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Polizia e malavita · Francia

I gioielli che François non sapeva spiegare

Una porta chiusa in rue de Charenton conduce la polizia sulle tracce di un cuoco, per poi riaprire un delitto rimasto insoluto a Corbeil.

Il nipote bussò di nuovo. Dietro la porta, nessun movimento. Aveva lasciato lo zio al mattino, coricato nell’alloggio che dividevano in rue de Charenton; rincasava la sera e non riusciva a entrare. Un’assenza si poteva spiegare, persino un sonno pesante. Ma le ore scorrevano, e quell’uscio sbarrato costringeva a concepire ipotesi via via meno rassicuranti.

Passò la notte da alcuni vicini. L’indomani, l’inquietudine lo spinse ad avvertire un amico dello zio, poi il commissario di polizia. Quando si penetrò nella stanza, Bérard era morto. Qualcuno gli aveva tirato addosso le coperte, celandogli la testa sotto la biancheria da letto. Nell’alloggio, il baule era stato forzato; mancavano il denaro e i gioielli.

La camera non era stata abbandonata dal suo inquilino: era stata lasciata da chi, prima di andarsene, lo aveva ucciso e spogliato di ogni cosa.

Monsieur François

Siamo nel luglio del 1856. Il resoconto del ritrovamento e delle indagini compare sulla «Gazette des tribunaux» l’anno seguente, in occasione del processo a François Richeux. Vi figura con il lessico crudo e i pregiudizi dell’epoca, in particolare quando si sofferma sulla vita intima delle vittime. Si possono tuttavia seguire gli indizi senza sposare quei giudizi morali: una relazione consensuale non spiega né giustifica l’assassinio di chi aveva aperto la propria porta.

Bérard conosceva un uomo di nome François, domiciliato in rue de la Roquette. Una persona venuta all’alloggio, e poi la moglie di questa, indirizzarono le ricerche verso tale indirizzo. Il commissario vi si recò senza indugio. François era Richeux, un ex cuoco di circa quarant’anni.

La perquisizione trasformò il sospetto in una successione di corpi di reato. Fu sequestrato un coltello da cucina. Gli agenti scorsero Richeux mentre sottraeva furtivamente una scatola tra le lenzuola e se ne impadronirono: conteneva un orologio e diversi gioielli. Il numero di serie dell’orologio e il marchio dell’orologiaio consentirono di ricondurlo a Bérard. Addosso a Richeux furono trovati anche titoli intestati alla vittima, tra cui una banconota da trecento franchi e documenti relativi a rendite.

Un nome si poteva pur negare. Diveniva invece arduo spiegare perché tanti beni dell’assassinato si trovassero concentrati presso colui che asseriva di non saperne nulla.

Il pagamento

Richeux ammise l’omicidio di Bérard. Stando alle confessioni riferite in aula, aveva portato con sé il coltello, colpito la vittima, poi lavato l’arma e le proprie mani. Aveva bruciato la camicia macchiata e ne aveva indossata una di Bérard. Dopodiché aveva frugato tra i mobili, scelto ciò che poteva asportare e richiuso la porta dietro di sé.

Era rincasato per pranzare con alcuni familiari. Nel pomeriggio aveva preso il treno per Corbeil e saldato un debito di duecento franchi con un uomo che minacciava di adire le vie legali. Tale somma, presentata come il movente impellente all’origine del crimine, conferiva alla vicenda una sproporzione atroce: una vita cancellata, una stanza saccheggiata, e infine un creditore liquidato.

Il creditore, ascoltato come testimone, fino a quel momento aveva considerato Richeux un galantuomo. Gli aveva persino affidato la propria casa durante un’assenza. Si potrebbe sorridere di tanta ingenua fiducia, se essa non costituisse la trama ordinaria dell’esistenza sociale: nessuno istruisce un processo penale prima di prestare denaro a un conoscente. Il testimone aveva creduto a un uomo; si ritrovava dinanzi a un assassino. Tra l’uno e l’altro, i gesti e la voce non erano necessariamente mutati.

Ma Corbeil faceva riaffiorare un’altra storia. Cinque anni prima, un droghiere vi era stato ucciso in circostanze che la nuova inchiesta rendeva d’un tratto assai meno isolate.

Il primo amico

Jaunet era stato assassinato nella notte tra l’8 e il 9 dicembre 1851. Era stato rinvenuto sul proprio letto; la casa era stata messa a soqquadro, il denaro e i gioielli trafugati. Tracce di sangue erano visibili fin sui punti esatti in cui l’omicida aveva cercato il bottino. All’epoca le indagini avevano battuto diverse piste senza alcun esito.

