Nella notte tra il 12 e il 13 novembre 1833, il procaccia postale da Aarau a Zurigo transita nei pressi di Wohlen-schwyl. Il baule posteriore viene forzato; alcune lettere finiscono disperse lungo la carreggiata e un sacco di denaro scompare. Sei notti più tardi, la serratura cede di nuovo nel medesimo punto. Al mattino, la corrispondenza giace sparpagliata per il villaggio e, accanto alla canonica, viene rinvenuto un grimaldello. La posta è stata assalita due volte; altri tentativi falliranno contro le sbarre di ferro collocate a protezione del forziere. Ma la strada maestra non è l’unico teatro degli eventi. Ben presto, le fiamme si levano attorno alla chiesa.
Wohlen-schwyl è un borgo argoviese sorto lungo la direttrice che unisce due città. Il corriere vi fa sosta, i viaggiatori vi pernottano e il curato Peter Welti ne conosce a fondo case e abitanti. Dopo i primi roghi, si adopera per raccogliere elemosine a favore dei sinistrati. È una di quelle figure cui la parrocchia si rivolge quando occorre pregare, consolare o recare soccorso. Agli occhi dei compaesani, nulla lo collega ai lucchetti scassinati del furgone postale.
Ai primi di gennaio, il fuoco divampa in una vasta dimora di legno dal tetto di paglia. La notte si riempie di gridi d’allarme; segnali luminosi vengono accesi dalle alture, le campane martellano a stormo e i paesani accorrono. Mentre si crede di aver domato il primo focolaio, un’altra abitazione, a ridosso della chiesa e della canonica, prende fuoco. Il campanile è in pericolo. Sette famiglie perdono il tetto, i letti, gli abiti, gli arnesi da lavoro e quasi ogni masserizia. Un fanciullo di dieci anni perisce tra le fiamme; con lui muoiono tre mucche, un vitello, un maiale e una capra.
Nella canonica, un pagliericcio comincia a covare sul pavimento. La brace, trasportata dal vento e dal turbinio dell’incendio, avrebbe potuto raggiungere il granaio; la si soffoca in tempo. I scandole del campanile sono ormai anneriti. Quando la comunità si raduna per fare la conta dei danni, Welti prende parte alla colletta destinata alle famiglie ridotte sul lastrico. La notizia del sinistro viene riportata sui giornali con un appello alla carità pubblica. Giungono donazioni da più parti. Gli abitanti si sforzano di ricostruire; le autorità cercano l’origine del rogo, senza trovare traccia alcuna.
Il 6 febbraio, verso le quattro e mezza del mattino, un’altra casa brucia a Mägenwil, a mezz’ora di cammino. È la dimora della vedova Huber. Gli occupanti vengono destati bruscamente e fuggono nella notte. Welti si sta recando proprio ad Aarau per trattare i lavori della canonica; scorge il fumo lungo la via, sveglia la famiglia e presta manforte nello sgombero del bestiame. Una delle figlie della Huber rientra nell’edificio, presumibilmente per trarre in salvo delle vesti; non ne uscirà viva. Il fuoco rade al suolo la casa e quattro fabbricati attigui. Welti riferirà poi che la famiglia era solita maneggiare il fuoco con imprudenza. Il suo ruolo di soccorritore e le sue spiegazioni non dissipano tuttavia le perplessità.
Il 18 febbraio l’allarme risuona ancora a Wohlen-schwyl: un fienile appartenente ai fratelli Seiler viene incenerito fino alle fondamenta. Il consiglio municipale stabilisce ufficialmente l’origine dolosa del rogo, pur senza fare nomi. Le chiacchiere di paese, tuttavia, dismettono ogni cautela. Il nome del curato comincia a circolare. Il 21 febbraio un altro rogo scoppia a Birrhard, nella cascina d’un contadino. L’incendio muove dalla copertura di strame e si propaga con tale rapidità che i residenti, già coricati, hanno appena il tempo di scappare. L’amministratore distrettuale giunge sul posto e trova Welti intento a far uscire gli animali dalla stalla. Ancora una volta, egli si trova al centro della scena, presentandosi nelle vesti del salvatore.
Il 22 febbraio l’«Aargauer Zeitung» pubblica un resoconto anonimo sull’incendio del fienile. L’articolo descrive i soccorsi giunti dai villaggi vicini, i residenti a guardia delle proprie case, il terrore che un nuovo focolaio divampi alle loro spalle. Vi si aggiunge poi un aneddoto: la sera della sciagura, un cittadino di Eckwyl di ritorno da Bühlison sarebbe stato fermato da una banda di briganti tra Wohlen-schwyl e Mägenwil, scampando al pericolo solo grazie a una fuga precipitosa. Nessuno in zona è a conoscenza dell’agguato; l’inquirente lo riterrà una pura invenzione. L’indagine risalirà presto anche all’autore del pezzo: lo stesso Welti. Proprio mentre il suo nome si fa strada nei sospetti della gente, la sua penna evoca malfattori che nessun testimone ha mai incrociato sul proprio cammino.
Tra i parrocchiani, nondimeno, i sospetti si alimentano di riscontri più materiali. Il giorno dell’incendio di Birrhard, il 21 febbraio, Welti si trovava alla locanda del Sole. Si era assentato dalla sala comune per due volte, una di giorno e una dopo l’imbrunire. Asserisce di non aver notato nessuno aggirarsi nei pressi della cascina; udite le grida, si era unito ai soccorritori, entrando in una stalla che ben conosceva per sciogliere gli animali. I testimoni confermano taluni dettagli dei suoi spostamenti. Lo collocano inoltre, prima di svariati incendi, nelle immediate vicinanze dei luoghi colpiti. I periti esaminano la direzione del vento ed escludono categoricamente che il pagliericcio della canonica possa essersi incendiato per mera fatalità.
