Il venerdì sera, il barbiere Ernst Eduard Dombrowsky portò alla moglie una scodella di sago preparata con le proprie mani. Mathilde lamentò un bruciore allo stomaco e non volle bere altro che acqua. Egli insistette tuttavia perché vuotasse la ciotola; quando il bicchiere contenente i residui andò in frantumi nel forno, ne asciugò con cura ogni traccia sparsa. Il 16 aprile, Mathilde morì. Due giorni più tardi, il padre della donna pretese l’autopsia.
Nata Karoline Friederike Angelstein, la giovane era comunemente chiamata Mathilde. Aveva sposato Dombrowsky nel dicembre del 1850. Otto anni dopo il processo, Willibald Alexis dedicò a questa vicenda un capitolo retrospettivo del Nuovo Pitaval. Il compilatore vi ritrae un’unione tormentata: attribuisce al marito motteggi crudeli, infedeltà e un’avarizia che avrebbero ferito la sposa, pur dando atto a quest’ultima della devozione per la casa e per la prole. La vigilia del male fatale, Mathilde avrebbe confidato a una vicina che l’uomo le aveva offerto un biglietto teatrale e intendeva condurla al ballo dei tiratori. Il lunedì 11 aprile, la donna non poté recarsi alla festa: le doglie l’avevano assalita subito dopo la prima colazione.
Dombrowsky si recò al ballo e vi danzò, mentre i primi strazi della consorte andavano acuendosi. Taluni convitati gli attribuirono parole su un lutto imminente; altri credettero di avergli udito affermare che ella doveva morire, come già la sua prima compagna. Frasi siffatte, riferite a posteriori, rinfocolarono i sospetti. Il venerdì, la cronaca lo mostra nell’atto di porgere a Mathilde la ciotola di sago; il sabato sera, spirata la donna, avrebbe fumato nella camera ardente per poi bere in compagnia d’un visitatore. In tale frangente avrebbe ribadito che non avrebbe mai acconsentito a far sezionare il cadavere.
Il padre dell’estinta, Angelstein, preposto al registro dei poveri, esizialmente richiese l’esame della salma. Il 19 aprile, alcuni medici e un farmacista procedettero all’autopsia e all’analisi del contenuto gastrico e intestinale. Il testo riferisce che vi rinvennero arsenico metallico in quantità rilevante — l’atto d’accusa preciserà diciannove grani nello stomaco — concludendo per l’avvelenamento. Una prima perquisizione nell’abitazione del barbiere rimase vana. L’atto formale ascrive al 22 aprile il secondo sopralluogo, durante il quale furono scovati un vaso di veleno per topi in cucina e arsenico in polvere nelle tasche della sua vestaglia. L’accusa aggiungeva che Dombrowsky aveva acquistato in precedenza del «Fliegenstein», denominazione all’epoca corrente per quel tossico, pur ostinandosi a negarne il possesso. Tali reperti, posti a contrasto con i suoi dinieghi, costituirono il perno dell’incriminazione.
Il 2 luglio, l’atto di rinvio a giudizio lo chiamò dinanzi ai giurati per l’omicidio della moglie. Il documento articolava gli indizi in dodici punti: i dissapori coniugali, l’improvviso mutamento d’umore del marito prima della malattia, i pregressi acquisti di veleno, la presenza di arsenico nel corpo e negli abiti, la manipolazione delle vivande, le dichiarazioni rese durante il morbo e le circostanze del decesso. L’accusa sosteneva che la vittima avesse assorbito dosi reiterate e che l’imputato avesse avuto ogni agio di incorporarle al cibo. Rimarcava altresì come egli avesse sottratto il recipiente dopo i conati e sconsigliato l’assunzione di latte, ritenuto dalla parte pubblica un rimedio idoneo a contrastare l’arsenico. Rilevava infine la stesura d’un atto di donazione a proprio favore estorto il 12 aprile, all’indomani dei primi sintomi. Queste asserzioni formano il castello probatorio del pubblico ministero; non devono confondersi con una confessione, giacché Dombrowsky respinse ogni addebito sino al termine del compendio a noi pervenuto.
