La guardia particolare Roche e il cocchiere Émilien Menuet avevano già perlustrato una prima porzione dei boschi a sud del castello del signor Bordeaux, a Meulles. Non vi avevano scorto alcun bracconiere e si apprestavano a rientrare quando, verso le undici di sera — stando all’atto letto in corte d’assise —, Menuet chiamò il compagno. Aveva appena udito uno sparo nei boschi di fronte, verso la strada che da Courson conduce a Orbec. I due uomini si separarono, prendendo ciascuno una direzione con l’intesa di ricongiungersi. Pochi istanti dopo echeggiò un altro colpo e Menuet corse verso quel punto. Roche lo perse di vista, ma ne distinse ben presto la voce: «O ti prendo o ti vedo», accompagnata da un certo trambusto. Immediatamente partì una seconda fucilata; dopo di essa, calò un silenzio assoluto.
Roche avanzò chiamando il compagno. Nessuno rispose nella macchia. Fece ritorno alla fattoria, distante circa duecento metri, per cercare aiuto, poi tornò sui propri passi insieme al giovane Grenier. Trovarono Menuet disteso all’imbocco del bosco, privo di vita e coperto di sangue. Informato dell’accaduto, il signor Bordeaux fece trasportare la salma nelle dipendenze del castello. L’indomani mattina, l’autorità giudiziaria compì il sopralluogo. Il resoconto, pubblicato l’11 agosto 1886, riconduce il fatto al 25 ottobre «scorso»: formula, questa, che colloca l’evento nel 1885, senza che l’anno venga esplicitamente ripetuto nell’atto. Il testo non reca la data precisa dell’udienza dibattimentale.
Il dottor Colombe, medico a Lisieux, aveva redatto la perizia necroscopica. Il colpo di fucile era stato esploso da distanza ravvicinata; stando all’atto d’accusa, la carica era penetrata nel petto. La morte, concluse il sanitario, era stata fulminea. La relazione segnalava inoltre fratture al volto, cagionate da un colpo violento inferto con un corpo contundente di notevole forza. Il giornale non precisava ancora chi avesse vibrato quei colpi. Ciò che emergeva anzitutto era la brutalità della scena e l’assenza di risposta all’ultimo richiamo di Roche.
Per lungo tempo, le prime ricerche rimasero infruttuose. I fratelli Alexandre-Désiré Hurel, di quarantatré anni, e Louis-Baptiste Hurel, di quarantaquattro, compaiono dapprima domiciliati rispettivamente a Notre-Dame-de-Courson e a Meulles. Nel resoconto delle indagini iniziali, l’atto colloca Alexandre a Courson e Louis a Moutiers-Hubert, ai confini di Meulles e a non più di quattro chilometri dal luogo del delitto. Entrambi fornirono alibi circa il proprio impiego del tempo, ma gli inquirenti non poterono verificarli. Un altro uomo, Louis Bertrand, fu tratto in arresto e trattenuto in carcere per qualche tempo. La Gazette riferisce che, poco dopo tale arresto, la sorella di Bertrand s’imbatté in Hurel. Con tono canzonatorio, Hurel le avrebbe detto che era singolare che non avesse incontrato il fratello, «giacché i carabinieri lo avevano portato a spasso abbastanza per Meulles», aggiungendo che doveva essere troppo alto e che avrebbero dovuto «accorciarlo». Bertrand fu rimesso in libertà. Il giornale riporta la battuta, senza chiarire che cosa gli inquirenti sapessero a quel punto dell’indagine.
La pista decisiva fu offerta da Prudence Duros, indicata nel resoconto come donna Bunel, convivente di Alexandre. Nel mese di marzo, in seguito a violenze che asseriva di aver subito e temendo per la propria vita e per quella del figlio, la donna si presentò al signor Bordeaux. Indicò nei due fratelli gli autori dell’uccisione di Menuet e fornì, stando all’atto d’accusa, i particolari del delitto. La sua dichiarazione mostrava l’intimità domestica come un luogo in cui i gesti e le parole di Alexandre avrebbero lasciato tracce incancellabili. Tuttavia, tali asserzioni restavano pur sempre quelle di una delatrice, e Louis avrebbe negato ogni partecipazione.
Nella versione attribuita alla donna Bunel, i fratelli si erano mossi insieme la sera del 25 ottobre, verso le otto: Alexandre portava con sé il fucile Lefaucheux, Louis un grosso bastone. Alexandre sarebbe rincasato da solo intorno a mezzanotte, coperto di sangue. Alla domanda se avesse preso lepri o conigli, avrebbe risposto: «Sì, e con essi un uomo; ho ammazzato la guardia di Bordeaux». Le avrebbe ordinato di lavargli subito i panni per poterli indossare l’indomani. L’atto riferiva poi che i maltrattamenti contro la donna si erano infittiti; il 19 marzo, Alexandre l’avrebbe percossa strappandole intere ciocche di capelli. Il 26, ella mostrava ancora ecchimosi al collo e alle gambe. Un giorno le avrebbe intimato: «Sarai forse la causa della mia rovina, ma io ti ammazzo».
