia respinse il patto e gli altri subirono la condanna. Questa frode finanziaria legata alle armi va tenuta distinta dal raggiro marsigliese del bestiame.
A Marsiglia truffò il commerciante R. per una somma di ventimila franchi, prospettandogli una lucrosa fornitura di carni ovine destinata allo Stato francese. Per assicurarsi l'appalto, spiegò, occorreva far giungere tale cifra per vie traverse a un alto funzionario. Allmayer tracciò il recapito sulla busta sotto gli occhi di R.; questi vi inserì il denaro, convinto di lasciarla posata sul sottomano della scrivania. Con un abile scambio, Allmayer aveva sostituito la busta con un involucro identico, trattenendo quella colma di banconote. Secondo il resoconto di Griffiths, l'alto funzionario ricevette più tardi un plico imbottito di ritagli di vecchi giornali sagomati a foggia di banconote, comprendendo la natura del raggiro soltanto all'atto della formale denuncia sporta dal commerciante.
L'ultimo arresto
Le polizie d'Europa inseguirono Allmayer lungo mezza Europa: Belgrado, Genova, Parigi, Lione, Aix, Biarritz, Bordeaux, Courtrai e Le Havre. Assumeva di volta in volta l'aspetto di un capitano di cavalleria, di un visconte o di un cosmopolita; a Bordeaux, messo sull'avviso da una confidenza involontaria dello stesso commissario, ebbe il tempo di dileguarsi. Gli investigatori ne riannodarono il filo fino a Le Havre, scovandolo infine sul boulevard de Strasbourg, impeccabile nella figura, a passeggio con una donna. Negò la propria identità, ma fu ammanettato e trasferito a Parigi.
Rinchiuso alla Conciergerie sotto stretta custodia, tentò ancora una sortita promettendo di svelare il nascondiglio della refurtiva di una banda di scassinatori. Il piano mirava ad attirare la scorta in rue Saint-Maur, dove alcuni complici avrebbero dovuto liberarlo con la forza. Le autorità vagliarono la pista e neutralizzarono la trappola. Davanti ai giudici, Allmayer recitò la parte dell'uomo disfatto, quasi minorato, imputando l'intera ideazione delle truffe a un vecchio pregiudicato fuggiasco. Griffiths sostiene che quella studiata disperazione gli valse la pena più mite prevista dalla legge. Fu condannato a dodici anni di deportazione oltremare e tradotto alle Isole della Salvezza, dove prestò servizio come infermiere d'ospedale, guadagnandosi la benevolenza del personale di sorveglianza.
L'autore conclude che la fortuna di Allmayer risiedeva tutta nella sua consumata abilità d'attore: sapeva quale maschera ostentare al soldato, al negoziante, alla guardia o al magistrato. Nel profilo tracciato, la prigione non muta l'uomo; si limita a fornirgli nuovi personaggi da interpretare sul palco del mondo. Ma il suggello della giustizia resta perentorio: colui che aveva aperto le porte del carcere con un foglio apocrifo finì per varcare l'oceano sotto il peso di una condanna definitiva. Le date puntuali di tanti episodi, così come la sorte delle sue innumerevoli vittime, restano estranee alla cronaca di Griffiths; colmarne i vuoti significherebbe inventare una trama che i documenti non autorizzano.
