Nella scatola di latta si rinvenne ciò che i libri mastri dell’istituto avevano taciuto. Non un diamante sottratto a qualche vedova, né un pagherò strappato nell’ombra di un ridotto, bensì una lista di nomi e di somme, vergata di pugno da Henry Fauntleroy. In calce, un’addizione; dopo l’addizione, una spiegazione. Il banchiere, che aveva preso a prestito la grafia altrui per disporre dei patrimoni, aveva conservato la propria per illustrare l’ammanco.
Si figuri quel foglio dinanzi a uomini avvezzi ai titoli azionari, alle scadenze, alle garanzie: non si trovavano di fronte a un congegno di cui occorresse decifrare l’uso. Una colonna sapevano leggerla. Ma i nomi che scorrevano appartenevano a clienti stimati, e le cifre, fino ad allora tenute distinte dalle convenienze del segreto bancario, confluivano infine sotto il medesimo capo d’accusa. Le cronache dell’epoca avrebbero stimato l’intero raggiro a centosettantamila sterline. La fiducia aveva retto nei salotti; cedette su un foglio di carta.
La ditta di Berners Street possedeva del resto tutto ciò che dispensa una casa bancaria dal destare sospetti. Se ne conoscevano i casati, se ne accoglievano le disposizioni, tramandando di generazione in generazione quella deferente familiarità che consente di discorrere d’interessi senza parer toccati dall’avidità. Il padre di Fauntleroy era stato parte dell’istituto. Il figlio gli era succeduto, e l’eredità di un nome, in simili frangenti, somiglia volentieri a quella d’una virtù: si verificano le firme, ma si eredita la stima.
Henry lavorava con zelo. Un dettaglio, questo, che i suoi difensori avrebbero potuto addurre a lode del carattere, ma che dopo l’arresto assunse un significato assai meno rassicurante. In una casa ove più soci apponevano il proprio nome, l’uomo che meglio padroneggiava gli affari era pur sempre colui al quale, con naturalezza estrema, se ne rimetteva la condotta. I clienti ne ammiravano l’alacrità; non potevano scorgere quanto costasse loro. Egli non chiedeva di azzardare fortune in mirabolanti speculazioni. Rendeva i servigi pattuiti, con una puntualità che preveniva ogni quesito.
Tra quei clienti vi era Frances Young, di Chichester. Aveva affidato alla banca l’incarico di riscuotere i dividendi dei titoli intestati a suo nome. Il meccanismo non celava per lei alcun mistero: il capitale restava vincolato, le rendite le pervenivano. Una gentildonna che riceva con regolarità quanto le spetta non si desta una mattina con il dubbio che l’oggetto della sua proprietà sia svanito. È su questa precisa quiete che Fauntleroy aveva fondato il proprio operato.
Occorreva distinguere due facoltà, il cui divario costituiva l’intera sua fortuna e presto l’intera sua rovina: riscuotere la cedola d’un investimento non autorizza ad alienare il capitale. Per colmare tale distanza, il banchiere fabbricò una procura. Vi figurava il nome di Frances Young; vi comparivano quelli dei testimoni. L’atto parve legittimare ciò che la donna non aveva mai disposto. I titoli furono venduti, e la signora seguitò a percepire i suoi dividendi. Il bene aveva mutato possessore; le consuetudini erano rimaste intatte.
Possiamo immaginare, senza pretendere di ricostruire un colloquio documentato, il breve scambio che avrebbe dovuto spezzare l’incanto. Una cliente posa innanzi al proprio banchiere la ricevuta d’un versamento; non reclama il denaro, poiché le è già pervenuto, bensì il documento che attesti dove sia ora collocato il capitale.
— È sempre intestato a me?
— I suoi dividendi sono corrisposti, signora.
Ella ritira la ricevuta. La replica è esatta; non risponde a nulla. In quell’intervallo tra ciò che si domanda e ciò che ci si rassegna a intendere, un raggiro può guadagnare anni di vantaggio. Frances Young non ebbe bisogno di pronunciare quelle parole perché l’intera vicenda si consumasse nella loro discrepanza.
Fauntleroy fu arrestato il 10 settembre 1824. L’allarme era scattato per una diversa transazione, relativa a titoli custoditi per un altro fiduciario e a firme di coamministratori. Ma una banca assomiglia a quelle vecchie dimore in cui, abbattendo un tramezzo, si scopre che la crepa attraversa più piani. Le prime indagini ne richiamarono altre. Ciò che poteva sembrare un fatto isolato inaugurò una trafila: le somme disperse riaffiorarono, le autorizzazioni vennero vagliate, le fiducie messe a confronto.