I due fratelli vennero arrestati il 27 marzo. Louis respinse ogni addebito. Alexandre negò in un primo momento, durante l’interrogatorio del giorno stesso; due giorni dopo, riporta la cronaca, si risolse a confessare e narrò il delitto secondo modalità concordanti con la dichiarazione della donna Bunel. Tale confessione non rappresentava comunque l’ultima versione che egli avrebbe reso dinanzi alla corte. L’atto si apre con la ronda notturna di Roche e Menuet, iniziata verso le dieci; espone quindi l’uscita dei fratelli per la caccia, verso le otto. Anche la dichiarazione della donna Bunel colloca la loro partenza attorno alle otto di sera. I due orari riguardano uscite distinte. Secondo l’accusa, i due fratelli avevano raccolto mele durante il giorno del 25 ottobre, prima di decidere di andare all’appostamento venatorio. Confezionarono cinque cartucce; Louis strappò un palo dalla palizzata del cortile di Alexandre per ricavarne un bastone. Alexandre prese il fucile, poiché godeva di vista migliore, e toccava a lui sparare.
Lungo il ciglio di un fosso, Alexandre abbatté dapprima una volpe. I due fratelli la raccolsero; Louis sedette accanto al fratello con i piedi infilati nel sacco, sistemandovi dentro l’animale per scaldarsi. Alexandre sparò quindi a un coniglio mancandolo, poi a un secondo capo. Mentre si accingeva a raccoglierlo, Menuet sopraggiunse di corsa. L’atto d’accusa riferiva che il cocchiere aveva pedinato Alexandre fin dentro il bosco, afferrandolo da tergo e gridando: «Ah! Stavolta ti ho preso». Menuet ghermì il fucile di Alexandre per la canna; Alexandre s’impadronì di quello di Menuet. Louis, impacciato nel sacco, gridò: «Spara, dunque!». Alexandre fece fuoco a bruciapelo. Il cocchiere stramazzò su di lui; Louis lo rialzò e, secondo l’accusa, lo percosse due o tre volte al volto con il bastone. All’autopsia, il medico aveva riscontrato lesioni ossee perfettamente compatibili.
L’atto proseguiva descrivendo la fuga: Alexandre riprese il proprio fucile, rimasto impigliato a quello di Menuet, e lo passò a Louis, che lo portò via. Louis aveva perduto uno zoccolo, poi recuperato da Alexandre, ma il berretto di quest’ultimo rimase sul terreno. Udendo i richiami della guardia Roche, i due fuggiaschi tagliarono il bosco in direzione di Courson. Il medesimo atto precisa a parte che Louis diede alle fiamme il bastone e che il fucile di Menuet, da lui occultato, non venne più rinvenuto. L’accusa concludeva che, a dispetto dei dinieghi di Louis, l’istruttoria aveva pienamente provato la sua correità. Era proprio questo il punto focale che avrebbe visto scontrarsi le due difese.
Al dibattimento, Alexandre ammise i fatti ascrittigli, ma ritrattò la confessione quanto all’elemento psicologico: sostenne di non aver avuto l’intenzione di uccidere. Affermò inoltre di aver agito secondo le istruzioni e i consigli del fratello. Louis, dal canto suo, negò risolutamente ogni cosa e tacciò Alexandre di menzogna; rifiutava, stando alla cronaca, di piegarsi all’«evidenza che lo schiaccia». Il dottor Colombe confermò che il decesso era stato cagionato dal colpo esploso da Alexandre e che la morte era sopraggiunta all’istante. Roche testimoniò che si trovava con Menuet, di aver udito il colpo letale e che la vittima aveva appena esclamato: «O ti vedo, o ti prendo». La donna Bunel ribadì la propria denuncia, dichiarando di temere di cadere a sua volta vittima degli imputati.
Ulteriori deposizioni pesarono sulla posizione difensiva di Louis. Albert Hurel riferì una frase che il fratello gli avrebbe rivolto quando la giustizia brancolava ancora nel buio: «Chi ha ammazzato la guardia di Bordeaux è un francese. Sta a Meulles». Il teste Quinquet descrisse i due imputati come individui di pessima condotta, specie il maggiore; Houlley e Houssaye riferirono di minacce pronunciate in passato da Louis all’indirizzo di alcune guardie. Si trattava pur sempre di parole de relato e di giudizi sulla moralità dei prevenuti, non della testimonianza diretta del delitto. Il procuratore generale Lerebourg-Pigeonnière sostenne la pubblica accusa, invocando una condanna priva del beneficio delle attenuanti.
L’avvocato Fleury assunse la difesa di Alexandre. A suo avviso, la corte non disponeva, a carico del suo assistito, che di una confessione da accogliersi nei termini esatti in cui era stata resa: l’animus necandi, requisito indispensabile per la condanna, non sussisteva affatto; in subordine, chiedeva che i giurati concedessero le attenuanti. Dipingeva Alexandre come un debole trascinato dal fratello, «autore inconscio e irresponsabile». L’avvocato Lefèvre difese Louis su una diversa linea. Le dichiarazioni del coimputato, interessato ad alleggerire la propria posizione gravando sul fratello, non potevano bastare; né maggior credito meritavano le parole della donna Bunel, amante di Alexandre. Egli contestava soprattutto la sussistenza dei requisiti giuridici del concorso nel reato: Louis non aveva prestato alcun aiuto al fratello, né gli aveva fatto promesse di sorta.
La giuria riconobbe entrambi i fratelli colpevoli, concedendo tuttavia le circostanze attenuanti. La corte li condannò ai lavori forzati a vita. Tale è la formula riportata dalla Gazette, che nulla aggiunge sulla loro sorte successiva. Nei boschi di Meulles, il richiamo disperato di Roche era caduto nel vuoto; dinanzi ai giudici, i due fratelli risposero ciascuno a proprio modo, ma la sentenza li accomunò nella medesima pena.
