Nell’autunno del 1834, Joseph Moseley e William Garside erano stati condannati per l’omicidio di Thomas Ashton. Eppure, a diverse settimane dal verdetto, attendevano ancora la morte. Lo sceriffo della contea palatina di Chester ricusava di procedere; quello della città di Chester sosteneva che un simile fardello non spettasse affatto a lui. Due pubblici ufficiali si rimpallavano l’esecuzione della pena, mentre i prigionieri languivano sotto la scure del patibolo. Il processo ne aveva accertato la colpevolezza: restava da stabilire chi dovesse condurli al capestro.
La vicenda affondava le radici nel 3 gennaio 1831. Thomas Ashton, figlio cadetto di un maestro filatore di cotone, aveva preso il tè nella dimora paterna, a Hyde, per poi avviarsi verso una fabbrica di recente costruzione, distante circa un terzo di miglio. Ne era uscito intorno alle sei e mezza. Alle otto, il suo cadavere fu rinvenuto lungo la via del ritorno. Aveva ricevuto una scarica di pistola in pieno petto. I pallettoni avevano aperto un’ampia ferita anteriore e due lacerazioni d’uscita sulla schiena; la loro scarsa dispersione indicava, secondo il verbale, che chi aveva fatto fuoco si trovava a bruciapelo.
Pelham inquadra l’episodio nel clima delle aspre contese salariali che scuotevano le filande del circondario di Manchester. Gli operai, organizzati in associazioni, difendevano tariffe unificate. A Hyde le retribuzioni si mantenevano sui livelli consueti; ad Ashton i padroni rifiutavano ogni ritocco, alimentando un sordo risentimento. La cronaca collega il delitto a tale fermento, pur precisando che la scelleratezza di pochi non autorizza a gettare il discredito sull’intera classe lavoratrice organizzata. Nelle aule di giustizia, del resto, si giudicavano soltanto due uomini.
La fine violenta di Ashton suscitò un generale sgomento. I suoi familiari e il governo offrirono congiuntamente una taglia di duemila sterline per assicurare i colpevoli alla giustizia e ottenere la confessione di un complice, purché questi non avesse materialmente esploso il colpo letale. Gli inquirenti batterono ogni pista; le indagini, tuttavia, ristagnarono a lungo e gli anni scivolarono via senza che i principali responsabili finissero in ceppi.
Nell’aprile del 1834, William Moseley, rinchiuso nel carcere di Chester per un altro reato, decise di parlare. Indicò quale mandante un certo Samuel Scholfield e chiamò in causa Garside insieme a Joseph Moseley, suo stesso fratello. I due furono arrestati a Oldham. Per la prima volta, l’accusa disponeva di un resoconto minuzioso, fornito da un uomo che affermava di aver preso parte alla congiura.
Il dibattimento si aprì alle assise di Chester giovedì 7 agosto. William Moseley fu il teste cardine. Riferì che Scholfield, da lui descritto quale esponente sindacale, aveva proposto l’assassinio per ritorsione contro le paghe imposte da Ashton. I sicari avrebbero pattuito un compenso di dieci sterline. Dopo essersi appostati nei pressi della fabbrica di Woodley, attesero il passaggio del giovane industriale. Poco prima delle sette, stando a questa versione, Garside si fece avanti e aprì il fuoco. I tre si diedero alla fuga, abbandonando Ashton moribondo sulla strada maestra. La mercede pattuita sarebbe stata liquidata la sera stessa, suggellata da un giuramento di mutuo silenzio.
Non era, quella, la deposizione di un testimone integerrimo. Incalzato dalle domande, William Moseley dovette ammettere che la propria condotta morale era gravemente macchiata da una lunga sequela di delitti. Nondimeno, Pelham sostiene che altre risultanze confermassero il suo racconto nei punti nodali. La relazione d’epoca non enumera ciascun elemento probatorio; si limita a rammentare che la giuria ritenne il quadro sufficientemente solido. Entrambi gli imputati furono giudicati colpevoli e condannati all’impiccagione per il sabato successivo.