Fuori, la notizia sortì l’effetto consueto delle novità straordinarie: ciascuno pretese d’esser cauto prima del vicino. I clienti accorsero, e coloro che appena il giorno innanzi avrebbero reputato un oltraggio dubitare della solidità della ditta, desideravano ora non lasciarvi neppure uno scellino. Il sospetto non rimase confinato all’uomo in ceppi; contagiò i soci, le obbligazioni, sino all’insegna sotto la quale tanti affari avevano seguito un corso placido. I pagamenti vennero sospesi. Il fallimento conferì alla diceria una forma che anche i più fiduciosi furono costretti a comprendere.
Il 30 ottobre, all’Old Bailey, l’accusa dovette tuttavia restringere il campo. Una catastrofe finanziaria, per quanto vasta, non dispensa un tribunale dall’esaminare un reato circoscritto. Si tornò a Frances Young, alla procura, ai titoli venduti. Si dovettero scrutare le firme come si scruta, in un delitto di sangue, l’arma passata per varie mani: chi l’aveva redatta, chi l’aveva esibita, cosa permetteva di ottenere? Il credito di Berners Street non aveva qui voce privilegiata. Un nome rispettabile era un nome da sottoporre a verifica.
Prima che Frances Young fosse ascoltata, un dibattito rivelò una cautela ancor più singolare. La Banca d’Inghilterra aveva ripristinato i titoli a suo nome; occorreva accertare che la donna non avesse più alcun interesse pecuniario nel verdetto, affinché la sua testimonianza potesse essere ammessa. La titolare la cui firma era stata falsificata doveva dunque rientrare in possesso dei propri beni per poter affermare, senza che le si opponesse un tornaconto personale, di non aver mai sottoscritto l’atto. Ella confermò la regolarità delle cedole e l’assoluta mancanza d’autorizzazione alla vendita. Le rendite erano state puntuali; il consenso, al contrario, non era mai esistito.
L’elenco della scatola di latta fu prodotto agli atti. Fauntleroy vi aveva annotato d’aver agito per sostenere il credito dell’istituto, d’aver venduto i titoli all’insaputa dei soci e d’aver seguitato a corrispondere i dividendi senza iscrivere tali esborsi a libro maestro. A tale discolpa si mescolava un moto di sdegno contro la Banca d’Inghilterra, cui rimproverava la condotta tenuta verso la sua ditta. Così, perfino nella confessione, cercava un avversario che gli consentisse di figurarsi altrimenti che come l’autore d’una frode.
La pretesa era singolare: salvare un banco spogliando chi vi si affidava. Eppure non si deve ridurre il dramma a una semplificazione che renda l’uomo incomprensibile. Una prima scadenza sventata può farsi passare per una vittoria; una seconda, per la prova che si faceva bene ad attendere. Nel frattempo si paga, si promette, si prosegue la gestione. Chi si è investito della missione di salvare la casa finisce col trattare i beni altrui quali espedienti provvisori per la propria salvezza. E il provvisorio non cessa mai di esigere danaro.
Personalità di riguardo resero testimonianza a favore della probità dell’imputato. Lo avevano conosciuto onorato, premuroso, degno di fede; molti avrebbero faticato a figurarsi da parte sua una condotta sleale. V’era qualcosa di profondamente amaro in quelle sincere attestazioni, rese dinanzi a pezze d’appoggio che ne dimostravano l’inanità. Quei testi non descrivevano necessariamente una figura inventata. Ritraevano l’uomo con cui avevano trattato, colui che sapeva accoglierli, lavorare con loro e render loro servigi. I clienti raggirati avevano conosciuto il medesimo uomo.
La condanna fu pronunciata per uso d’atto falso, dopo una questione pregiudiziale relativa al luogo in cui la falsificazione stessa potesse dirsi perfezionata. Seguirono i ricorsi, gli argomenti di diritto, le speranze di cui si può nutrire una famiglia finché si attende un responso. Le eccezioni sollevate non valsero a salvare Fauntleroy. Il 30 novembre 1824 fu impiccato dinanzi a Newgate. Una calca sterminata gremiva i dintorni del carcere; le cronache ne amplificarono forse il numero, ma l’interesse destato dalla sua rovina non lascia adito a dubbi.
Erano stati prenotati i posti per vedere morire il banchiere. Per quanti rimasero travolti dal dissesto, un’altra storia continuava: quella dei risarcimenti, dei crediti e delle responsabilità. Alcuni avevano recuperato i titoli; la condizione di tutti non poteva compendiarsi in un’unica formula. L’esecuzione non rimise alcuna firma al proprio posto. Nella scatola di latta i nomi restavano allineati; altrove, dietro ciascuno di essi, una vita era stata consegnata ai calcoli d’un uomo che mai era stato presentato come un giocatore d’azzardo.
