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Giustizia e scandali · Francia

La zuppa di Saint-Léonard

Saint-Léonard, Orne, inverno 1886-1887. Il rinvio a giudizio letto alle assise accusa Rosalie Guibout di aver avvelenato il marito Clément mescolando del veleno alla sua zuppa. All’udienza del 30 aprile, le confessioni verbalizzate, le testimonianze sui rapporti coniugali e il ruolo di Aldonce Alléron, quindici anni e mezzo, si incrociano senza che tutte le versioni collimino. La giuria riconosce le circostanze attenuanti; la cronaca registra una condanna ai lavori forzati a vita.

Il 26 dicembre 1886, Clément Foucault doveva partire per Argentan in compagnia della domestica, la giovane Caumont. Sua moglie, Rosalie Guibout, preparò la zuppa e la servì in tavola. Secondo l'atto d'accusa letto dinanzi alla corte d'assise, un frangente in cui la donna si trovò sola le avrebbe consentito di estrarre da un cassetto un involucro acquistato il 15 dicembre, di versarne metà nella scodella del marito e di gettare il resto nel fuoco. Clément mangiò. Bevve poi un caffè che giudicò cattivo, ma che mandò giù ugualmente. L'atto insisteva su questo dettaglio: stando alle confessioni che Rosalie avrebbe reso durante l'istruttoria, la sostanza letale era stata mescolata alla zuppa, non al caffè.

Il viaggio verso Argentan fu presto interrotto da continui conati di vomito. Verso mezzogiorno, Clément si sentì così male da doversi fermare all'albergo delle Trois-Croix, gestito da un certo Delaunay, e rimanere a letto per diverse ore. Si riuscì infine a ricondurlo a Saint-Léonard. Il suo stomaco rifiutava ormai qualsiasi cibo; dolori lancinanti alle viscere gli straziavano il corpo, mentre una sete inestinguibile lo consumava. Il malessere era insorto subito dopo quel pasto, ma il medico, chiamato solo alcuni giorni più tardi, non ne comprese la vera causa.

Clément Foucault aveva ventotto anni e fino ad allora aveva goduto di ottima salute. Spirò il 1° gennaio, a mezzogiorno. Il dottor Malfilâtre, che lo aveva visitato il 29 dicembre, aveva riscontrato una violenta infiammazione dello stomaco e dell'intestino, senza tuttavia poterne misurare l'esatta gravità. Dopo il decesso, l'autopsia e la perizia tossicologica vennero presentate come la conferma delle confessioni di Rosalie. Nel capo d'imputazione, tali riscontri furono addotti per sostenere la tesi dell'avvelenamento premeditato.

I coniugi non vivevano in buona armonia, precisava l'accusa. All'inizio di novembre, un garzone di quindici anni e mezzo, Aldonce Alléron, era entrato a servizio nella loro casa. L'atto d'accusa attribuiva a Rosalie una relazione intima con il giovane domestico e affermava che Clément era finito per cacciarlo di casa dopo aver notato troppe familiarità. Da quell'espulsione in poi, la magistratura indicava il veleno come il mezzo prescelto per sbarazzarsi del marito e dare libero corso a quella tresca.

Il 15 dicembre, stando alla ricostruzione accusatoria, Rosalie si era recata da un farmacista di Argentan. Aveva chiesto un pacchetto di fecola mista ad anidride arseniosa, dichiarando di volerla impiegare contro i topi. Quel veleno, sosteneva l'atto, era destinato al consorte. Poco più tardi, dopo l'allontanamento di Alléron, la Caumont avrebbe udito questa minaccia: «Hai buttato fuori Aldonce; prima o poi, avrai la tua dose». La medesima frase sarebbe stata reiterata all'indirizzo di Clément la sera del 25 dicembre. L'acquisto del tossico, la minaccia riferita dalla domestica e la sua ripetizione alla vigilia del pasto componevano, per la pubblica accusa, i tasselli di un disegno criminoso lucidamente perseguito.

L'atto asseriva inoltre che Rosalie aveva tentato in precedenza di versare il veleno nel caffè, per poi desistere poiché una sostanza estranea vi sarebbe risultata più facile da scorgere. Tale manovra preparatoria veniva ascritta a una spontanea ammissione dell'imputata. Il 26, una volta dissuggellato il pacchetto, avrebbe optato per la zuppa, gettando poi tra le fiamme la metà residua. In aula la ragazza Caumont affermò, contraddicendo quanto verbalizzato in precedenza, di essere rimasta in cucina sino a quando la zuppa non fu interamente consumata. Il resoconto processuale assumeva la confessione di Rosalie come prova che il veleno fosse nel piatto. Questa discrepanza non cancellava le due narrazioni, ma le poneva a confronto nel fascicolo sottoposto ai giurati.

Durante il decorso della malattia, fu la Caumont ad accudire l'infermo. L'accusa rimproverava alla moglie di non essersi mai accostata al suo capezzale né di aver cercato di lenirne il tormento. Imputava altresì a Rosalie di aver fatto recapitare un messaggio ad Alléron già all'indomani del pasto e di averlo ricevuto il 29 dicembre. Il ragazzo sarebbe giunto a coricarsi con lei nel letto dove già riposava la fantesca, in una stanza contigua a quella dell'agonizzante. Morto Clément, Rosalie si rifugiò presso un vicino; la mattina fissata per le esequie, si trasferì presso la famiglia dell'amante per non assistere all'inumazione. Lì fu arrestata il giorno seguente.

