Vai al contenuto
Maison BeaulieuMAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · GASTRONOMIA E ARCHIVI STORICI
Giustizia e scandali · Francia

Il modesto focolare e i grandi bauli

Una perquisizione presso una cameriera rivela beni dispersi tra molteplici alloggi. Alla corte d'assise della Senna, nel 1874, Anna Finsterer confessa i furti; i due portinai accusati di averli occultati respingono ogni colpevolezza. La corte condanna Finsterer a dieci anni di reclusione e assolve Denis e Feutry.

Stando all’atto d’accusa, un baule in legno di canfora era andato distrutto tra le fiamme, diverse casse avevano mutato dimora e due cappelli di gran pregio avevano trovato un nuovo capo su cui posarsi. Nel corso del dibattimento si parlò anche di abiti donati e poi riadattati a vestiti per bambini. Il 28 aprile 1874, dinanzi alla corte d’assise della Senna, la giustizia chiamava tre persone a rendere conto di tale circolazione di beni. Anna Finsterer esercitava il mestiere di cameriera; François-Thomas Denis e Jeanne Feutry erano portinai. L’accusa li accomunava. Il verdetto li avrebbe divisi.

La vicenda aveva preso le mosse all’ombra di un nome assai più illustre. Marcariantz, truffatore di cui la Gazette ricordava le frequentazioni mondane e la smodata passione per i diamanti, si trovava al centro di un procedimento giudiziario. Il 15 dicembre 1873, una perquisizione disposta in tale alveo aveva condotto gli inquirenti alla stanza occupata dai coniugi Finsterer presso il conte di Luzarraga, in rue de Presbourg. Si cercavano gli indizi di una frode; si scoprì, secondo l’atto d’accusa, una copiosa suppellettile frutto di furti domestici.

L’inventario spaziava dalle argenterie ai merletti, dai bronzi ai gioielli, dalla biancheria agli abiti. Avrebbe quasi consentito di allestire una casa per intero, a patto di non domandare a chi ogni cosa appartenesse. Dodici posate d’argento, tre boccali, coltelli dai manici d’avorio, cofanetti, medaglioni: il conte riconobbe gran parte degli oggetti. Altri furono sequestrati in camere prese in affitto in rue de Galilée, rue des Charbonniers e rue de Tilsitt. Quel modesto focolare vantava molteplici indirizzi.

Anna Finsterer era a servizio presso Luzarraga dal 1867. All’udienza, il presidente rammentò un’assenza di sei mesi del padrone di casa: in un’ala riservata dell’appartamento, la donna accedeva da sola, munita di una chiave che la padrona le affidava una volta alla settimana. La fiducia assumeva così una consistenza materiale, un varco consueto verso stanze in cui i proprietari non tenevano il conto di ciascun oggetto. Finsterer riconobbe le sottrazioni. Quando le fu chiesto cosa intendesse fare di tutti quei beni, la sua replica fu di una singolare modestia: desiderava destinarli al proprio piccolo focolare domestico.

Il presidente proseguì l’elencazione. Dopo orologi e anelli venivano un boccale d’argento, un cappello di paglia di Firenze, e poi ulteriori beni ancora. Il conte aveva persino affittato un deposito per custodirvi una parte dei propri acquisti; Finsterer vi si recava insieme agli altri domestici. La narrazione processuale evidenziava le occasioni e le vie d’accesso, mentre l’interrogatorio riconduceva immancabilmente al medesimo interrogativo: come aveva potuto una serva trasferire così tante cose dalla dimora del padrone alla propria?

Il marito non sedeva più sul banco degli imputati. L’istruttoria aveva colpito anche lui, ma la morte lo aveva colto prima del processo. La moglie sosteneva che egli fosse sempre rimasto all’oscuro dei furti. L’atto d’accusa opponeva a tale linea difensiva gli oggetti accumulati nella stanza coniugale, le pigioni che l’uomo avrebbe pagato e i due panama di Luzarraga che aveva sfoggiato. Avrebbe persino rivendicato la proprietà di quei cappelli all’atto del sequestro. La cronaca serba memoria di tali addebiti; non reca traccia di alcuna condanna pronunciata contro il defunto nel corso dell’udienza.

Il fascicolo conteneva nondimeno una ricchezza che l’accusa non poteva ascrivere con altrettanta disinvoltura al novero della refurtiva. Titoli al portatore, per un valore di circa sessantamila franchi, erano stati rinvenuti presso i coniugi. Finsterer li aveva presentati come il frutto del proprio lavoro, dei propri risparmi e di fortunate speculazioni di Borsa. Su tale punto, l’atto riconosceva che nulla provava che egli mentisse. Nel mezzo di un inventario così compromettente, tale riserva merita di restare intatta: il sospetto che grava su una stanza non basta, da solo, a chiarire l’origine di tutto ciò che essa racchiude.

