Alle dieci del mattino del 24 dicembre 1828, William Burke ed Helen M’Dougal comparvero davanti all'Alta Corte di Giustizia di Edimburgo. Fin dalle prime ore del giorno la folla si era addensata dinanzi agli ingressi; la polizia, affiancata da due reggimenti, faticava a mantenere l’ordine attorno al tribunale. L’atto d’accusa raggruppava tre decessi: quello di Mary Paterson, risalente alla primavera; quello di James Wilson, detto Daft Jamie, ucciso in ottobre; infine quello di Margery M’Gonegal, indicata nel capo d'imputazione anche come Docherty, accolta nell’alloggio di Burke l’ultimo giorno di ottobre. Spettava alla pubblica accusa dimostrare non soltanto che la donna fosse morta per cause violente, ma che le sue spoglie fossero state vendute per la dissezione anatomica.
I magistrati stabilirono di esaminare separatamente i singoli capi d’accusa. Cominciarono da quello relativo alla Docherty, il solo che chiamasse in causa entrambi gli imputati. Burke e la M’Dougal si dichiararono non colpevoli. L’opuscolo che compendia il dibattimento insiste sul turbamento dell’opinione pubblica, sostenendo che la giuria seppe nondimeno preservarsene; la sala, dal canto suo, non poteva ignorare l'entità della posta in gioco. I testimoni avrebbero descritto una serata trascorsa in un’unica stanza, la presenza di una donna estranea al vicinato, grida strazianti udite nella notte e, all’indomani, spiegazioni del tutto discordanti.
Ann Black riferì di aver visto la Docherty nella casa di Burke venerdì 31 ottobre. La donna dichiarava di essere in cerca di notizie del figlio ed era priva di denaro. Asserì che Burke le aveva offerto un pasto caldo e un giaciglio. La Black la vide mangiare, poi bere con gli altri astanti; la forestiera appariva leggermente brilla, ma in piena salute. Più tardi, la teste udì strepiti provenire dall’alloggio attiguo, simili a una lite furibonda tra Burke e Hare. Il giorno successivo, quando la Black chiese che fine avesse fatto l'anziana, la M’Dougal rispose, stando alla deposizione, di averla cacciata poiché si era mostrata troppo confidenziale con William.
Quella risposta non fu l’unica versione raccolta all'alba. Un’altra vicina riferì che la M’Dougal le aveva parlato di un alterco scoppiato tra i due uomini, ribadendo di aver messo alla porta la Docherty. Burke, frattanto, aspergeva whisky sul tetto e attorno al letto, spiegando di voler vuotare la bottiglia per procurarsene dell’altro. Della paglia giaceva ai piedi del letto. Due vicine avevano dunque raccolto la medesima giustificazione: la Docherty se ne sarebbe andata dopo aver scontentato la padrona di casa. Restava da rintracciare quella donna che nessuno, tuttavia, aveva visto uscire.
Hugh Alston, droghiere, si trovava nei pressi del passaggio quella notte medesima. Tra le undici e mezzanotte udì due uomini alzare la voce, poi una donna gridare all'assassino e invocare la polizia. Corse a cercare una guardia, ma non ne trovò alcuna; tornato sui propri passi, non avvertì più che un mormorio sommesso. Alston non scorse alcuno percuotere la donna né lottare a terra. La sua testimonianza fissava un tumulto e un’ora approssimativa, mentre la mancata presenza di un agente al suo ritorno precluse ogni constatazione immediata dietro quella porta ormai chiusa.
David Paterson, custode del museo anatomico del dottor Knox, illustrò alla corte il tragitto che conduceva da quella camera al mercato dei cadaveri. La vigilia, Burke gli aveva accennato a bassa voce di una «cosa» per i dottori, situata accanto alla paglia su cui poggiava il letto. Paterson non vide allora alcuna salma. L’indomani, Burke e Hare trasportarono un fardello chiuso in una vecchia cassa da tè fino ai locali del dottor Knox. Paterson ricevette cinque sterline da consegnare loro e le ripartì tra i due; un saldo ulteriore sarebbe stato versato dopo l’esame del corpo. Quando la polizia aprì l’involucro, vi rinvenne una donna anziana, rannicchiata a forza per entrare nella cassa, con tracce di sangue alla bocca. Paterson giudicò che l’aspetto suggerisse lo strangolamento o il soffocamento, pur non riscontrando segni esteriori tali da spiegare da soli il decesso.
