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Veleni ed eredità · Francia

La tenuta pagata con una morta

Una donna scompare dopo aver affidato le proprie sostanze a uno speziale. Anche il figlio cessa di dare notizie di sé; Derues imbastisce spiegazioni in cui ogni singolo dettaglio affretta la sua rovina.

Una donna morta poteva ancora apporre firme, riscuotere somme, viaggiare alla volta di Lione e impartire istruzioni al consorte, purché un uomo in vita si facesse carico dei suoi affari. Antoine-François Derues spinse una simile comodità fino all’estremo. Madame de La Motte era svanita nel nulla; egli spiegava che la nobildonna, intascato il prezzo della tenuta, era fuggita. Gli atti notarili soccorrevano le sue parole. Una proprietà cambiava così di padrone sulla carta, mentre la venditrice giaceva in uno scantinato parigino e il figlio veniva inumato a Versailles sotto un falso nome.

La vicenda del 1777 si apre con un’ambizione immobiliare. Speziale e droghiere stabilito a Parigi, Derues aveva avviato trattative con i coniugi de La Motte per acquistare la tenuta del Buisson-Souef. L’accordo risaliva al dicembre del 1775. Acquistare, tuttavia, imponeva di saldare il dovuto, e il mercante non disponeva dei mezzi finanziari che dava a intendere. Tra la bramosia del possesso e l’aridità dei fondi, coltivava quello spazio d’ombra in cui i truffatori sono soliti collocare le proprie promesse: domani un incasso, a breve un’eredità, subito dopo la prossima firma ogni pendenza sarebbe stata estinta. I proprietari esigevano denaro, non un racconto. Madame de La Motte raggiunse dunque Parigi per condurre a termine l’affare.

Giunse nella capitale insieme al figlio e fu accolta nella dimora di Derues. Tale ospitalità è un elemento essenziale per intendere la dinamica del delitto. Essa poneva il creditore sotto il medesimo tetto del debitore, alla sua tavola, alla mercé delle bevande e dei rimedi che costui poteva offrirgli. Il giovane venne quindi sistemato a pensione. Verso la fine di gennaio del 1777, la madre cadde ammalata. La sentenza, così come riportata nelle cronache dell’epoca, attribuisce la morte a un veleno somministrato da Derues. Il dispositivo rileva inoltre l’allontanamento della fantesca e gli accorgimenti adottati per tenere a distanza i visitatori. L’intimità offerta a titolo di cortesia si tramutava nello strumento per isolare la vittima.

Madame de La Motte spirò nella notte del 31 gennaio. Derues si guardò bene dal denunciarne regolarmente il decesso. Il cadavere fu rinchiuso in un baule e trasportato in rue de la Mortellerie, all’interno di una cantina presa in affitto sotto lo pseudonimo di Ducoudray. Ivi fu occultato. Tale mutamento d’identità non serviva soltanto a sviare gli sguardi indiscreti. Esso separava due condotte che gli inquirenti avrebbero in seguito dovuto ricongiungere: da un lato il mercante che negoziava un bene fondiario, dall’altro un locatario di cantina i cui movimenti potevano apparire come quelli di un qualsiasi individuo con merci da stipare.

Restava il figlio. Derues gli fece credere che la madre si trovasse a Versailles e desiderasse vederlo. L’adolescente seguì senza sospetti l’uomo che l’aveva appena soppressa. Alloggiato presso un bottaio, cadde a sua volta ammalato. La sentenza accerta bevande e pozioni propinate da Derues, nonché il suo netto rifiuto di far chiamare un medico a dispetto dell’aggravarsi del ragazzo. Questi morì il 15 febbraio. Derues lo fece seppellire l’indomani con il nome di Beaupré, spacciandolo per un proprio nipote. La menzogna faceva così il suo ingresso nei registri parrocchiali: non si limitava più a circolare di bocca in bocca.

Mentre le due vittime svanivano dalla vista dei vivi, i loro autografi e le loro presunte volontà continuavano a produrre effetti. Un atto rogato in febbraio attestava il saldo di centomila lire tornesi e modificava le convenzioni anteriori. Un altro documento doveva accreditare un’operazione finanziaria idonea a rendere verosimile tale versamento. A marzo, un passo compiuto a Lione fornì un’ulteriore, fallace attestazione dell’esistenza in vita di Madame de La Motte. L’esame degli atti dispensa dall’indugiare sulle versioni pittoresche del travestimento attribuito a Derues. Ciò che la condanna statuisce senza equivoci è l’impiego di atti falsi a sostegno di un pagamento del tutto immaginario.