Quanto agli oggetti d’uso comune, altri riconoscimenti risalivano più indietro nel tempo. Nel 1866, prima di Luzarraga, la cameriera era stata a servizio presso il generale Pedro Rojas, del Venezuela. Già allora talune sparizioni avevano destato sospetti. Tra i beni sequestrati nel 1873, l’antico padrone riconobbe una federa e due tovaglioli che recavano la sua cifra. Finsterer ammise di essersene appropriata, ma negò gli altri furti che le venivano imputati. La biancheria siglata aveva conservato la memoria del proprio padrone meglio di quanto le successive dimore avessero trattenuto la propria domestica.

Restava da accertare che cosa i portinai avessero saputo e compiuto. In rue de Galilée, Denis e Feutry avevano accolto nel proprio stabile i bauli della Finsterer. A detta dell’accusa, costei, una volta tratta in arresto, si era raccomandata affinché occultassero le casse. Avrebbero negato dinanzi al commissario che la donna disponesse di una stanza presso di loro, avrebbero sfasciato dei contenitori, bruciato il baule in legno di canfora e trasportato gli altri presso un conoscente, in rue des Charbonniers, spacciandoli per colli destinati alla ferrovia. Questo era il quadro prospettato dai magistrati; la loro presenza in tribunale non bastava a tramutarlo in sentenza.

Denis spiegò di non aver conosciuto, dapprima, né l’entità delle ricchezze della cameriera né la loro provenienza. Riconosceva di essere stato avvertito dal commissario e parlava, poi, dell’imbarazzo in cui si erano trovati. Il presidente accoglieva con freddezza tale giustificazione: un galantuomo, gli ribatteva, avrebbe dovuto restituire i beni. Denis negava di aver nascosto i bauli per ricettare un furto. In questo confronto, i gesti venivano soppesati alla luce dell’intenzione: aver avuto paura, aver voluto sottrarre beni alle ricerche ed essere stati scientemente complici del furto non erano proposizioni equivalenti.

Jeanne Feutry dovette rispondere degli abiti ricevuti. Finsterer le avrebbe riferito che erano destinati a persone bisognose di sua conoscenza; Feutry li aveva tenuti per ricavarne vesti per la figlia. Non negava il dono. Negava di sapere che tutto quanto possedesse la donatrice fosse rubato. Circa il trasporto dei bauli, un facchino confermò di aver avuto bisogno di un aiutante e di un carretto a braccia. Gli otto franchi per la corsa, discussi in aula, potevano dunque trovare una spiegazione ordinaria, anziché designare fatalmente il prezzo di una complicità.

Il presidente le domandò per quale ragione avesse dichiarato che non vi fosse alcun oggetto in casa sua. La risposta parve dapprima estranea alla domanda: non era sposata. Poi precisò che non desiderava essere chiamata come testimone e dover declinare le proprie generalità, nome, cognome, «e il resto». Il resoconto giudiziario conserva tale spiegazione nella sua forma impacciata. Mostra una donna che temeva l’esposizione della propria condizione privata; non consente né di attribuirle una confessione più articolata né di stabilire, al posto dei giurati, il peso effettivo di quel timore.

Gli interrogatori avevano ampiamente scandagliato la condotta privata degli imputati. Su Feutry, il presidente riferiva informazioni sfavorevoli e vicini che avrebbero accolto il suo arresto con soddisfazione. Un testimone a discarico offrì una reputazione ben diversa. Chantepie, proprietario dello stabile in cui i due portinai prestavano servizio, li aveva conosciuti durante l’assedio e la Comune. A suo dire, avevano salvato beni di rilievo e impedito il saccheggio da parte degli insorti. Aveva condotto una propria indagine nel quartiere, li diceva stimati e si dichiarava pronto a riassumerli qualora fossero stati rimessi in libertà.

Il medesimo portone, i medesimi custodi, due ritratti. Per gli uni, dei portinai avevano concorso a occultare un bottino. Per Chantepie, quelle persone avevano difeso una casa in frangenti drammatici. Un soldato di nome Klein fornì a sua volta ottime referenze su Denis. Tali testimonianze non conferivano, per la loro sola esistenza, una patente di innocenza generale; obbligavano tuttavia il lettore a non confondere la perentorietà di un interrogatorio con la certezza univoca dei fatti.