La testimonianza della signora Gray congiunse gli ultimi istanti di vita della Docherty al rinvenimento della salma. La donna aveva alloggiato per qualche giorno da Burke. Il venerdì sera aveva lasciato l’anziana intenta a cantare e danzare in compagnia della M’Dougal e di Hare. Rientrata l’indomani per recuperare le calze del figlioletto, vide che Burke le proibiva di avvicinarsi alla paglia e spruzzava whisky nella stanza. Più tardi, lei e il marito scoprirono il cadavere lì sotto celato. La Gray dichiarò di aver toccato il braccio della Docherty, scorgendo poi il sangue attorno alle labbra. Lasciando l’abitazione, domandò spiegazioni alla M’Dougal. Quest’ultima le avrebbe offerto denaro in cambio del silenzio, giungendo a promettere dieci sterline a settimana; la Gray affermò di aver rifiutato e di aver subito allertato le autorità.
L’accusa poteva disporre altresì del racconto di William Hare, presente nella stanza. Il procuratore lo ammonì a dire la verità sotto pena di sanzione. Hare dichiarò di aver litigato con Burke durante la serata e di aver spinto la Docherty, ormai ebbra, contro un basso sgabello. Burke, disse, le si era allora avventato contro, soffocandola, per poi occultarne le spoglie sotto la paglia. Hare ammetteva così la propria presenza materiale senza aver tentato di intervenire: una testimonianza capitale per la Corte, ma pesantemente inficiata dall'interesse personale di chi la rendeva.
La moglie di Hare confermò una parte della deposizione, senza tuttavia cancellarne le ombre. Disse di aver visto Burke chino sulla vittima, pur non sapendo precisare se facesse pressione sul torace o sulla bocca. Riferì inoltre che la M’Dougal aveva parlato di una «cattura» destinata ai medici. I periti settori chiamati a esaminare il corpo non riscontrarono patologie naturali né ferite idonee a giustificare la morte. Il dottor Black concluse per una morte violenta dovuta a soffocazione; il dottor Christison ritenne la violenza oltremodo probabile. L’evidenza medica confortava l’ipotesi dell’omicidio senza tuttavia identificare, di per sé, la mano omicida.
Esaurita l’audizione dei testi, la credibilità delle dichiarazioni divenne il nodo centrale delle arringhe. Il Lord Advocate sostenne che le deposizioni formavano una catena probatoria coerente. Il difensore di Burke replicò che la prova materiale dell’omicidio poggiava unicamente su Hare e sulla consorte, la cui correità e il cui palese interesse rendevano sospetta ogni parola. Per la M’Dougal, l’avvocato Cockburn attaccò con pari vigore il testimone della Corona che, reo confesso di un delitto, cercava a suo dire di salvarsi imputandone un altro ai complici. Il giudice presidente rivolse alla giuria una prolungata istruzione; le cronache riportano che il suo discorso si protrasse per due ore e mezza.
Alle otto e mezzo della sera i giurati si ritirarono. Cinquanta minuti dopo emisero il verdetto di colpevolezza per Burke; per la M’Dougal pronunciarono la formula scozzese di «Not Proven», che non ne decretava la colpevolezza ma lasciava cadere l'accusa. La corte condannò Burke a essere impiccato il 28 gennaio e ordinò che il suo cadavere fosse consegnato agli anatomisti. Il giudice rievocò con severità la promessa di un pasto e di un letto fatta alla Docherty: cercava un figlio, e l’uomo che le aveva aperto la porta tramava invece, secondo la sentenza, per venderne i resti. Il tribunale destinava Burke alla dissezione pubblica, ritorcendo contro di lui la medesima sorte che egli aveva inflitto alla sua vittima.
Il 3 gennaio 1829, una dichiarazione attribuita a Burke dinanzi allo sceriffo enumerò sedici vittime, tra cui la Paterson, Daft Jamie e la Docherty. Egli vi accusava Hare di aver preso la parte più attiva negli eccidi. Tale elenco allargava a dismisura l’orizzonte dei crimini, pur senza assurgere a sedici sentenze passate in giudicato. Ai parenti degli scomparsi lasciava in eredità interrogativi strazianti: chi aveva accolto i loro cari, chi ne aveva riconosciuto le spoglie e in quale fossa o sala settoria avevano trovato la fine?
Il resoconto si sofferma infine sull’esecuzione. La folla si era assiepata sin dall’alba attorno al Lawnmarket; urla d'odio accompagnarono il condannato al patibolo. Dalla piazza si levavano grida che reclamavano la forca anche per Hare e Knox. La condanna di un singolo uomo non aveva placato l’ira contro l’intero mercato dei corpi. Dopo l’impiccagione, molti tentarono di strappare un frammento di corda o una scheggia della bara. La polizia faticava a contenere la calca che voleva toccare il cadavere. L’uomo che aveva venduto la Docherty agli anatomisti diveniva a sua volta l’oggetto di un’ultima, macabra bramosia.