Secondo gli atti, Rosalie avrebbe confessato quasi subito, dettagliando le modalità del delitto. Non negava né l'acquisto del veleno né il suo impiego; l'autopsia e gli esami chimici corroboravano la tesi dell'istruttoria. Per giustificare il proprio gesto, avrebbe dichiarato di aver soppresso Clément perché questi aveva introdotto sotto il loro tetto la ragazza Caumont, antica amante del marito. Lasciava intendere che una corrispondenza tra i due fosse proseguita sin dai tempi della leva militare dell'uomo. L'atto d'accusa ribatteva che Rosalie non si era affatto opposta all'arrivo della Caumont e ne aveva anzi agevolato la sistemazione; questa lettura degli inquirenti rispondeva al movente passionale che la cronaca le attribuiva.

All'udienza del 30 aprile, Rosalie, vedova Foucault, aveva ventisette anni. La stampa la descrisse come impassibile. Interrogata, riconobbe i fatti contestati nel rinvio a giudizio e altri emersi nel corso dell'istruttoria. Quando il presidente le fece osservare quanto apparisse inverosimile aver trucidato il marito per sola gelosia, ella serbò il silenzio. Il resoconto riferì anche un'altra minaccia che Rosalie ammise di aver proferito: «Creperai solo per mano mia». Quando Clément, già colto dai primi dolori, si era messo in viaggio per Argentan, gli avrebbe detto di prendere un po' d'aria, che gli avrebbe fatto bene.

La cronaca dibattimentale aggiungeva che la donna ammetteva di aver lasciato il marito privo di cure durante i due giorni di malattia, di aver rifiutato di comporne la salma e di essersi ricongiunta ad Alléron il giorno dei funerali. Questa durata contrasta con le date che l'atto giudiziario indica altrove, dal pasto del 26 dicembre al decesso del 1° gennaio; gli atti a stampa non appianano la contraddizione. L'imputata affermò inoltre che l'amante aveva approvato il piano quando lei glielo aveva confidato, felicitandosi poi con lei dopo la somministrazione della dose. Tali parole non bastarono a fare di Alléron un imputato. Il presidente ne censurò duramente la condotta morale, ma rammentò che la semplice approvazione morale di un misfatto non integrava la complicità dinanzi alla legge. Il magistrato rivolse altresì un severo biasimo al farmacista Peschard per aver dispensato vari grammi di un veleno letale senza alcuna ricetta medica.

Il ruolo della Caumont nel ménage domestico restò controverso. In aula la giovane negò qualsiasi intimità con Clément. Numerosi testimoni asserirono tuttavia di aver visto Rosalie in possesso di lettere amorose, di una ciocca di capelli e di una fotografia che la donna avrebbe sottratto al marito. Tale versione offriva un puntello alla tesi della gelosia invocata dalla difesa, pur senza scuotere le altre circostanze materiali dell'avvelenamento esposte nell'accusa. Il giornale descriveva Alléron come un ragazzo di quindici anni e mezzo. Il presidente gli rimproverò di aver assentito al piano; ciò non bastò, nondimeno, a farlo comparire sul banco degli imputati a fianco di Rosalie.

Il procuratore Sourdat ripercorse le circostanze della morte, le minacce proferite e la condotta di Rosalie prima e dopo il fatale desinare. A suo avviso, l'unica molla del delitto risiedeva nella passione cieca che la legava ad Alléron. La pubblica accusa non quantificò una pena precisa, rimettendosi alla giuria circa la concessione delle attenuanti. L'avvocato Boivin-Champeaux, per la difesa, invocò proprio tale indulgenza. Ripercorse la storia del matrimonio, fece leva sulle lettere della Caumont e dipinse la gelosia di Rosalie come il vero movente del crimine. Non ne negò la colpevolezza materiale, ma sostenne che l'equità imponesse il beneficio delle circostanze attenuanti.

La giuria fece propria la linea dei difensori. Rosalie Guibout fu condannata ai lavori forzati a vita. In quel dibattimento, l'agonia di Clément, le confessioni a verbale e le contrastanti versioni della Caumont e di Rosalie condussero a un verdetto in cui la colpevolezza piena e le attenuanti trovarono composizione. La cronaca si arresta a questa sentenza; nulla riferisce sul destino toccato in seguito alla condannata.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Resoconto d'assise pubblicato il 5 maggio 1887, p. 438. Lo stralcio OCR relativo all'articolo conta 1.955 parole e copre le colonne 3-4 della pagina PDF 2, dall'intestazione della corte d'assise dell'Orne fino alla menzione della condanna. Il testo è stato esaminato integralmente; il titolo, l'onomastica, la sequenza cronologica e l'esito finale sono stati riscontrati sulla pagina originale mediante due ritagli estesi all'intera ampiezza delle colonne. Questa verifica non costituisce una collazione diplomatica parola per parola né una lettura autoptica degli altri fogli del fascicolo. Il documento registra versioni e durate tra loro discordanti; tace del tutto sull'esecuzione della pena.

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