I conti del prelato rendono il quadro ancor più torbido. Welti è schiacciato dai debiti e i creditori non gli danno tregua; il pignoramento giudiziario è imminente. Eppure, a far data dal 13 novembre, egli rimborsa a dodici diversi creditori una somma complessiva di 1.624 franchi. Le monete con cui effettua i pagamenti sono del medesimo conio di quelle sottratte dai plichi postali. Non è in grado di giustificare la provenienza di quel denaro. Gli inquirenti scoprono altresì che si era informato minuziosamente sulla fattura del forziere della diligenza e sui suoi congegni di chiusura. Parallelamente, aveva provveduto ad assicurare i mobili della canonica per la cifra di 3.000 franchi. La polizia unifica a quel punto i fascicoli: l’assalto postale e la catena di incendi diventano una sola indagine.
La popolazione non intende attendere i tempi della legge. Gruppi di villici si radunano e minacciano di linciare Welti qualora osi mostrarsi o tenti di officiare la messa domenicale. L’autorità giudiziaria esita a tradurlo subito in carcere; lo fa piantonare dai gendarmi all’interno della sua stessa abitazione. È una decisione dettata da prudenza istruttoria, ma anche dal timore di una folla che ha già mutato il sospetto in furore cieco. La perquisizione della canonica porta alla luce un reperto determinante: una scure reca tracce di vernice giallo-verdastra. Il baule della posta era dipinto esattamente di quel colore, e le intaccature sul metallo della cassa combaciano con il filo della lama. L’attrezzo salda irrimediabilmente la dimora del curato alla strada postale.
Il tribunale ordina l’apertura del procedimento penale e dispone il trasferimento di Welti nelle carceri. Durante i primi interrogatori d’aprile, egli nega pervicacemente furti e incendi, persino dinanzi alle smentite formali dei testimoni. A motivo della sua caparbia reticenza, il magistrato ne dispone la reclusione per tre giorni a pane e acqua. La mattina seguente, il secondino scopre che l’imputato ha scavato una breccia nel muro della cella. Il foro, tuttavia, è troppo angusto per consentirgli il passaggio. Il fallito tentativo di fuga muta radicalmente il corso del processo: il curato capitola, chiede udienza e dichiara di voler confessare ogni cosa.
Il 3 maggio arrivano le ammissioni. Welti descrive come abbia scassinato il forziere della diligenza, asportato il denaro e gettato le lettere sulla via. Era ritornato sullo stesso tratto di strada; in un momento successivo, aveva aggredito di nuovo il chiavistello, dapprima con la scure, poi con ferri da scasso presi in canonica. La ferramenta aveva tenuto e la vettura, procedendo spedita, gli era sfuggita. Questi ulteriori assalti avevano lasciato soltanto scalfitture, ma il bottino delle due rapine riuscite era già stato interamente impiegato per tacitare i creditori.
Quanto agli incendi, Welti rivela un meccanismo elementare: un pezzo di spugna acceso al fornello della pipa e infilato nella paglia o nel fieno. In gennaio dà fuoco a due case, una a monte e l’altra a valle della canonica, approfittando del disorientamento generale provocato dal primo fumo. Tenta poi di incendiare la propria residenza deponendo la cenere incandescente della pipa sul pagliericcio dell’atrio. La paglia brucia lentamente, ma i compaesani entrati per prestare aiuto soffocano il principio d’incendio prima che attecchisca davvero. A Mägenwil desta la famiglia solo dopo aver appiccato il fuoco al tetto; resta sul posto per salvare le bestie, poi si ritira in una locanda fino a mezzogiorno. Il 18 febbraio appicca le fiamme alla stalla dei Seiler con la consueta esca e accorre a spegnerle. A Birrhard infila di nuovo il frammento incandescente nel tetto di strame d’una cascina a lui sconosciuta, trattenendosi sul luogo fino alle tre del mattino.
I capi d’imputazione non poggiano ormai più soltanto sulla singolare ubiquità del parroco sui luoghi dei disastri. Pesano i rimborsi ai creditori, le monete identiche a quelle del corriere, la vernice sulla scure, l’orma della lama, le domande indiscrete sulla fattura della diligenza e, infine, le confessioni conformi ai rilievi materiali. Il movente venale traspare con evidenza dai debiti e dalla polizza stipulata sugli arredi; il fuoco doveva incenerire i beni assicurati moltiplicando le devastazioni all’intorno, affinché la canonica e il suo ministro apparissero semplicemente travolti dalla medesima sventura comune.
Due istanze giudiziarie lo riconoscono colpevole di furto pluriaggravato e incendio doloso reiterato. Welti viene spogliato dell’abito sacerdotale e condannato alla pena capitale. Il 4 settembre 1834 viene condotto sul patibolo e giustiziato mediante decapitazione con la spada.
L’uomo delle collette caritatevoli, il soccorritore di Mägenwil e l’aggressore con la scure sporca di vernice gialla si ricompongono nella stessa persona. Alla posta, i forzieri avevano ceduto lettere e denari; alla chiesa, i rintocchi a stormo avevano chiamato l’intero paese a strappare le case al rogo. Perfino il pagliericcio della canonica aveva iniziato a fumare, ma i vicini lo avevano spento prima che la fiamma divampasse. Il curato aveva confidato nel disordine per sviare gli sguardi. In tribunale, sono stati i dettagli che non era riuscito a cancellare — una traccia di colore sul ferro, le monete consegnate ai creditori e il varco troppo stretto scavato nella cella — a pronunciare la sentenza definitiva.
