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Polizia e malavita · Italia

Una forca che attendeva il pentimento

Un prestito ipotecario spinge Antonio Camardella a uccidere il proprio creditore, un canonico romano. Condannato a morte, rifiuta di convertirsi; quest’ultimo scontro trasforma un omicidio in leggenda popolare.

Il canonico aveva avuto partita vinta; gli restava da sopravvivere alla propria vittoria. È la sventura delle liti pecuniarie: il giudizio, ponendo termine a una contesa, non pone quasi mai fine al rancore. A Roma, nel settembre del 1749, Antonio Camardella affrontò Donato Antonio Morgigni armato di tutto punto. Non veniva più a discutere gli interessi di un prestito. Nelle parole conservate dal suo interrogatorio, la casa da cui era stato cacciato tornava con insistenza: era l'origine e, a suo giudizio, la giustificazione di ogni cosa. Il colpo partì. Da quell'istante, la disputa tra due uomini entrò in un'altra giurisdizione, dove non si potevano più pignorare soltanto quattro mura.

La casa e il credito

Camardella era un uomo del Regno di Napoli stabilitosi a Roma. Lo si conosceva in via di Monserrato, dove esercitava il commercio di ferrivecchi. È un mestiere che maneggia oggetti d'una singolare eloquenza: serrature divelte dai battenti, arnesi orfani dell'artefice, frammenti di un patrimonio che ha cessato di appartenere a qualcuno. Nulla autorizza ad attribuirgli una filosofia della propria mercanzia. Eppure la sua stessa casa lo avrebbe ricondotto a questa materiale nozione della proprietà: ciò che oggi si possiede può domani passare ad altri.

Un immobile portato in dote dalla moglie, lavori di rifacimento, un prestito contratto con il canonico: la vicenda si era annodata entro queste ordinarie trafile. Le spese crebbero; i rapporti si guastarono. Morgigni invocò in particolare un onere che gravava sull'immobile e del quale sosteneva di non essere stato avvertito. Ebbe la meglio. Camardella oppose una violenta resistenza allo sfratto. La persuasione di subire un sopruso non costituì un titolo di proprietà supplementare; trasformò invece il creditore in un nemico personale.

Questo scivolamento dall'obbligazione civile alla vendetta è giunto fino a noi nella lingua stessa dell'imputato. Interrogato dopo il delitto, Camardella ricondusse il gesto alla volontà di troncare quella che definiva una vessazione. Aveva fatto del canonico la causa esclusiva della propria rovina. Tra il diritto che un uomo presume di avere e la persona che decide di colpire, resta tuttavia l'intero intervallo d'una scelta. La casa perduta spiega il rancore; non risuscita l'uomo abbattuto.

Ciò che i testimoni potevano riconoscere

L'omicidio esigeva ormai i suoi rilievi. Il cadavere fu periziato; il linguaggio medico della procedura mantenne il proprio latino per descrivere le ferite, mentre l'idioma volgare riaffiorava quando occorreva inventariare gli abiti. L'arma da fuoco stessa metteva in imbarazzo quella solennità dotta: la si designava per il suo effetto, bruciare e squarciare, e poi per i proiettili di piombo che scagliava. Sotto il cerimoniale degli atti, si trattava di fissare una verità semplice e tremenda: un uomo era caduto per mano di un altro uomo.

Attorno a questa certezza materiale, l'istruttoria doveva ancora raccogliere gli sguardi. Coloro che avevano scorto l'esecutore sarebbero stati in grado di riconoscerlo? La domanda pare agevole a leggerla a distanza d'anni; lo è assai meno per chi è chiamato a tramutare un attimo di terrore in identificazione giudiziaria. Due testimoni, un chirurgo pratico e uno scrivano, risposero con sicurezza. Altri esitarono: alcuni servitori, la moglie d'un fruttivendolo, un ecclesiastico non garantivano affatto un riconoscimento inequivocabile.

Queste esitazioni non cancellano né il morto né le ammissioni di Camardella. Impediscono soltanto che il processo somigli a una sfilata di testimoni onniscienti. Alcuni avevano visto; non pretendevano per questo di aver ritenuto ogni particolare. Nelle formule verbalizzate degli interrogatori, le loro riserve restano impresse. La giustizia esigeva un nome; la memoria rispondeva talvolta di non esserne all'altezza. Bisogna rendere merito a questa modestia dei testimoni, che ebbero almeno il ritegno di non fabbricare una certezza per compiacere i magistrati.

Camardella, da parte sua, non si trincerava dietro una comoda ignoranza del dissidio. La sua stessa versione collegava lo sparo al canonico e all'ingiunzione di sgombero. Le parole pronunciate prima del colpo, così come egli le riferì, conferivano all'omicidio il carattere d'una replica. Ma una replica di questa specie sopprime pure la facoltà di replicare. Morgigni non avrebbe più perorato il proprio credito; il suo cadavere diventava un reperto nella procedura intentata contro l'avversario.

