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Giustizia e scandali · Francia

Il complice creduto morto

Dopo il duplice omicidio di Prudhomme e Marie Duru alla Croix-Verte, Victor-Alphonse Daumas-Dupin fu arrestato a Milano. Condannato a morte al termine di due processi — il primo dei quali cassato per vizio di forma —, fu giustiziato a Parigi il 3 dicembre 1829. Il complice Jean-Baptiste Robert, detto Saint-Clair, creduto caduto in combattimento, fu riconosciuto a Valence nel 1830 in seguito a un furto d’argenteria e confessò; gli atti non riportano il seguito giudiziario.

Quando la polizia rintracciò Victor-Alphonse Daumas-Dupin a Milano, l’uomo viveva oltre le Alpi, lontano dal luogo in cui due osti erano stati assassinati. Alla Croix-Verte, locanda isolata nel comune di Attainville, Prudhomme e Marie Duru erano rimasti soli con due avventori nella notte del 24 gennaio 1829. L’indomani, il padre di Marie vi si recò per riprendere un cappello, trovò le porte sprangate e le fece abbattere; scoprì i cadaveri. La vicenda avrebbe condotto Daumas dinanzi a due corti d’assise, giacché la prima condanna sarebbe stata annullata per un vizio di forma. Non si sarebbe tuttavia conclusa con l’esecuzione del condannato: il complice che si riteneva morto sarebbe riapparso a Valence, sotto altro abito e con un altro nome.

Prudhomme e Marie Duru gestivano l’osteria della Croix-Verte. Erano sposi novelli; lui aveva venticinque anni, lei appena sedici. Il 24 gennaio 1829, due uomini che dovevano passare la notte nella locanda vi rimasero con loro. Il giorno seguente, il padre di Marie, gessino a Mont-Sonil, andò a cercare un cappello lasciato da uno dei suoi generi. Le porte erano chiuse dall’interno. Si dovette sfondarle. Duru trovò la figlia e il genero esanimi vicino alla stufa. I mobili erano stati frugati; denaro, un orologio e un abito nero completo erano scomparsi. Champagnac restituisce la tragica ampiezza della scena, ma il racconto può limitarsi a ciò che quella scoperta provocò: un padre entrava nella casa dove sua figlia era vissuta e doveva farne scaturire l’azione della giustizia.

I sospetti si appuntarono su Daumas-Dupin e su Jean-Baptiste Robert, detto Saint-Clair. Entrambi erano forzati evasi. L’uno aveva preso la via di Milano; l’altro sfuggiva alle ricerche. La polizia apprese che del denaro veniva inviato a Milano sotto quattro nomi diversi. Fece bloccare per quattro giorni una rimessa intestata a uno di questi alias e spedì un agente sul posto. Quando Daumas-Dupin si presentò per riscuotere la somma, l’agente sostenne di essere lui il legittimo destinatario. Daumas lo accusò di menzogna; l’agente gli ribatté la medesima accusa. Furono tratti in arresto entrambi. L’identità del poliziotto fu presto acclarata ed egli venne rilasciato; Daumas, invece, fu ricondotto in Francia.

Davanti alla corte d’assise della Senna, il 31 ottobre, l’imputato non negò i fatti contestati nel dibattimento. Cercava però di riversare ogni responsabilità su Saint-Clair: costui, affermava, aveva fatto tutto da solo, mentre egli si era adirato contro il complice e aveva persino tentato di sopprimerlo a sua volta. Asseriva che Saint-Clair avesse portato via la refurtiva, lasciando a lui soltanto una giacca da caccia e un cappello per camuffarsi. Il vecchio Duru fu chiamato a testimoniare. Entrando nell’aula e vedendo i corpi di reato, distolse dapprima lo sguardo dal banco dell’accusato. La sua deposizione rievocò dinanzi ai giurati la casa sbarrata e i due giovani sposi che vi aveva rinvenuti, insieme all’inventario degli oggetti trafugati.

Daumas-Dupin prese poi la parola con una memoria difensiva scritta. La prima corte lo dichiarò colpevole e pronunciò la pena capitale. Egli ricorse in cassazione. Il 17 novembre, un vizio di forma determinò l’annullamento della sentenza e il rinvio del procedimento dinanzi alla corte d’assise di Seine-et-Oise, a Versailles. Non si trattava di un proscioglimento, bensì di un nuovo processo, con una nuova camera di consiglio. I dibattimenti ripresero in un’altra aula, ove l’imputato pronunciò una seconda arringa. Disse di rimettersi al verdetto dei giurati e domandò loro di rammentare che, ai suoi occhi, non lo attendeva altra sorte se non la tomba.

Dopo un’ora e mezza di delibera, la giuria rispose affermativamente ai quesiti sull’omicidio, sulla premeditazione e sul furto che le erano stati sottoposti. Daumas ascoltò la condanna senza tradire emozione alcuna. Il 3 dicembre 1829 fu giustiziato a Parigi. Champagnac riferisce che serbò il silenzio durante i preparativi, che conservò la presenza di spirito necessaria a fissare la scaletta del carretto e che ai piedi del patibolo pregò Iddio di salvare la sua anima prima di consegnarsi al boia. Non confessò esplicitamente il delitto; interrogato al riguardo, chiedeva che non se ne facesse menzione e che si dimenticasse il passato.

