Nella bottega d’un sarto di Regendorf, Walburga Seidel riconobbe una stoffa appartenuta alla gonna di sua sorella. L’artigiano la stava tagliando per confezionare un panciotto ordinato da Andrew Bichel. Catherine era svanita da quasi tre mesi; nessuno, sino ad allora, aveva ritenuto di allertare la giustizia. Quel ritaglio mutò d’un tratto un’assenza che la famiglia sperava provvisoria in una questione pubblica: come poteva l’abito d’una scomparsa trovarsi nelle mani d’un uomo che pretendeva di conoscerla a stento?
Catherine Seidel viveva con le sorelle a Regendorf. Un mattino del febbraio 1808, si era mossa per andare a consultare Bichel, il quale millantava di saper leggere l’avvenire in uno specchio. La giovane era rincasata giusto il tempo di raccogliere i suoi abiti migliori, per poi fare ritorno dall’uomo con un fardello. Non ricomparve mai più. Le sorelle chiesero conto a Bichel di dove fosse finita; quegli rispose che se n’era andata con un forestiero, assecondando la richiesta di costui. Ad altri, invece, assicurò di ignorarne del tutto la sorte. Una voce più antica mormorava che una cugina dello stesso Bichel si fosse recata da lui per un simile vaticinio, finendo anch’essa per svanire nel nulla.
Quella cugina si chiamava Barbara Reisinger, figlia d’un bracciante di Loisenrieth. Nelle prime pagine Feuerbach colloca la sua partenza nell’estate del 1807, allorché la giovane lasciò il focolare paterno in cerca d’una collocazione a servizio. Più avanti, tuttavia, riferisce che Bichel, nel confessare, datò la visita di Barbara a poco dopo il San Michele del 1806. La cronaca non sana questa discrepanza. Le due versioni convergono nondimeno su un punto essenziale: Bichel aveva persuaso la giovane di poterle svelare il futuro, facendosi poi consegnare i suoi vestiti.
Le sparizioni non erano state notificate alle autorità. I genitori di Barbara cullavano la speranza che la figlia fosse semplicemente andata a lavorare altrove; le sorelle di Catherine avevano interrogato Bichel, prestando fede ai suoi dinieghi. Poi, la scoperta di Walburga dal sarto. Il 19 maggio 1808 la ragazza espose ai magistrati come la sorella fosse stata attirata a casa di Bichel, come avesse raccontato che costui le avrebbe mostrato l’avvenire, e come si fosse allontanata portando con sé vari cambi d’abito. Theresa, la maggiore, descrisse con minuzia i vestiti che Catherine aveva preso con sé, indicando il 15 febbraio quale data della scomparsa.
L’indomani stesso gli ufficiali di giustizia si presentarono alla dimora di Bichel. L’uomo si era allontanato verso il bosco; due gendarmi furono sguinzagliati al suo inseguimento, mentre la moglie veniva piantonata e Theresa sottoposta a interrogatorio. Al momento dell’arresto, gli agenti sorpresero l’uomo mentre tentava di occultare, per poi disfarsene, un fazzoletto di cotone. Theresa lo riconobbe all’istante: apparteneva a Catherine. Bichel negò di conoscere le sorelle e sostenne di aver comprato il fazzoletto al mercato degli stracci di Ratisbona. Imbastì poi la favola d’un giovane forestiero che avrebbe mandato a chiamare la ragazza, aggiungendo d’aver inteso dire che costei viveva a Landshut, vestita alla francese. Interrogato sullo specchio magico, arrossì e negò di possederne alcuno. Pretese allora che un tempo fosse stato un uomo affetto da gozzo a mostrare alle fanciulle i futuri mariti mediante un congegno d’ottica.
La perquisizione recò altri elementi. Una cassa custodiva indumenti femminili; altri ne celava la soffitta. Le due sorelle di Catherine ne riconobbero molti tra quelli che la giovane aveva portato con sé. Altri capi furono identificati come appartenenti a Barbara. Alcuni testimoni dichiararono che la moglie di Bichel ne aveva venduti una parte e indossati altri. La donna affermò che il marito le aveva consegnato i vestiti della cassa sostenendo che provenissero dal padre di Barbara; negò invece ogni cognizione su quelli rinvenuti nel granaio. I vicini confermarono inoltre che Bichel aveva tentato di adescare altre fanciulle col miraggio di svelare loro il destino. Una teste rammentò d’aver scorto Catherine nei pressi dell’abitazione, col fardello sotto il braccio, il giorno stesso in cui si erano perse le sue tracce.