Al marito, Derues propinava una versione ben più crudele della pura e semplice assenza: la consorte se ne sarebbe andata con il denaro in compagnia di uno sconosciuto. La sparizione doveva così imputarsi a colpa della scomparsa. Faceva leva sul disdoro, sulla vergogna, forse sulle esitazioni di un uomo a cui si annunciava l’onta del tradimento. L’artificio possiede una peculiare efficacia: costringe chi cerca una persona cara a cominciare con il difenderne la reputazione. Ma il signor de La Motte non desistette. Le giustificazioni vennero confutate, i movimenti del mercante messi al vaglio, gli atti messi a confronto con le circostanze che pretendevano di certificare.

L’inchiesta giunse infine a violare la cantina. Non era più tempo di attendere lettere, di discutere una partenza o di lasciarsi indirizzare verso un nuovo recapito. In quel tugurio sotterraneo, la donna scomparsa stava per riappropriarsi del proprio nome. Il nascondiglio rese infine la sua prova: il corpo di Madame de La Motte fu rinvenuto nel locale affittato sotto falsa identità. A Versailles, anche l’inumazione del giovane fu ricondotta alla sua reale famiglia d’origine. I due morti si ricongiungevano finalmente nel medesimo fascicolo giudiziario. Le carte che li avevano tenuti in vita o ne avevano alterato le generalità si convertivano nei corpi di reato di un disegno criminale.

Lo Châtelet condannò Derues il 30 aprile 1777. La sentenza fu confermata dal Parlamento di Parigi ai primi di maggio. La portata del verdetto travalicava il mero avvelenamento: vagliava le falsificazioni, la pretesa quietanza, i raggiri orditi per impossessarsi della proprietà e le calunnie diffuse contro la memoria della vittima. L’atto ordinava altresì che l’estratto di morte del figlio venisse rettificato. Tale disposizione amministrativa rappresenta uno dei passaggi più solenni dell’intera vicenda. Dopo una simile profusione di carte concepite per ingannare, un registro parrocchiale doveva restituire a un defunto la sua vera identità, affinché il padre e gli aventi diritto potessero far valere i propri titoli.

Derues continuò a negare l’avvelenamento. Fu sottoposto alla tortura prima dell’esecuzione, secondo il rito dell’epoca, per estorcergli i nomi di eventuali complici. Mantenne la medesima linea di diniego sino agli ultimi istanti. Dopo tante sottigliezze volte a fugare i sospetti, non gli restava che il disconoscimento del veleno. I giudici si erano pronunciati; la sua voce non poteva ormai più arrestare il cammino verso il patibolo. Il 6 maggio fu condotto in Place de Grève, arrotato e infine arso sul rogo.

Le stampe giunte fino a noi illustrano le fasi del supplizio e testimoniano la mercificazione immediata dell’avvenimento. Il modesto mercante che aveva bramato una signoria fondiaria diventava un fenomeno pubblico, destinato alle cantate di piazza e alle cronache del crimine. Ma la tenuta del Buisson-Souef non era stata pagata con le somme trascritte nei rogiti. Era stata inseguita al prezzo di due esistenze, quindi blindata dietro un’impalcatura di falsità. L’istruttoria aveva dovuto smontare tale congegno foglio dopo foglio, per ritrovare una cantina, un sepolcro, un’identità. Non era soltanto un avvelenatore a essere stato fermato: la giustizia aveva impedito che un uomo giungesse a possedere a norma di legge ciò che aveva tentato di usurpare sopprimendo coloro cui doveva il pagamento.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

È stata esaminata la sentenza del 1777 riportata nei Crimes célèbres di Alexandre Dumas, unitamente ai passi dedicati alla fase finale delle indagini e all’esecuzione capitale. Gli episodi aneddotici o romanzati presenti in tale testo non sono stati assunti quali fonti probatorie. La scheda di Criminocorpus relativa a un’incisione d’epoca conferma i capi d’imputazione della condanna. La sentenza è stata consultata nella succitata trascrizione storica e non nella minuta originale d’archivio.

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