Nella primavera del 1873, una linea ferroviaria aveva già compiuto la parte essenziale del suo tragitto: esisteva negli annunci, nelle promesse e nelle cifre date alle stampe. Tra Memphis ed El Paso, e poi da un oceano all’altro, veniva presentata come un’impresa abbastanza vasta da impegnare il risparmio francese. Le rotaie, dal canto loro, restavano in gran parte da posare.
Il 21 maggio, la Corte d’appello di Parigi rimisura questa distanza tra la carta e la terra. Dinanzi a essa, i prevenuti non rispondono soltanto di un’impresa rimasta incompiuta. La sentenza compendia una sequela di manovre preordinate a farla apparire più solida di quanto non fosse: commesse di forniture, garanzie, gazzette finanziarie, credito di borsa e nomi autorevoli atti a rassicurare i sottoscrittori. L’indomani, la Gazette des Tribunaux dà alle stampe il dispositivo. Scorrendo i motivi, si risale quasi a ritroso il cammino del denaro: dalle mani di risparmiatori persuasi fino agli artefici che avevano fabbricato la fiducia.
Una grande linea, garanzie fragili
La società della Memphis and El Paso godeva di una concessione in Texas, ma la Corte descrive una compagnia priva di risorse e di credito, che non aveva eseguito se non modesti sterramenti e non esercitava alcun tratto della propria linea. I sottoscrittori francesi, nondimeno, erano stati indotti a credere che l’impresa si spiegasse attraverso l’intero continente e disponesse di molteplici guarentigie. I titoli, o obbligazioni, si mostravano come carte capaci di tramutare una promessa ferroviaria in un collocamento fecondo.
Non era stata una singola asserzione a rendere persuasiva l’operazione. La Corte ravvisa un concerto di artifizi. Taluni contratti di fornitura di materiali erano stati esibiti a riprova del fatto che grandi costruttori francesi sostenessero il disegno. La compagnia si diceva tutelata da un’ipoteca su terreni texani. Eppure, stando alla sentenza, tale garanzia era subordinata all’ultimazione dei lavori entro il 1876, termine che la società, ormai fallita, non era in grado di rispettare. La sicurezza sbandierata svaniva dunque nell’istante preciso in cui avrebbe dovuto fare scudo ai portatori.
Una pronuncia della Corte Suprema degli Stati Uniti, intervenuta all’indomani di un giudizio di confisca, fu del pari addotta a discolpa dai prevenuti. La Corte d’appello francese rileva tuttavia come essa non avesse affatto cancellato la decadenza futura: aveva semplicemente risparmiato ai detentori dei titoli una rovina subitanea, lasciando aperta la via a una transazione con la compagnia destinata a subentrare alla Memphis and El Paso nei cantieri texani. La decisione americana non bastava a fare di quell’avventura una ferrovia vitale.
Gli avvisi, intanto, avevano già varcato l’Atlantico. Diffondevano il miraggio di una direttrice transcontinentale, poi di un felice approdo sui mercati. La sentenza menziona l’iscrizione dei titoli al listino parigino e le millanterie circa la piazza di New York. La Corte stima che tali attestati di solvibilità fossero stati carpiti mercé influenze e maneggi colpevoli, non già generati da una reale prosperità sociale. Il lustro di un titolo quotato valeva, agli occhi di un risparmiatore lontano, quanto una prova materiale.
Uomini di penna e d’affari
Il fascicolo non si esaurisce con i promotori dell’impresa d’oltreoceano. La stampa finanziaria ebbe la sua parte. La Corte vaglia la condotta di Crampon, il quale pretendeva di non essere stato se non un mero intermediario tra gli emissari della compagnia e Paradis. I giudici respingono tale ricostruzione. Egli aveva concorso alla stesura di articoli apparsi in Francia, firmati o redatti per il Moniteur des Tirages financiers, e la Corte gli ascrive un ruolo attivo in tali pubblicazioni menzognere. Quei testi contenevano, secondo l’arresto, invenzioni di sana pianta sul progetto e sulle garanzie apprestate.
Crampon assumeva altresì di aver potuto agire in buona fede, egli stesso ingannato. La Corte oppone a tale difesa circostanze ritenute certe: egli sapeva che i titoli non erano mai stati ammessi al listino di New York né potevano esserlo; aveva sollecitato egli stesso una quotazione a Parigi, ben conscio della natura sospetta del valore. Non si era limitato a divulgare ragguagli forniti da Lissignol: vi aveva aggiunto elementi inediti che sapeva mendaci. La linea di confine tra chi diffonde una notizia e chi la ordisce sfuma allorché il tramite concorre a fabbricare il credito.
