William Roupell era parso a lungo aver ricevuto ogni favore dalla sorte prima ancora di averlo meritato. Nel 1857 fece il suo ingresso in Parlamento al termine d’una dispendiosa campagna elettorale tra i collegi di Lambeth; paladino delle riforme, si guadagnò il plauso generale come uomo già maturo per la cosa pubblica. Poi, nel 1862, invece di far fronte ai creditori, lasciò l’Inghilterra. Pochi mesi più tardi vi avrebbe fatto ritorno per comparire dinanzi a una corte: non più come tribuno del popolo, bensì quale testimone e accusatore delle proprie falsificazioni.
La vicenda che il dibattimento portò alla luce affondava le radici ben prima di quella fuga. Richard Palmer Roupell, commerciante di piombo, aveva accumulato una considerevole fortuna, divenendo proprietario di tenute in diverse contee. Richard e Sarah avevano convissuto a lungo prima di unirsi in matrimonio. William era nato durante tale unione; il fratello maggiore John, entrato in rottura col padre, aveva preso la via dell’estero. Richard, il terzogenito, era invece nato dopo le nozze. Nelle sue disposizioni testamentarie, il genitore aveva inteso tutelare la consorte e la prole, affidando una quota cospicua dell’asse ereditario a persone di fidata rettitudine. William, che aveva libero accesso alle carte di famiglia, conosceva a perfezione l’architettura di quel patrimonio, non meno delle sue crepe.
Nel 1855 i debiti presero a stringerlo da vicino. Una particella adiacente a Roupell Park, di proprietà di un certo Treadwell, poteva essere acquistata per cinquemila sterline. William diede a intendere al padre che la Unity Fire Insurance Company gli avesse affidato la gestione di un capitale e desiderasse prendere in affitto la grande tenuta di famiglia; l’acquisto di quel piccolo appezzamento contiguo avrebbe, a suo dire, agevolato la transazione. Il padre gli prestò fede. Due mandati, l’uno di cinquecento e l’altro di quattromilacinquecento sterline, furono consegnati a William affinché liquidasse Treadwell. Gli atti processuali dimostrarono che quel denaro non giunse mai a destinazione: le somme confluirono su conti correnti nella disponibilità esclusiva di William, mentre la girata di Treadwell venne abilmente contraffatta.
Quel primo colpo non bastò a placarne l’urgenza. William sostenne ben presto che la compagnia necessitasse di esaminare anche i titoli della tenuta di Norbiton Park. Con questo pretesto ottenne gli originali custoditi dal genitore. Guardandosi bene dal recapitarli ai legali incaricati della pratica, si recò da Powell, rivenditore di formulari legali, e fece predisporre dei duplicati su pergamena. Indusse quindi un avvocato, Whitaker, a redigere un formale atto di donazione mediante il quale il padre gli avrebbe ceduto il fondo. Whitaker, del tutto ignaro del disegno fraudolento, redasse la minuta e gliela consegnò per la sottoscrizione.
William imitò la firma paterna. Convocò quindi due testimoni, Trueman e Dove, chiedendo loro di asseverare la propria firma. La formula di rito era parzialmente coperta; i due sottoscrissero l’atto senza avvedersi di certificare, al contempo, la grafia del padre. Forte di tale documento, William accese un’ipoteca di settemila sterline sull’immobile. Poté così saldare Treadwell, trattenere l’eccedenza e conferire alla prima frode una parvenza di perfetta regolarità. Quando la tenuta fu venduta qualche anno dopo, l’acquirente Waite si ritrovò in mano un titolo che il proprio consulente reputava inattaccabile.
Nel gennaio del 1856, William reiterò il copione. Fece credere al genitore che la compagnia assicurativa avesse messo gli occhi sulla tenuta di Great Warleigh, nell’Essex, procurandosi così titoli di proprietà e contratti di locazione. Un’altra firma venne falsificata; Whitaker, ancora una volta, predispose gli atti ignorandone la reale destinazione. Una perizia stimò il valore del bene a diciottomila sterline, consentendogli di incassare un mutuo di quindicimila. Manovre, queste, che non ledevano soltanto terzi estranei: intaccavano e disperdevano i cespiti stessi sui quali poggiava l’avvenire della sua stirpe.
Il 12 settembre 1856, Richard Palmer Roupell morì d’improvviso. Sarah, sopraffatta dal lutto, consegnò le chiavi al figlio. Rovistando nello scrittoio paterno, William rinvenne il testamento del 1850, confermato da un codicillo del 30 agosto. Il fondo di Norbiton era destinato al fratello minore Richard. Quella clausola rischiava di mandare all’aria l’intero castello di carte, svelando i documenti fabbricati e le ipoteche contratte su beni che non gli appartenevano. Nella medesima casa ove giaceva la salma del padre, William acquistò un modulo testamentario a stampa, ne colmò i vuoti e redasse un nuovo strumento datato 2 settembre.