Il dibattimento ebbe inizio il 28 luglio. Dombrowsky aveva quarant’anni. Interrogato sui suoi trascorsi, ripercorse l’apprendistato da barbiere, gli spostamenti tra Dresda, Berlino, Brunswick e Wolfenbüttel, poi i due matrimoni. Il presidente gli rammentò una passata condanna per essersi trattenuto parte d’un pagamento riscosso a Berlino; l’imputato riconobbe il fatto, contestando nondimeno d’essere mai stato bandito dalla Prussia. Sollecitato sul conto di Mathilde, ammise che difettava d’istruzione, ma le riconobbe doti di buona massaia e madre premurosa per i figlioli. Negò di averla trascurata moralmente; dinanzi a una domanda sui doveri coniugali, concesse tuttavia di non essere forse riuscito a darle quanto ella si attendeva.
Riguardo alla salute della sposa, menzionò remote coliche e asserì che ella rifiutava i medici. Il presidente ribatté che vari testimoni avrebbero affermato il contrario. Dombrowsky insistette nel dire di non gradire l’intervento dei sanitari. Pretese inoltre che Mathilde bevesse talora del rum, rifiutandosi però di fare i nomi di chi, a suo dire, l’avrebbe instradata al bere. Il resoconto precisa che i testimoni citati non confermarono affatto tale vizio. Egli dichiarò pure di provvedere personalmente alla spesa e ai fornelli, smentendo le voci sulle sue assenze dal focolare. Nella propria versione dell’11 aprile, evocò la colazione a base di salsiccia e acquavite consumata assieme a tre apprendisti del sarto Winter. Negò d’essere uscito al mattino, laddove un teste sostenne d’averlo scorto per strada. L’atto d’accusa, da parte sua, collocava l’insorgere dei primi spasmi subito dopo quel pasto.
Un’antica diceria gravava già sulla morte della prima moglie, portata via dal colera nel 1850. Secondo il relatore, un’esumazione disposta nell’aprile del 1853 non aveva rivelato traccia di sostanze venefiche. Al processo per la fine di Mathilde, l’atto d’accusa compendiava il quesito rimesso alla giuria: se Dombrowsky avesse cagionato volontariamente, per mezzo del veleno e con premeditazione, la morte della consorte.
I giurati si ritirarono alle tre e mezzo per ricomparire dopo quattro ore di camera di consiglio. Il loro portavoce enunciò il verdetto affermativo. Spiegò che il collegio aveva soppesato il quesito con rigore, senza odio né favore alcuno, e che le risultanze e le deposizioni avevano imposto tale risposta malgrado il dolore provato nel condannare un proprio simile. Tale formula non svelava i convincimenti individuali né il peso attribuito a ciascun elemento probatorio; conferiva al verdetto la sola veste corale d’un’intima certezza giurata. Il procuratore invocò quindi la pena capitale, sostenendo che la legge precludeva alla corte ogni facoltà di mitigazione. Il difensore di Dombrowsky ammise che il codice confortava tale istanza, ma invocò una consuetudine che, in difetto di confessione, avrebbe sino ad allora trattenuto i magistrati dall’irrogare la morte. Sottolineò come la giuria avesse mutato i fondamenti della prova penale e domandò che tale mutamento, unito alla gravità estrema della sentenza di morte, pesasse sulla decisione; qualora i giudici non potessero tenerne conto, concluse, vi sarebbe stato spazio per la grazia sovrana.
Il tribunale pronunciò la condanna a morte mediante decapitazione. Nelle motivazioni riportate, i magistrati indicarono che il verdetto dei giurati costituiva la base ineludibile del giudizio: a loro non competeva riesaminare le prove, dirette o indirette, che ne avevano determinato la genesi. Aggiunsero che il codice puniva con la morte l’omicidio perpetrato con il veleno e quello consumato ai danni d’un congiunto, senza lasciare alcun margine per concedere attenuanti. Dombrowsky promosse ricorso per cassazione, redatto dal patrono e sottoscritto di proprio pugno; vi eccepiva segnatamente la carenza dei requisiti legali in capo a uno dei giurati. La corte suprema rigettò l’impugnazione il 20 settembre, dopo aver vagliato anche il merito della causa.
Una prima supplica di grazia fu respinta il 3 ottobre dal duca Guglielmo. Nella risposta, il sovrano riteneva infondate le obiezioni alla pena capitale e giudicava che i dibattimenti non lasciassero ombra di dubbio sulla colpevolezza. Dombrowsky inoltrò una seconda istanza; fu rigettata il 10 ottobre, e l’esecuzione venne fissata per il 14. La nostra documentazione si arresta a questa data annunciata.