Quanto a Saint-Clair, la procedura sembrava non avere altro sbocco se non la vana ricerca. Le autorità avevano seguito i suoi spostamenti attraverso il Piemonte, la Svizzera e la Germania, fino ai confini dell’Impero ottomano. Dispacci ufficiali annunciarono che l’uomo era stato arruolato in un reggimento ed era caduto in combattimento contro dei predoni. La notizia pareva chiudere la sua fuga; non gli impediva tuttavia di proseguirla. Il cronista la registra come una morte presunta, presto smentita da un uomo che sarebbe ricomparso in territorio francese.

La seconda vicenda si svolge a Valence, nel 1830. In una giornata d’autunno, una nutrita comitiva sedeva alla tavola rotonda della locanda principale. La conversazione era caduta su Lavater e sulle dottrine frenologiche. Un uomo vestito di nero sosteneva che i pensieri e le passioni lascino tracce indelebili sul volto e che tali segni, uniti alla conformazione del cranio, consentano di decifrare le inclinazioni di un individuo. Asseriva di non essersi mai ingannato. Parecchi convitati lo invitarono a dare prova del suo talento; egli si prestò alla dimostrazione e l’uditorio ne rimase persuaso.

Un viaggiatore, rimasto fino a quel momento in disparte, rifiutò di lasciarsi convincere. Dichiarò che i pensieri non si leggevano sul volto e sfidò l’uomo in nero a rivelare chi egli fosse. Questi esitò, poi rispose che, se la sua scienza non errava, aveva dinanzi a sé uno dei più grandi scellerati della terra, un assassino. La tensione pervase la sala. Lo sconosciuto balzò in piedi colmo d’ira. In quell’istante, l’albergatore entrò per annunciare il furto di argenteria avvenuto in un borgo vicino e l’arrivo dei gendarmi, che cercavano il sospetto.

Tutti gli sguardi convergevano sul viaggiatore. La collera, riferisce il cronista, si raggelò quando gli agenti perquisirono il suo baule e vi rinvennero gli oggetti rubati. Fu tratto in arresto. Dopo molti giorni di silenzio, rese piena confessione. Quell’uomo era Robert Saint-Clair, il complice di Daumas-Dupin. La cronaca non dà conto, in questa scena, di una nuova comparizione né dell’esito giudiziario della cattura; attesta soltanto che l’individuo dato per morto dai rapporti ufficiali era riapparso sotto falsa identità, per poi essere smascherato da un’indagine avviata per un furto del tutto estraneo.

L’intreccio dei due episodi ha del singolare: nella prima aula d’assise, Daumas aveva addossato le colpe su Saint-Clair; nella locanda di Valence, quest’ultimo veniva infine riconosciuto, ma non già per il vaticinio dell’uomo vestito di nero. Fu l’argenteria scoperta nel baule a far cadere la maschera. La teoria fisionomica, discussa a tavola come una scienza capace di decifrare le esistenze, non aveva prodotto altro che un’accusa scagliata nell’ira. La prova provata veniva d’altronde: da oggetti furtivi che si potevano mostrare alla forza pubblica.

La giustizia aveva punito Daumas-Dupin per i fatti della Croix-Verte dopo due processi, il primo cassato e il secondo concluso con la pena capitale. La sorte di Saint-Clair non si confonde con quella sentenza: la cronaca narra il suo arresto a Valence e le confessioni rese dopo molti giorni, senza precisare la pena inflitta. Tra una morte annunciata dalle carte e un ritorno confermato dai testimoni, la sua parabola rammenta come una notizia ufficiale possa talvolta troncare troppo presto l’inseguimento. A Valence non fu ritrovato per il ritratto che un commensale pretendeva di leggere, bensì per le cose scoperte nel suo baule.

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L’uomo che reclamò il denaro

Un racconto d'invenzione seguirebbe un agente inviato in terra straniera ad attendere un vaglia sotto falso nome. Allo sportello, uno sconosciuto giunge a riscuotere la somma affermando di essere il legittimo destinatario; l’agente sostiene di essere egli stesso quell'uomo. Il diverbio attira gli impiegati e blocca la fila. Personaggi ed eventi sarebbero frutto di finzione. Nella tasca del visitatore, una lettera reca quattro identità differenti. Vi appassionerebbe questa cronaca di un arresto in cui la disputa su un nome dischiude una lunga latitanza?

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Lettura integrale del capitolo VIII36 (fonte locale work/cap400/sources/champagnac/tome-8-chap-36.txt; SHA-256 d4e862f35f6d99b9926b294d2d9af3cad973ee9ce2d53ebad7acbb878169aef7). Prudhomme e Marie Duru furono trovati morti alla Croix-Verte il 25 gennaio 1829. I sospetti ricaddero su Victor-Alphonse Daumas-Dupin e Jean-Baptiste Robert, detto Saint-Clair. Daumas-Dupin, arrestato a Milano, fu condannato a morte una prima volta; sentenza cassata il 17 novembre per vizio di forma, poi nuovamente condannato a Versailles e giustiziato il 3 dicembre 1829 a Parigi. Rapporti ufficiali annunciarono la morte di Saint-Clair in combattimento; un episodio del 1830 lo mostra arrestato a Valence per un furto di argenteria, mentre confessa dopo diversi giorni. Nessun seguito giudiziario di tale arresto è documentato nel capitolo. I particolari truculenti sono stati omessi.

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