Venne il sabato, ma il boia non operò. Lo sceriffo della contea palatina e quello municipale di Chester rifiutarono concordemente di farsi carico dell’incombenza. L’amministrazione carceraria informò i condannati della contesa, ma nessuno dei due magistrati intese cedere. Il giudice Parke accordò una sospensione fino al 18 agosto affinché il nodo procedurale venisse sciolto. Quell’intervallo offrì alle autorità il destro per interrogare nuovamente gli uomini. Entrambi, a quanto riferisce Pelham, ammisero la propria partecipazione all’omicidio, negando tuttavia con fermezza il coinvolgimento di Scholfield. Garside dichiarò di essersi offerto come testimone della Corona e che, se solo gliene fosse stata data facoltà, «tutta la verità» sarebbe venuta a galla; soggiunse che la corte aveva raccolto soltanto una trama d’imposture. Una simile ritrattazione non scalfiva la condanna, ma innestava una variante insidiosa in un fascicolo già viziato dagli interessi contrapposti dei rei e del loro accusatore.
All’indomani del processo, William Moseley fu tradotto a Stockport. Sulla scorta delle sue delazioni, Scholfield fu tratto in arresto; protestò la propria innocenza e rimase in custodia cautelare. Nel frattempo, la sorte di Garside e di Joseph Moseley restava sospesa al filo della disputa di giurisdizione. Il 16 agosto ottennero un ulteriore rinvio sino al 18 settembre, e poi ancora sino ai primi di novembre, per consentire alla Corte del Banco del Re di dirimere il conflitto tra i due sceriffi.
Il quesito non riguardava più la legittimità della condanna, bensì quale autorità avesse il dovere di darvi esecuzione. L’Attorney General rammentò ai magistrati che una riforma legislativa aveva soppresso l’antico tribunale palatino di Chester, sostituendone le sessioni con assise ordinarie. Una clausola transitoria, tuttavia, manteneva in vigore gli obblighi a carico dei magistrati e della cittadinanza. Lo sceriffo cittadino eccepiva che i suoi doveri di esecutore discendevano dal soppresso tribunale; se pur sussisteva un residuo obbligo, esso gravava, a suo dire, sul sindaco e sul corpo civico. Dal canto suo, lo sceriffo comitale non intendeva affatto assumersi il macabro ufficio. L’Attorney General invocò dunque i provvedimenti necessari per far comparire i detenuti e troncare l’impasse.
L’11 e il 13 novembre, Garside fu condotto dinanzi alla Corte del Banco del Re. Il suo difensore invocò il proclama governativo che prometteva duemila sterline e la grazia al complice non autore del tiro mortale. Poiché Garside aveva offerto elementi utili agli inquirenti del Cheshire, la difesa ne sollecitava l’immediata scarcerazione. L’Attorney General ribatté che la giuria aveva qualificato Garside proprio come l’esecutore materiale dell’agguato. Il giudice Denman accolse l’eccezione: il beneficio del perdono regio non poteva estendersi a colui che il verdetto designava come il tiratore. La corte ordinò pertanto che la sentenza fosse eseguita dal proprio maresciallo, con l’assistenza dello sceriffo del Surrey.
I prigionieri furono trasferiti nel carcere del Banco del Re. Garside inoltrò un’ultima supplica ricalcata sugli argomenti del proprio legale, ma senza esito. Il 25 novembre i due complici furono condotti nella prigione di Horsemonger Lane. Pelham riferisce che, durante l’estrema prigionia, Garside aveva tentato di addossare a terzi la responsabilità materiale del delitto. Il cronista fa qui il nome di «Joseph Moseley» quale destinatario dell’accusa, sebbene in precedenza avesse indicato William Moseley come teste primario. L’incongruenza impedisce di risalire con sicurezza all’identità della persona chiamata in causa. Pelham aggiunge inoltre che Garside ritrattò tali affermazioni soltanto nell’imminenza del supplizio.
Alle nove del mattino, Garside salì per primo i gradini del patibolo. Le sue ultime parole suonarono come una resa: «Tutte le dichiarazioni che ho reso in varie epoche dopo la mia condanna sono false». Sconfessava così ogni sua parola, senza tuttavia offrire una diversa versione capace di squarciare le ombre del processo.
Scholfield comparve a giudizio nell’aprile del 1835. Il grand jury ricusò il rinvio a giudizio e l’uomo fu rimesso in libertà. La condanna di Garside e di Joseph Moseley era stata irrevocabilmente consumata, mentre l’asserito istigatore sfuggiva al giudizio popolare. Dal corpo esanime rinvenuto lungo la strada di Hyde al compimento di una sentenza differita dal puntiglio di due magistrati, la vicenda aveva attraversato tre anni e molteplici narrazioni inconciliabili. La legge riuscì infine a designare la mano che doveva recidere quelle vite; non valse, tuttavia, a dissipare le troppe ombre lasciate da chi aveva parlato per salvarsi.