La posizione di Poupinel è scrutinata con pari rigore. La Corte lo dipinge come partecipe alla gestione degli affari di Paradis, ammesso alla spartizione degli utili e direttamente impegnato nella réclame. L’arresto rimarca le somme cospicue da lui riscosse da Paradis, nonché l’intimità dei loro rapporti. I titoli emessi, gli articoli, le intese e i compensi compongono al cospetto dei giudici un’unica catena, anziché una sequela di atti disgiunti di cui ciascuno possa dirsi estraneo all’esito.
Tra gli imputati ricorre pure il nome del generale Frémont. Occorre non confonderlo con altri personaggi omonimi della storia francese. Nella vertenza, la Gazette dà conto dell’appello contro una condanna correzionale inflitta a diversi soggetti legati alla società e ai suoi fogli d’informazione. La sentenza d’appello conferma le condanne, precisandone i contorni. Il periodico cita segnatamente Auffermann, Probst, Crampon, Gauldrée-Boileau, Lissignol e Poupinel. La varietà dei loro compiti — pubblicità, impianto societario, collocamento, mediazione — dà ragione dell’ampiezza della motivazione giudiziale.
La Corte insiste sulla consapevolezza del concorso. Quanto a Gauldrée-Boileau, Lissignol, Crampon e Poupinel, ravvisa un’intesa finalizzata a persuadere i sottoscrittori dell’esistenza di imprese e di un credito del tutto immaginari, onde ingenerare la speranza di un successo chimerico e farsi consegnare il loro denaro. La formula del diritto è esatta: la truffa discende dal concorso di macchinazioni, non dal solo dissesto consumatosi alfine.
La somma che manca
La sentenza computa in 1 987 le obbligazioni detenute da Crampon in virtù della sua ultima convenzione con Probst. Richiama inoltre le precedenti emissioni e i patti di cointeressenza agli utili. I titoli si facevano unità di conto; dietro di essi, tuttavia, stavano persone a cui la promessa di un frutto e di un pegno sicuro aveva strappato l’esborso di capitali.
La Corte d’appello conferma le pene della detenzione e dell’ammenda, dispone le confische e dichiara i rei solidalmente tenuti al risarcimento dei danni in favore delle parti civili, da liquidarsi in separata sede. Le sanzioni non sono uniformi: la decisione modula ruoli e impugnazioni. La Gazette riferisce in particolare di cinque anni di carcere e 3 000 franchi di ammenda per vari imputati, quattro anni per Crampon, tre anni per Gauldrée-Boileau, due anni per Lissignol e un anno per Poupinel, con pene pecuniarie dettagliate nel dispositivo. La statuizione di prime cure resta ferma nel resto.
La pronuncia non avvicina di un palmo le rotaie. Non garantisce che ciascun sottoscrittore sarà risarcito, né quale quota potrà mai recuperare. Né trasforma a priori ogni annuncio finanziario nella prova di un disegno delittuoso. Individua al contrario gli atti, la scienza e i tornaconti che il collegio ha ritenuto avvinti alla frode.
Nell’aula, l’impresa era stata narrata come un cantiere in divenire. Sulla carta, i terreni, l’ipoteca, i contratti e le quotazioni parevano tracciare al denaro una via piana sino al Texas. L’arresto smonta quel disegno punto per punto. La compagnia vantava una concessione, ma non i mezzi per compiere l’opera; possedeva titoli, ma il loro pegno era aleatorio; disponeva di articoli, ma i giudici ne hanno accertata la natura truffaldina. Una strada ferrata bandita da un mare all’altro si era edificata soprattutto nelle menti di chi vi poteva investire.
La Gazette stampa il verdetto quando le lusinghe hanno ormai smarrito la loro forza. Quel che resta è la precisione asciutta di un tribunale: quanti avevano fatto circolare l’ombra di quella ferrovia non potevano, dinanzi alla legge, trincerarsi dietro la distanza tra Parigi e il Texas, né dietro la veste di intermediario, né dietro il foglio stampato di un trafiletto. Il treno non era mai arrivato. Il denaro, invece, aveva davvero cambiato padrone.