Il generale Rojas, regolarmente citato, non comparve. Il pubblico ministero chiese una sanzione per la sua assenza e la corte gli inflisse cento franchi di ammenda. Giunsero quindi la requisitoria, le tre arringhe difensive e la relazione riassuntiva del presidente. I giurati risposero affermativamente per Finsterer, negativamente per Denis e Feutry. I due portinai furono assolti. La cameriera fu condannata a dieci anni di reclusione.

Il giornale non svela le intime convinzioni che determinarono tale verdetto. Non si può attribuire l’assoluzione a un testimone, a un abito da bambina o agli otto franchi del facchino. Si può invece osservare ciò che il processo consegna alla storia: furti confessati, un inventario spartito tra diversi alloggi, una fiducia tradita e due persone che l’accusa non è riuscita a far condannare. L’eco clamorosa del nome di Marcariantz aveva lasciato presagire un seguito mondano. A conti fatti, la scena decisiva spettava a una chiave, ad abiti ceduti e a bauli della cui presenza ciascuno era chiamato a rispondere.

Da questo caso potrebbe nascere un libro

Aiutaci a scegliere il nostro prossimo libro

Hai appena letto il racconto completo di questo caso storico. Ci ispira tre progetti narrativi ancora da scrivere. Quale vorresti veder nascere? Il tuo voto guiderà AB Éditions.

racconto lungo

La firma della domenica

In una città di incisori, un artigiano acconsente a imitare la firma di un defunto per consentire alla vedova di riscuotere un salario arretrato. Gli giunge una seconda commissione, poi una terza, recanti il medesimo nome. Gli atti riguardano questa volta terreni e una casa di cui la vedova ignora l'esistenza. L’uomo scopre che un notaio si serve del suo primo falso caritatevole per tenerlo in pugno. La novella seguirebbe una sola giornata, durante la quale egli deve scegliere quale documento consegnare alla giustizia: quello che smaschera il notabile, o quello che condanna anche la donna che intendeva soccorrere. Un intreccio d'invenzione sul prezzo di un favore reso.

Caricamento dei voti…

romanzo

Le stanze occupate

Un’ex sarta gestisce una pensione dove donne sole trovano un tetto e un lavoro. Quando un’inquilina scompare, la polizia estende i propri sospetti all’intera casa. La proprietaria difende le proprie ospiti, fino a scoprire che l’agenzia che procura loro impiego fattura la loro presenza a dei creditori sotto identità fittizie. Risale così la china di contratti, laboratori e debiti; ogni persona rintracciata rischia di perdere la propria stanza. Questo romanzo inedito farebbe della pensione un rifugio minacciato dalla sua stessa contabilità. L’eroina dovrebbe smantellare un traffico criminoso riuscendo al contempo a mantenere aperte le porte dietro le quali le sue testimoni possono ancora vivere.

Caricamento dei voti…

trilogia

I benefattori

Tre romanzi autonomi seguirebbero un’investigatrice alle prese con opere pie compromesse da coloro che le finanziano. Ad Anversa, indaga sull’origine di medicinali che avvelenano i degenti di un dispensario. A Lione, una cassa pensioni operaia diviene lo strumento di un ricatto sulle famiglie dei beneficiari. A Marsiglia, una società di mutuo soccorso per marinai incassa indennizzi per naufragi i cui equipaggi sembrano svaniti prima dell’imbarco. Ciascuna indagine avrebbe i propri protagonisti, il proprio conflitto e il proprio scioglimento. La serie legherebbe queste vicende attorno a una medesima domanda: come proteggere chi dipende da un benefattore quando occorre dimostrarne i delitti?

Caricamento dei voti…

Una scelta per caso su questo browser, modificabile e revocabile. I progetti più sostenuti nutriranno le nostre scelte editoriali. Come vengono conservate le scelte.

Scopri gli altri progetti nel Salone →
Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Resoconto della corte d’assise della Senna del 28 aprile, pubblicato il 30 aprile 1874. Il n. 14627 e la pena della reclusione sono stati riscontrati sui facsimili; l’OCR originario presentava lacune. Testo normalizzato di lettura e OCR grezzo conservati in archivio privato. La narrazione distingue gli oggetti riconosciuti, gli addebiti mossi al marito deceduto prima del processo e le accuse contro i due portinai assolti. I titoli al portatore non risultano accertati come provento di furto. Il giornale non riporta le motivazioni della giuria. Il secondo nome e la nascita nel 1831 o nel 1835 rimangono incerti; la cronaca adotta Anna Finsterer.

← Tutti i 1.003 casi del Gabinetto