L’etichetta del cappello accusava l’Inghilterra. Al processo contro Giovanni Pianori, il presidente della corte rilevò le parole che indicavano il Crystal Palace di Sydenham e le unì alle armi, agli abiti, al denaro rinvenuto nelle tasche. Il calzolaio italiano sosteneva di aver agito da solo. L’accusa, al contrario, voleva far comparire alle sue spalle un intero universo di esuli, cospiratori e dottrine sovversive. Quel cappello aveva una provenienza; gli si chiedeva, quasi, di rivelare un mandante.
Nove giorni prima, il 28 aprile 1855, Napoleone III era uscito a cavallo. Sugli Champs-Élysées, all’altezza del Château-des-Fleurs, un uomo si staccò dal controviale e avanzò verso di lui. La guardia Alessandri credette dapprima a una supplica. Ci si avvicinava spesso al sovrano lungo il tragitto per porgergli un placet, e l’agente aveva precisamente il compito di tenere a distanza simili postulanti. Poi vide spuntare una pistola dalle vesti. L’udienza improvvisata al principe aveva appena mutato natura.
Alessandri si precipitò. Una carrozza gli sbarrò il passo, costringendolo a un giro vizioso; durante quel breve intralcio echeggiarono due colpi. L’imperatore rimase illeso. L’agente travolse Pianori, che nella colluttazione fu ferito dal pugnale che Alessandri impugnava. Accorsero altri poliziotti. Dovettero quindi sottrarre l’arrestato alla furia degli astanti, pronti a linciarlo. L’attentato era fallito, ma una seconda morte possibile già prendeva forma nell’ira della folla.
Gli furono trovate addosso altre armi e un berretto nascosto sotto gli indumenti. Ammise di aver voluto colpire l’imperatore. La sua ragione risiedeva nella spedizione francese contro Roma: riteneva Napoleone responsabile della rovina della propria patria e delle proprie sventure. La polizia disponeva dunque di un reo colto sul fatto, di un’arma esplosa e di un movente rivendicato. La questione che avrebbe dominato il dibattimento non era stabilire chi avesse sparato; era decidere quale narrazione politica far raccontare a quegli spari.
Pianori proveniva dagli Stati romani. Il suo percorso aveva attraversato le battaglie italiane, l’esilio, diverse città francesi e Londra. Aveva viaggiato sotto il nome di Antonio Liverani. Dinanzi alla corte, tentò di distinguere la propria partecipazione alla guerra contro gli austriaci dall’etichetta rivoluzionaria che gli veniva cucita addosso senza sfumature. Parlava un francese incerto, cercava i vocaboli e contestava termini il cui senso i magistrati consideravano evidente. Quando domandò che cosa fosse un «trottoir», il presidente dovette spiegargli che si trattava del selciato destinato al passo dei pedoni.
L’istruttoria era stata condotta a passo di carica. Già il 30 aprile gli atti passavano dalla camera di consiglio alla camera d’accusa. Il 7 maggio, Pianori comparve davanti alla corte d’assise della Senna, presieduta da Partarrieu-Lafosse. Il procuratore generale Rouland sosteneva l’accusa; Benoist-Champy guidava la difesa. L’aula si riempì di buon’ora. Un sovrano sopravvissuto e uno sparatore confesso conferivano al processo un’apparente linearità, di cui il dibattimento avrebbe presto mostrato il prezzo.
Il presidente diede lettura di due dispacci giunti da Roma. Attribuivano a Pianori precedenti penali, condanne e un’evasione. L’imputato contestava. Una parte dei nomi, affermava, gli era stata affibbiata come soprannome; altre asserzioni erano false. Il carattere ufficiale delle informative conferiva loro, agli occhi del magistrato, una forza che la smentita non poteva intaccare. Quei dispacci avevano viaggiato più veloci dei mezzi per verificarli. Nell’aula, colui che vi era descritto doveva rispondere all’istante a un ritratto composto lontano da lui.
Si riesaminarono i suoi impieghi. Il calzolaio Mallet lo giudicava poco accurato e maldestro: un paio di scarpe gli era costato troppo tempo. La sua affittacamere, per contro, lo aveva visto lavorare prima del viaggio a Londra; il portinaio ne ricordava i modi miti e la condotta corretta. Al ritorno, era divenuto taciturno. Pianori parlava di dolori reumatici al braccio. L’accusa leggeva in quel mutamento la preparazione del delitto. Il medesimo silenzio poteva così essere un patimento, un’inquietudine o il presagio di una congiura, a seconda della voce che lo interpretava.
Il denaro londinese sollevava interrogativi più insidiosi. Come aveva potuto un operaio dai magri guadagni acquistare una pistola costosa, pagarsi i viaggi e conservare una somma in oro? Egli invocava il proprio lavoro, un padrone di cui non sapeva restituire il nome inglese, armi ricevute a saldo delle fatiche. Risposte che al presidente parvero inverosimili. Rouland ne traeva la certezza di un finanziamento politico, pur rifiutando di indicare chi avesse ispirato il crimine. Gli bastava, nella requisitoria, ridurre Pianori a mero strumento di una fazione.
I dettagli più ordinari furono sottoposti alla medesima torsione. Due donne salite al suo alloggio divennero frequentazioni sospette; Pianori disse di aver atteso delle lavandaie. Un bicchiere d’assenzio bevuto prima di uscire fu presentato come un viatico all’assassinio; il padrone di casa non aveva notato alcuna agitazione. Il berretto poteva servire a mutare sembianze. Il cappello, dal canto suo, recava l’indirizzo inglese che l’accusa accostava alle armi. Ogni oggetto era reale; la loro composizione in un disegno prezzolato restava un’interpretazione che l’imputato respingeva.
Le guardie riferirono quindi dell’arresto. Parecchie asserirono che egli stringeva già una seconda pistola; Pianori sostenne che gli era stata sfilata dalla tasca. Riconosceva il fatto principale e resisteva sulle circostanze. Rouland allargò il proprio discorso ai pericoli rivoluzionari, all’ordine sociale e alla protezione provvidenziale accordata al sovrano. Il giurì dichiarò Pianori colpevole. La pena prevista per l’attentato contro l’imperatore era quella dei parricidi: la condanna a morte fu pronunciata quello stesso 7 maggio.
Il ricorso per cassazione fece leva in particolare su due nodi che l’udienza aveva lasciato irrisolti. Avrebbe dovuto l’imputato beneficiare di un interprete? Potevano essergli opposti dispacci di cui non aveva avuto tempestiva contezza per predisporre la difesa? L’avvocato Delaborde sostenne il ricorso. La pubblica accusa replicò che le risposte fornite provavano una comprensione adeguata e che la lettura degli atti rientrava nelle prerogative del presidente. Il resoconto della stampa entrava esso stesso nel contraddittorio, poiché il verbale ufficiale non aveva registrato tutti gli incidenti occorsi.
La Corte rigettò il ricorso. Pianori fu giustiziato a Parigi il 14 maggio 1855. L’uomo che aveva voluto colpire l’imperatore non ne aveva scalfito né il corpo né il regime; quest’ultimo aveva risposto con una giustizia che rivendicava la propria regolarità con la medesima fermezza della propria rapidità. Restava tuttavia, tra l’attentato confesso e la trama della vasta cospirazione, uno scarto che l’eloquenza non bastava a colmare. In aula, uno straniero aveva chiesto il significato di certe parole. Gli era stato risposto che comprendeva benissimo.
