Tre mercanti di pollame stavano partendo da Spangenberg per il mercato di Cassel quando scorsero, nel bosco di Haina, arbusti schiacciati e tracce di sangue. A pochi passi dal sentiero giaceva un uomo con il volto quasi interamente sfigurato. Due pesanti bastoni e grosse pietre, anch'essi insanguinati, si trovavano accanto al cadavere. La relazione del Pitaval evoca una lotta che sarebbe stata lunga e violenta. Nondimeno, nelle tasche del defunto vennero ritrovati oltre duemila fiorini. Il denaro c'era; mancava invece un nome.
I tre viandanti tornarono indietro a svegliare il magistrato distrettuale Koch. Questi mandò ad avvertire il comune di Haina, per poi recarsi nel bosco con un cancelliere, un medico e un chirurgo. L'esame autoptico confermò le lesioni riscontrate a prima vista: la morte era sopraggiunta per gravissimi colpi al capo, al torace, alle spalle e all'addome. L'ucciso sembrava un giovane mercante di passaggio, ma nessuno ne riconobbe i tratti. Nessun lembo di stoffa strappato né capello estraneo indirizzò sulle prime verso un sospettato, e le prime ricerche non approdarono ad alcuna pista.
L'ipotesi della rapina si impose nonostante il denaro rimasto addosso al cadavere. Le indagini proseguirono per tre giorni senza alcun esito. Poi, un cappellaio di Melsungen notò del sangue nel cappello che gli era appena stato consegnato da Jakob Gräbe, un indigente di Haina sulla cinquantina. Gräbe dichiarò di averlo trovato nel bosco e di esserselo tenuto. Nulla permetteva ancora di stabilire che il copricapo appartenesse alla vittima; tuttavia, l'assenza di cappello sul morto bastò a fare di quell'oggetto un indizio capitale.
Il sospetto si cristallizzò in fretta. Gräbe godeva di pessima reputazione e disponeva di scarse risorse; sottoposto a interrogatorio, cadde in contraddizione sulla provenienza del cappello. Protestò con forza di non aver mai visto il mercante. Il cronista riferisce che Koch, sebbene descritto come uomo colto e umano, delegava troppo ai subalterni e sorvegliava male i detenuti. Il carceriere, un usciere e due guardie del posto condividevano già la certezza che Gräbe fosse colpevole. Ai loro occhi, i suoi dinieghi non facevano che dimostrarne l'ostinazione.
La ricostruzione retrospettiva racconta che questi subordinati lo percossero, privandolo talvolta dei pasti, del riscaldamento o della luce. Agirono, si precisa, senza ordini di Koch. Una guardia, tale Hoffmann, si spinse oltre: dopo aver minacciato il prigioniero di sottoporlo alla tortura, avrebbe inscenato un'apparizione del diavolo durante la notte. Percosse, fame, freddo e terrore finirono per strappare ciò che l'inchiesta non aveva saputo accertare. Dopo una lunga detenzione, Gräbe chiese di essere ascoltato e confessò il delitto.
La sua ammissione non si fermò lì. Fece i nomi di quattro complici: due cittadini di Melsungen di cognome Kothe, la guardia forestale Fehr e l'ex ussaro Kratzenberg. Poiché non sapeva distinguere i due Kothe per nome di battesimo, le autorità fecero comparire i dodici uomini di Melsungen che portavano quel casato. Gräbe indicò il quinto e il sesto. Il cronista li descrive come commercianti di legname ricchi e stimati. Le loro proteste non ne impedirono l'arresto. I quattro uomini furono incatenati insieme a Gräbe e rinchiusi come autori di un omicidio a scopo di rapina.
La notizia sconvolse Melsungen. La sorella maggiore di Johannes Kothe, nubile e risoluta, si recò a Cassel per chiederne la scarcerazione su cauzione. Nella locanda in cui alloggiava, raccontò il proprio viaggio e l'intricata vicenda alla sorella del locandiere. Quest'ultima si rammentò allora di un episodio avvenuto diversi mesi prima, che non era stata in grado di collegare al corpo rinvenuto nel bosco.
Il 2 maggio, alle prime luci dell'alba, un giovane mercante di tele era entrato nella locanda Heerwagen. Faceva ritorno da Amburgo, dove aveva riscosso il ricavato delle sue vendite, e portava una pesante sacca da viaggio. Aveva chiesto che gli si trovasse un facchino fidato per raggiungere Haina. Due giovani sconosciuti si erano presto offerti di fargli da guida. Avevano assicurato di conoscere la strada e di poter portare la sacca a turno; il viaggiatore aveva così congedato il messaggero che era già stato mandato a chiamare. Secondo il ricordo riportato dal Pitaval, i due avevano mangiato e bevuto con lui, interrogandolo sui suoi affari. Egli aveva confidato di chiamarsi Hau, di star tornando dalla sua giovane sposa e di aver chiuso un'ottima annata.
La sorella del locandiere ricordava anche un orologio d'oro, posato sul tavolo della camera al piano superiore dove era stata portata dell'acqua a Hau. L'uomo le aveva spiegato di averlo acquistato per la moglie. Un avventore aveva trovato inquietanti i due compagni e aveva mormorato che non avrebbe mai viaggiato con loro attraverso una foresta, di notte. Ma all'epoca nessuno aveva denunciato alcun crimine. Dopo la scoperta del cadavere, la donna aveva ripensato a Hau senza riuscire a mettere a fuoco il ricordo con la precisione necessaria per riferirlo alla giustizia.