Quel testamento apocrifo istituiva Sarah erede universale e designava William quale coesecutore insieme a lei. Il giovane contraffece la firma del padre e quella di Muggeridge, un anziano servitore cui aveva fatto firmare in precedenza una ricevuta di cinque sterline. La madre ignorava, stando alle successive confessioni di William, la natura fraudolenta della scheda. Celebrati i funerali, egli presentò l’atto ai legali del defunto, giurandone la piena autenticità. Aveva così impresso alla propria menzogna il sigillo più saldo: il proprio sacramento.
La disponibilità delle sostanze familiari gli consentì di alimentare la propria ascesa mondana. Eletto deputato per il collegio di Lambeth nel 1857 e riconfermato nel 1859, manteneva un tenore di vita sontuoso, finanziava opere pubbliche e calcava la ribalta politica. Nel frattempo, le proprietà venivano alienate a gettito continuo, i creditori premevano e le ricchezze svanivano. Le cronache del Pitaval calcolano che William avesse dissipato circa trecentomila sterline nell’arco di sette anni. Nel marzo del 1862 riparò in Spagna dopo aver dato alle fiamme gran parte delle carte d’archivio. La sua sparizione parve dapprima rientrare nel cliché più comune: la fuga del debitore insolvente oltre i confini del regno.
La verità riemerse tuttavia con l’apertura d’una causa civile a Guildford, il 18 agosto 1862. Richard, il terzogenito, rivendicava un fondo a Kingston alienato a Waite. L’acquirente opponeva l’atto di donazione ritenuto debitamente sottoscritto dal defunto patriarca. I patroni di Richard sostenevano al contrario che la donazione fosse spuria, non diversamente dal testamento che aveva posto Sarah al vertice dell’asse ereditario. Per fondare le pretese della famiglia occorreva ricostruire la genealogia dei beni, riesumare le originarie volontà paterne e svelare la sistematica manipolazione dei titoli.
Fu allora chiamato il nome di William. Con sommo stupore dei presenti, egli si fece avanti e confermò metodicamente ogni addebito. Raccontò la favola dell’incarico fittizio per conto della Unity Company, i fondi sottratti, la firma ricalcata, la donazione fabbricata a tavolino e il testamento retrodatato. Ammise di aver giurato il falso sulla sua genuinità. Il controinterrogatorio dell’avvocato di Waite mirò a insinuare che quella confessione celasse un calcolato tornaconto familiare: caduto l’atto per nullità, la terra sarebbe tornata ai Roupell. Il nodo giuridico e morale appariva intricatissimo. Si poteva accordare credito a un uomo che, dopo aver violato il giuramento, giungeva a denunciare il proprio spergiuro?
William si pronunciò pure sulle reali intenzioni del genitore. Sostenne che questi, poco prima di spirare, avesse inteso riformare le disposizioni affidandogli la gestione patrimoniale, con l’obbligo di corrispondere una rendita alla madre e ai congiunti. Ammise però di aver interrotto il padre mentre era in procinto di dettare un codicillo, poiché esso avrebbe smascherato l’ammanco su Roupell Park. Spiegazione che nulla sanava sul piano del diritto; dimostrava soltanto che il falso testamento non era stato un gesto isolato, ma l’ultima chiusura a chiave imposta a una lunga catena di spoliazioni pregresse.
I contendenti pervennero a una transazione civile, spartendosi il controvalore della terra contesa. William fu invece tradotto in carcere sotto la giurisdizione penale. Il 22 settembre, all’udienza preliminare, dichiarò dapprima di non riconoscersi colpevole, salvo poi ritrattare e confessare ogni capo d’imputazione. Addusse a propria discolpa che il primo passo falso era scaturito da un debito contratto per l’acquisto di libri e dal malinteso dovere di soccorrere un amico; il resto, affermò, era venuto da sé, per una cieca fatalità di conseguenze. Assunse su di sé l’intera colpa, supplicando la corte di non gettare alcun discredito sui professionisti che avevano redatto gli atti in perfetta buona fede.
Le sue parole non imploravano indulgenza. Sostenne di aver abbandonato un asilo sicuro all’estero al solo fine di confessare, dopo aver notificato il raggiro ai terzi acquirenti, preferendo la più dura delle pene a un’esistenza consumata nell’infamia e nel terrore. Il tribunale lo condannò alla servitù penale a vita. La cronaca ce lo restituisce mentre riguadagna la cella senza alcun moto visibile di ribellione. Per i congiunti, la condanna non valeva certo a reintegrare d’incanto il patrimonio disperso; per gli acquirenti di buona fede, l’accertamento del falso non faceva che rendere ancora più precari i loro acquisti.
Roupell aveva saputo recitare la parte del deputato progressista e del figlio devoto preposto agli affari di famiglia; ma, pergamena dopo pergamena, aveva fabbricato un’altra e ben diversa storia di sé. La sua rovina non derivò da un colpo di scena improvviso, bensì dall’istante in cui la contesa su un singolo fondo costrinse le carte a misurarsi l’una contro l’altra. La mano del falsario poteva pur imitare una grafia, e un giuramento proteggerla per qualche stagione; ma al processo fu necessario che l’autore comparisse di persona al banco dei testimoni per pronunciare, con la propria voce, ciò che le sue carte avevano fino ad allora taciuto.
