Vai al contenuto
Maison BeaulieuMAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · GASTRONOMIA E ARCHIVI STORICI
Giustizia e scandali · Francia

Il granaio della vedova

Presso la Corte d’assise dell’Eure-et-Loir, la cronaca del 1874 segue la vicenda di Saintot, giovane carradore di ventun anni, all’indomani del furto nell’abitazione della vedova Couturier e della violenta aggressione che ne seguì. Il dibattimento contrappone la sua versione di una fuga disperata al riconoscimento della vittima; il resoconto giudiziario registra una condanna a vent’anni di lavori forzati e a dieci anni di sorveglianza.

Verso le tre e mezza del pomeriggio, dopo aver atteso che la casa si svuotasse, Saintot vide infine uscire la vedova Couturier. Scese dal granaio in cui era rimasto nascosto sin dal mattino, penetrò nella camera e forzò un mobile, poi il cassetto interno. Non v’era certezza del denaro: lo supponeva soltanto. L’effrazione fu rapida; il rientro improvviso della donna trasformò il furto in colluttazione, e il pomo di un bastone animato colpì al capo una vecchia di novantatré anni. Il resoconto della «Gazette des Tribunaux», stampato dopo l’udienza del 9 giugno 1874, si apre così su un agguato durato ore e su una violenza che, a detta dell’accusato, non mirava a togliere la vita.

L’articolo tace il nome di battesimo di Saintot. Lo presenta quale giovane operaio carradore di ventun anni, nato a Maintenon e impiegato presso Fourbet, artigiano di Dreux. La Corte d’assise dell’Eure-et-Loir lo processa quale unico imputato, sotto l’intitolazione: «Tentato omicidio. — Furto». La «Gazette» calca la mano sulla giovane età e ne dipinge l’attitudine al banco degli accusati: capo chino, contegno indifferente, un volto privo di turbamenti durante l’intero dibattimento. Trattasi di impressioni del cronista, non di prove del suo animo. I fatti che seguono discendono dalla lettura del rinvio a giudizio, dalle risposte di Saintot e dalle testimonianze verbalizzate.

Il 14 febbraio il giovane aveva abbandonato il lavoro. Diceva di essere stato chiamato a Hanches per fare da padrino; l’atto d’accusa, nella sintesi del giornale, afferma invece che intendeva trascorrere i giorni di Carnevale presso i coniugi Carnis, da lui designati quali «nonno e nonna». Ripartì verso Maintenon con quindici franchi di suo possesso e con un bastone animato sottratto al figlio del padrone. Stando all’accusa, sperperò quel denaro in bagordi tra il 15, il 16 e il 17 febbraio. Rimasto al verde, architettò il furto per saldare qualche debito, movente che confermerà al presidente della corte. La «Gazette» correda la narrazione con un ritratto morale non lusinghiero: condotta sregolata, ubriachezze occasionali, un'inquietante inclinazione per le armi. Saintot viaggiava, si legge, con una pistola carica, sostenendo di temere aggressioni e negando ogni cattiva intenzione. Tale rilievo appartiene al quadro delineato dalla stampa; non attesta che la pistola sia servita all’impresa. Rende nondimeno palese il contrasto tra il bastone sottratto a Fourbet e la panoplia di cui, a detta del foglio, amava circondarsi.

Nella notte tra il 17 e il 18 meditò il colpo. La Couturier era una vecchia conoscente, che non visitava da tempo; ignorava se possedesse realmente del numerario, ma lo presumeva. Verso le otto del mattino s’introdusse in un fienile annesso all’abitazione e lì rimase in agguato, spiando il viavai. Il figlio uscì verso le tre; la madre, una mezz’ora più tardi. Il resoconto ci mostra questa snervante attesa non mediante un monologo interiore, bensì attraverso l’atto d’accusa letto in aula e ribadito dalle deposizioni dell'imputato. Quel lungo tempo trascorso a spiare diverrà l’argomento cardine con cui la difesa contesterà la premeditazione dell’omicidio.

Saintot discese allora, s’introdusse nella dimora, forzò l’armadio e un tiretto interno con la punta del bastone. Posò il cassetto sul letto e stava iniziando a contare le monete d’argento quando venne colto sul fatto. Nella sua versione, l’effrazione dell’armadio e del cassetto non aveva richiesto più di cinque minuti. La donna rientrò proprio mentre egli intascava i denari, stando alla cronaca. La vedova gridò al ladro, gli intimò che non sarebbe uscito prima che ella avesse constatato il maltolto, poi gli sbarrò il passo. L’accusato ammise di averla percossa due volte con il pomo del bastone, d’averla afferrata alla gola e scaraventata a terra. Dopo la caduta, disse, ripose il tiretto e fuggì; sostenne che respirava ancora all’istante della sua fuga. La violenza aveva lacerato il cuoio capelluto su vasta superficie; il resoconto registra altresì graffi d'unghie e profonde ecchimosi al collo. Il giornale azzarda che la robustezza delle ossa e dei tessuti cartilaginei, consueta nelle persone di tarda età, avrebbe contribuito a salvare la sventurata. È questa la spiegazione della «Gazette», non una perizia medico-legale da assumere per certa. Il testo non quantifica la somma che Saintot avrebbe asportato, non dice se fu recuperata né chiarisce la sorte materiale del denaro dopo la fuga. Il titolo accosta tuttavia «tentato omicidio» e «furto»: l’articolo dà conto dell’effrazione e della lotta, senza svelare ai lettori l'ammontare sottratto. Saintot ribadì di non aver mai voluto uccidere. La cronaca non tramuta tale discolpa in certezza sulla sua reale intenzione: resta la sua versione dinanzi al magistrato.