I magistrati disponevano ormai di vestiti, d’un fazzoletto, di testimonianze e di due sparizioni, ma nessun corpo era ancora riemerso. Nessun segno manifesto attestava con certezza un delitto. La svolta giunse grazie al cane d’uno dei gendarmi. A ogni sopralluogo, la bestia correva ostinatamente verso la legnaia, fiutando la terra. Il 22 maggio il gendarme tornò sul posto con alcuni uomini e fece scavare sotto la tettoia. Dissotterrarono resti umani celati sotto fascine e zolle. Il sottufficiale ritenne che i primi resti potessero essere quelli di Barbara. Poco oltre giaceva un secondo corpo, che i testimoni ricondussero a Catherine per i lineamenti del volto e gli orecchini d’ottone dorato.
Il medico e due chirurghi esaminarono il luogo e le salme, redigendo i referti per la corte. Gli indumenti identificati dalle sorelle legavano ormai a doppio filo le due sparizioni alla casa di Bichel.
Sottoposto a nuovo esame, Bichel accusò dapprima ignoti d’aver ucciso Catherine nella sua dimora. Ritirò poi l’asserzione, ammettendo d’averla soppressa egli stesso al culmine d’un alterco, per mutare nuovamente versione poco appresso. Messo alle strette sul secondo cadavere, sbiancò in volto e negò d’aver mai conosciuto la defunta. Gli inquirenti gli sottoposero novantuno quesiti; l’uomo alternò spiegazioni e dinieghi, concedendo un particolare per celarne subito un altro. Finì infine col confessare: aveva adescato Catherine nella propria abitazione per impadronirsi dei suoi vestiti, l’aveva uccisa e ne aveva occultato i resti.
Un’ordinanza bavarese del 1806, che aveva bandito la tortura, contemplava un rito speciale per gli imputati pervicaci nella negazione: condurli sulla scena del crimine e, se possibile, interrogarli al cospetto dei resti della vittima. Bichel fu ricondotto a Regendorf. Nel palazzo municipale fu colto da un principio di svenimento e chiese dell’acqua. Continuò ciononostante a proclamare la propria ignoranza circa l’identità del primo cadavere. Nella sua casa, le salme erano state composte su assi di legno. Riconobbe Catherine, ma persistette nel negare che Barbara fosse opera sua. Due giorni più tardi chiese udienza e ammise d’aver assassinato anche Barbara. Scagionò la moglie, dichiarando che la donna non aveva preso parte a nessuno dei due delitti e che nulla ne aveva mai saputo.
La confessione disvelò la trama degli incontri. Con Barbara, Bichel aveva fatto cadere il discorso sulle arti occulte e fabbricato un falso specchio: un’asse avvolta in un telo bianco, munita d’un cannocchialino. L’aveva persuasa a farsi bendare gli occhi e legare le mani per contemplare il prodigio. Le aveva poi sottratto le vesti e ingannato il padre, facendogli credere che la figlia si fosse maritata, fosse a servizio presso un ambasciatore e reclamasse i propri effetti personali. Il genitore aveva persino trasportato il fardello per un tratto di strada per conto di lui. Con Catherine, Bichel aveva reiterato la promessa del vaticinio, intimandole di recare con sé più abiti. Il movente addotto era la bramosia di impossessarsi del guardaroba delle vittime.
Altre giovani erano scampate alla medesima trappola. A una ragazza Bichel aveva proposto di interrogare lo specchio per apprendere se il fidanzato fosse ancora in vita, esigendo che portasse con sé i suoi abiti migliori. Juliana Daweck e Margaret Heimberger avevano ricevuto analoghe profferte. Non vi si recarono, vuoi per diffidenza, vuoi per caso. Tali tentativi non mutarono il destino delle scomparse, ma dimostrarono ai giudici che l’espediente divinatorio non era un’invenzione escogitata dopo la cattura.
Il tribunale d’appello di Neuburg pronunciò la sentenza il 4 febbraio 1809. Bichel fu condannato al supplizio della ruota; la corte centrale confermò la pronuncia. La pena fu in seguito commutata nella decapitazione. Feuerbach riferisce che tale clemenza fu accordata in nome della dignità dello Stato, affinché la sanzione non gareggiasse in ferocia con l’atrocità dei crimini. Gli atti non recano la data dell’esecuzione.