Richeux conosceva bene Jaunet. I vicini lo avevano visto accanto a lui, al bancone, talvolta fino a tarda notte. L’esercente lo considerava un amico. Nei pressi del luogo del delitto, alcuni testimoni avevano notato elementi che non bastavano, da soli, a suffragare una colpevolezza: coltelli affidati a un uomo per essere arrotati, una presenza nella bottega, un chiarore intravisto senza che si potesse distinguere il volto di chi reggeva il lume.

Dopo l’omicidio, Richeux si era trasferito a Parigi. Gli anni erano trascorsi. Un fascicolo rimasto senza conclusione non svanisce mai del tutto: perde soltanto le voci che lo tengono vivo, i testimoni si stancano e le cose cambiano padrone. L’uccisione di Bérard restituì a quella di Jaunet un’attualità che il tempo pareva averle sottratto.

Alcune polizze di pegno del Monte di Pietà, scoperte presso Richeux, portarono a recuperare i gioielli impegnati. Una parente di Jaunet riconobbe degli spilloni; un orologiaio identificò un orologio. Il secondo morto riconduceva così i beni del primo al cospetto dei giudici.

L’uomo chiamato Félix

Per la morte di Jaunet, Richeux imbastì una diversa linea difensiva. Ammetteva una partecipazione ai fatti, ma indicava un certo Félix quale autore materiale dell’omicidio. Egli avrebbe soltanto fatto da palo, ricevendo poi una parte del bottino. Gli inquirenti tentarono di dare consistenza anagrafica a quell’individuo; la pubblica accusa sostenne che si trattasse di una mera finzione, congegnata per spartire una responsabilità che ogni prova faceva ricadere unicamente su Richeux.

Al dibattimento, la disparità tra i due procedimenti rimaneva sensibile. Il delitto recente aveva restituito le sue prove quasi nell’immediatezza; quello del 1851 esigeva ricognizioni a distanza di anni, ricordi sbiaditi e una faticosa convergenza di circostanze. L’accusa non poteva aggirare tale ostacolo limitandosi a ribadire l’analogia tra i crimini. I coltelli, i preziosi, i legami personali con le vittime e le oscillanti dichiarazioni dell’imputato andavano vagliati nel loro insieme.

Richeux fu condannato per entrambi gli omicidi. La «Gazette» lo accostava a Lacenaire e ricercava nei suoi lineamenti i tratti somatici di una visibile perversione. Tale pretesa fisiognomica rassicura chi ama illudersi che avrebbe saputo riconoscere il pericolo. Nulla aggiunge, però, agli oggetti sequestrati né ai fatti accertati.

Un testimone venuto dalla Russia

Il 6 aprile 1857 François Richeux fu ghigliottinato a Parigi. Tra gli spettatori vi era Lev Tolstoj. La presenza dello scrittore avrebbe conferito a quell’esecuzione una singolare risonanza: le sue meditazioni sulla soppressione giudiziaria della vita sarebbero state lette assai più delle cronache giudiziarie riguardanti Jaunet e Bérard.

Occorre preservare entrambe le storie, senza consentire che l’una cancelli l’altra. Tolstoj rimase sconvolto da ciò a cui assistette; nondimeno le vittime non cessavano di essere morte, né il loro assassino cessava di aver agito sol perché lo spettacolo del suo supplizio ispirava il ripudio dell’omicidio di Stato. Una coscienza poteva rimanere scossa senza che un crimine ne risultasse assolto.

La porta di rue de Charenton si era infine aperta. Quella di Corbeil, richiusa da un lustro su un enigma, si era dischiusa a sua volta. Al di là di quelle due soglie, la giustizia incontrò il medesimo uomo. I nomi di Jaunet e di Bérard meritano di restare accanto al suo: furono persone in carne e ossa prima di ridursi ai due delitti a cui la memoria posteriore riassume, talvolta, un mattino parigino di Tolstoj.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

La materia narrativa è tratta dall'atto d'accusa pubblicato sulla «Gazette des tribunaux» del 28 febbraio 1857: i delitti Bérard e Jaunet, la perquisizione, i corpi di reato identificati e le confessioni di Richeux. È stato espunto il lessico denigratorio delle fonti d'epoca circa la sfera privata di Bérard. La presenza di Lev Tolstoj all'esecuzione è documentata dalla testimonianza storica riportata da «Le Monde»; nessuna frase o riflessione gli è stata arbitrariamente attribuita.

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