Il condannato rifiuta l'ultimo ruolo

La condanna condusse Camardella alla forca di piazza di Ponte Sant'Angelo. Ma il potere pontificio si attendeva da questa morte qualcosa di più dell'esecuzione d'una sentenza. Il reo doveva riconoscersi colpevole, accettare i conforti della religione e offrire agli astanti lo spettacolo d'un'anima riconciliata. La fine poteva allora presentarsi come un'espiazione: la società puniva il delitto, la Chiesa salvava il delinquente, e il popolo tornava alle proprie faccende con un ammaestramento convenientemente compiuto.

Camardella scombinò questo copione. Pretese vendetta anziché acconsentire al pentimento che gli veniva proposto. Il rifiuto destò un'impressione abbastanza profonda perché le relazioni ecclesiastiche e la tradizione popolare ne serbassero memoria. Il predicatore Leonardo da Porto Maurizio intervenne presso di lui. La biografia data alle stampe alla fine del secolo riferisce che l'esecuzione fu differita fino a sera; le esortazioni si protrassero senza strappare la conversione sperata. Il tempo concesso non produsse la scena pattuita.

La forca restava dunque eretta, il condannato in vita, e la persuasione continuava la propria opera intorno a lui. Si consumava lì una lotta tra forze di natura disuguale. I magistrati potevano disporre del suo corpo; non potevano estorcergli un'adesione sincera per la sola virtù d'un comando. Si desiderava che implorasse il perdono; egli perseverava nella vendetta. La sua pervicacia non rendeva giusto l'omicidio, ma privava la cerimonia del consenso che ne avrebbe temperato l'orrore.

Fu impiccato. L'opera consacrata al predicatore assicura che la sua estrema resistenza durò fino a sotto il cappio. Dopo la morte, Leonardo parlò alla folla dell'impenitenza finale. Un uomo era morto rifiutando l'epilogo che gli era stato apparecchiato; un altro doveva ormai spiegare quella renitenza ai vivi. La condanna aveva avuto la sua esecuzione. La vicenda, invece, cominciava una seconda esistenza.

Il nome rimasto per strada

Le generazioni successive fecero di Camardella un caparbio proverbiale. Il suo cognome si alterò in Gammardella, con quella libertà che le città usano verso le figure che hanno adottato. Non designava più soltanto l'uccisore d'un canonico: era diventato un modo per rinfacciare a qualcuno la sua ostinazione, i suoi eccessi o la sua mala volontà. La vittima si eclissava dietro un modo di dire. È un'ingiustizia consueta della celebrità criminale: il morto fornisce il dramma, l'assassino si appropria del nome.

Nel 1830, Giuseppe Gioachino Belli dedicò alcuni sonetti a questa memoria. In uno, un padre faceva dell'esecuzione un monito per il figlio; nell'altro, il rifiuto del condannato si mutava in una satira sferzante della giustizia e della santità. Questo padre e questo fanciullo appartengono alla poesia, non agli incartamenti del 1749. La voce plebea inventata dal Belli mirava dritto a ciò che continuava a scandalizzare: un uomo aveva preferito polemizzare fino all'ultimo respiro anziché recitare la parte del penitente.

L'editore Luigi Morandi volle più tardi chiarire i dettagli della vicenda. Fu tuttavia costretto ad ammettere di non aver rintracciato una relazione a stampa annunciata nel 1749. Per certe sevizie che supponeva impiegate onde carpirne la conversione, faceva affidamento sulla tradizione e su altri supplizi dell'epoca. Il ricordo aveva già lavorato i fatti. Allo stesso modo, la voce che faceva del caso Camardella un intoppo decisivo per la canonizzazione del predicatore oltrepassava quanto le carte consentissero di asseverare.

Il nucleo più saldo non ha del resto bisogno di questi orpelli: un debito, uno sfratto contestato, un colpo d'arma da fuoco, testimoni di dubbia fermezza, una condanna e un rifiuto ostinato. Una casa era stata il perno della lite; nella memoria di Roma non ne restò né facciata né chiave. Ciò che attraversò il secolo fu una voce che gridava vendetta quando tutti attendevano una preghiera. E dietro quella voce, quasi dimenticato, restava il silenzio di Morgigni, che aveva vinto la causa ma non aveva ottenuto di vivere.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Sono stati esaminati gli estratti del processo del 1749 riprodotti da Emanuele Coglitore nel suo saggio linguistico del 2016 (pagine 61–63): constatazione del cadavere, dichiarazioni di Camardella e risposte dei testimoni sul riconoscimento. La recensione del suo volume del 2010, alle pagine 108–110, illustra brevemente la controversia immobiliare; il volume e i manoscritti originali non sono stati consultati. I due sonetti del Belli del 1830 e le note d'epoca di Luigi Morandi sono stati letti integralmente. Morandi cita la vita di san Leonardo pubblicata nel 1796, ma ammette le proprie lacune: le presunte sevizie e la diceria relativa alla canonizzazione non vengono pertanto affermate come fatti storici. Il padre e il fanciullo sono figure del sonetto, non testimoni aggiunti. Nessun dialogo inedito è stato inventato.

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