La sorella di Kothe domandò dove i due sconosciuti avessero pagato il pasto. La risposta la condusse alla locanda Ziller, nel quartiere dell'Unterneustadt. Il registro degli ospiti e i ricordi del personale consentirono di risalire a due viaggiatori: Jakob Roßbach, di Sterbfritz, e Georg Müller, di Schwarzenfeld. La donna fece pervenire questi nomi al giudice penale Hausmann, a Cassel, il quale richiese informazioni alle autorità di Schwarzenfeld. Le prime risposte descrissero i due come commercianti falliti e segnalarono le loro recenti spese vistose, pur senza accertare ancora l'omicidio.
La pista trovò conferma quando uno dei due fece ritorno a Cassel. La sorella del locandiere riconobbe l'orologio di Hau, che aveva visto sul tavolo della stanza al piano di sopra. Avvertì il fratello, che a sua volta allertò il magistrato. L'uomo fu arrestato: si trattava di Georg Müller. Poco dopo venne catturato anche Jakob Roßbach. Interrogato e messo a confronto con i testimoni e con i reperti dell'indagine, quest'ultimo finì per confessare. Il resoconto spiega che i due complici, rovinati nei commerci e carichi di famiglia, avevano accarezzato l'idea di arruolarsi come volontari alla ripresa della guerra contro la Francia. L'incontro con Hau era parso loro, nei loro calcoli, l'occasione propizia per procurarsi il denaro necessario.
Il Pitaval narra che, dopo aver camminato insieme a lui, i due uomini lo assalirono nel fitto del bosco. Müller colpì per primo con un bastone; Roßbach si avventò sul mercante. Il testo attribuisce poi a Roßbach l'ordine di continuare a infierire, riportando che Müller finì per replicare che Hau era ormai morto. Questa scena proviene dal racconto retrospettivo e dalla confessione riferita, non da un verbale d'udienza qui direttamente consultato. Gli assassini portarono via la sacca e l'orologio; incalzati dalla fretta, non frugarono le tasche, dove la cronaca colloca oltre 2.090 fiorini d'oro e monete d'argento di Amburgo. Si disfecero degli abiti macchiati, indossarono quelli di Hau, quindi fecero ritorno nella regione attraverso varie tappe. L'orologio, più del denaro, finì per tradirli.
La giustizia, tuttavia, non riuscì a trattenere entrambi gli imputati sino alla conclusione del procedimento. Durante il trasferimento a Haina per il sopralluogo giudiziario, Müller evase; il cronista rimprovera alle guardie, membri della milizia territoriale, la loro imperdonabile negligenza. L'uomo svanì nel nulla nonostante le ricerche e non fu mai più rintracciato. La vedova di Hau, residente in Baviera, fu convocata. Riconobbe gli abiti e gli effetti personali del marito; altri riscontri confermarono l'identità del mercante. Roßbach comparve da solo nel prosieguo dell'istruttoria speciale. Il tribunale lo condannò a morte, la corte suprema confermò la sentenza ed egli fu decapitato con la spada a Cassel nel 1816.
La confessione di Gräbe, dal canto suo, non aveva chiuso la vicenda: aveva trascinato quattro innocenti in prigione. Il cronista attribuisce quella prima ammissione alla debolezza di mente del detenuto e alle violenze subite; non essendo disponibili gli atti originali, tale spiegazione rimane quella del Pitaval, così come i dettagli sul supplizio notturno. Si stima che la detenzione dei cinque uomini sia durata circa un anno, pur riconoscendo che la durata esatta non è nota. La loro scarcerazione viene data per scontata nel seguito della narrazione, senza date precise.
La riparazione non fu né uniforme né esaustiva. A Gräbe le autorità concessero un'esenzione fiscale a vita, estesa alla sua modesta proprietà. Il comune di Haina pretese poi quella stessa contribuzione addossandola alla comunità in vece del beneficiario: il favore accordato al prigioniero gravò dunque su vicini che non avevano alcuna colpa. Johannes Kothe, la cui attività commerciale era stata distrutta dall'arresto, ottenne dal Tesoro duemila talleri dopo lunghe trattative. Werner Kothe, Fehr e Kratzenberg chiesero anch'essi un indennizzo; la cronaca attesta che non ricevettero alcun compenso né alcun riconoscimento pubblico della propria innocenza.
I dipendenti che avevano maltrattato i prigionieri furono perseguiti. Il carceriere, l'usciere e le due guardie furono destituiti e condannati a un anno di reclusione nelle medesime celle dove avevano vessato le loro vittime. Diversa fu la sorte di Koch. Un procedimento disciplinare pendeva anche sul suo capo, ma il racconto afferma che non fu mai portato a compimento. Nel 1815, il territorio di Katzenelnbogen passò dall'Assia-Cassel al Nassau; Koch fu trasferito insieme al territorio e divenne funzionario giudiziario nel nuovo Stato. Il cronista ascrive a questo passaggio burocratico l'interruzione dell'inchiesta a suo carico.
In principio, la morte di Hau sembrava aver consegnato soltanto un cadavere, un cappello sospetto e una confessione. Il vero delitto fu chiarito grazie a un orologio riconosciuto e a ricordi rimasti a lungo inerti; la confessione, invece, non aveva fatto che fabbricare quattro complici. Il racconto non riserva ai cinque detenuti un risarcimento commisurato all'anno trascorso in carcere, né conduce Koch a una sanzione definitiva. Un caso risolto poteva così lasciare dietro di sé una seconda ingiustizia: quella inferta a uomini che l'inchiesta aveva già condannato nella mente dei giudici prima ancora di aver accertato i fatti.