La vedova Couturier comparve in aula accompagnata dal figlio, che le ripeteva le domande all’orecchio. Il cronista annota la sua commozione, ma soprattutto la fermezza con cui replicò al presidente che le chiedeva se riconoscesse l’accusato: «Non chiedo nemmeno di guardarlo!». Raccontò d’averlo sorpreso davanti al guardaroba, d’averlo apostrofato come canaglia e di aver voluto verificare l'ammanco. Riversa al suolo, percossa e sopraffatta, aveva raccomandato l’anima a Dio; disse di aver serbato abbastanza lucidità da vederlo frugare ancora. Messa a confronto con Saintot, ella lo riconobbe, secondo quanto scrive il giornale; nessun altro incartamento giudiziario al di fuori di questo resoconto è stato consultato.

Il dottor Lamy, medico a Maintenon, salì alla sbarra per riferire delle lesioni riscontrate sul cranio dell'anziana. Dopo una sospensione dell’udienza, il procuratore Despatys sostenne l’accusa esigendo una risposta affermativa su tutti i capi; rimise ai giurati la sola valutazione delle circostanze attenuanti. L’avvocato Petit-Mangin rammentò la giovane età del patrocinato e sostenne che compariva per la prima volta innanzi alla giustizia; impugnò inoltre la premeditazione dell’omicidio: Saintot aveva atteso l’uscita degli inquilini proprio per non incontrarli. La difesa non intendeva sminuire la brutalità dell'aggressione, ma cercava di scindere il disegno delittuoso del furto da quello di morte.

Il presidente compendiò il dibattimento. La «Gazette» dà conto della condanna a vent’anni di lavori forzati e a dieci anni di sorveglianza, omettendo la serie minuta dei quesiti e dei responsi del collegio giudicante. Nulla si precisa circa il bottino o la sua fine; i quindici franchi originari erano già svaniti prima del fatto. La cronaca aggiunge infine che, al momento del confronto, la vedova riconobbe Saintot e gli scagliò contro: «Ah! sei proprio tu, sciagurato! credevi proprio che fossi morta!».

Da questo caso potrebbe nascere un libro

Aiutaci a scegliere il nostro prossimo libro

Hai appena letto il racconto completo di questo caso storico. Ci ispira tre progetti narrativi ancora da scrivere. Quale vorresti veder nascere? Il tuo voto guiderà AB Éditions.

racconto lungo

L'orologio del capomastro

Novella poliziesca di pura finzione. In un cantiere navale, un giovane apprendista attende la ronda notturna per rubare l'orologio d'oro del capomastro, che ritiene responsabile del licenziamento del padre. Sorpreso da un'operaia tornata a recuperare i guanti, la spinge giù per le scale e si dà alla fuga. La donna sopravvive e afferma di averlo riconosciuto chiaramente; il giovane sostiene d'aver voluto soltanto divincolarsi per fuggire. Un orologio fermo, un registro d'officina e la testimonianza contraddittoria di un guardiano costringeranno il giudice a distinguere tra furto premeditato e violenza d'impeto. Personaggi, fatti e risvolti sono interamente inventati.

Caricamento dei voti…

romanzo

L'ultimo sportello

Romanzo di finzione storica e giudiziaria. Uno sconosciuto si nasconde nel retrobottega di un ufficio postale di provincia per impadronirsi degli incassi del sabato. L'impiegata lo coglie sul fatto e cade rovinosamente nella colluttazione; stordita, intravede a stento il volto dell'aggressore, ma in seguito riconosce una cicatrice che nessuno aveva mai notato. Il sospettato confessa l'effrazione ma nega risolutamente di aver voluto infierire. Una giovane cancelliera ricostruisce la cronologia degli eventi analizzando i timbri postali, la corrispondenza giacente e una banconota strappata. Di fronte a deposizioni mutevoli, dovrà stabilire se l'indagine dimostri una rapina pianificata o l'intenzione deliberata di eliminare una testimone scomoda. Trama e personaggi inventati.

Caricamento dei voti…

trilogia

Le ore del testimone

Trilogia criminale di pura finzione. Un magistrato istruttore segue tre vicende apparentemente sconnesse: il furto di un libro mastro dei debiti in una locanda, l'effrazione in un laboratorio d'incisione e la scomparsa di una chiave all'interno di una casa d'aste. In ciascun caso, un testimone giunge subito dopo il misfatto e identifica l'imputato pur non avendo assistito all'intera scena. I primi due volumi scandagliano la fallacia del riconoscimento oculare e il confine sottile tra istinto di fuga e aggressione dolosa; l'ultimo rivela come i tre episodi siano stati orchestrati a tavolino per rovinare la reputazione di un notaio. Vittime, colpevoli e soluzioni processuali sono specifici di ciascun volume e non ricalcano alcuna persona né fatto della vicenda Saintot.

Caricamento dei voti…

Una scelta per caso su questo browser, modificabile e revocabile. I progetti più sostenuti nutriranno le nostre scelte editoriali. Come vengono conservate le scelte.

Scopri gli altri progetti nel Salone →
Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Articolo integrale apparso sulla «Gazette des Tribunaux» del 21 giugno 1874, p. 592, contenente la cronaca dell'udienza del 9 giugno celebrata dinanzi alla Corte d’assise dell'Eure-et-Loir, dall'inquadramento del caso alla sentenza. Il giornale fa risalire la sequenza temporale all'atto d'accusa, riportando poi risposte, deposizioni e condanna. Il testo omette il nome di battesimo sia dell'accusato sia della vittima e non trascrive le risposte particolareggiate del collegio dei giurati.

← Tutti i 1.003 casi del Gabinetto