A Edimburgo, il 12 aprile 1567, James Hepburn, conte di Bothwell, comparve di persona dinanzi alla corte di giustizia riunita nel palazzo del Senato. Il capo d’accusa non lasciava spazio a dubbi sull’enormità del delitto ascrittogli: l’uccisione del re consorte, Henry, lord Darnley, sposo di Maria Stuarda. Nella notte del 9 febbraio, recitava l’atto, una grande quantità di polvere da sparo era stata accesa sotto la casa in cui il principe riposava, presso la chiesa dei Campi; la deflagrazione aveva scagliato l’edificio in aria, uccidendone l’occupante. Tale data era quella indicata dall’accusa. L’esplosione, di fatto, si era prodotta all’alba del 10 febbraio.
Bothwell scelse due difensori, David Borthwick ed Edmund Hay. Si doveva giudicare un grande del regno per la morte di un re, eppure la prima eccezione sollevata non riguardò né la polvere né l’ora del delitto. Riguardò la potestà di giudicare.
Henry Kinloch si presentò a nome del conte di Erroll, conestabile di Scozia. Sostenne che al conestabile spettasse la giurisdizione esclusiva per giudicare pari di quel rango qualora il delitto fosse stato perpetrato presso la camera del principe. Se la corte di Argyll avesse dato corso alla causa, protestò, avrebbe usurpato un’antica giurisdizione. Il magistrato, consultato il proprio assessore, dispose di procedere comunque all’esame del merito: Kinloch non aveva prodotto alcun titolo a sostegno del proprio assunto. Bothwell pretese che ne fosse redatto formale verbale. In pochi istanti, le parti avevano fissato la norma del giorno: ogni riserva sarebbe stata verbalizzata, ogni eccezione custodita agli atti, mentre l’udienza avrebbe proseguito il suo corso.
L’altra assenza, assai più grave, era quella di Matthew Stewart, conte di Lennox, padre di Darnley e promotore dell’accusa. Non era entrato nell’aula. Robert Cunningham, suo servitore, comparve in sua vece munito di una scrittura firmata e di una procura. Domandò che si accordasse al suo signore un altro giorno. Il termine concesso, lamentava, era stato troppo breve; Lennox non aveva potuto condurre con sé amici e congiunti, la cui presenza reputava necessaria per il proprio onore e per la propria incolumità di fronte a una fazione avversa di gran lunga più potente. Se si fosse dovuto sentenziare quel giorno stesso, aggiungeva, egli protestava formalmente contro il modo in cui la causa veniva istruita.
Il testo tramandato da Borrow conserva la punta più aspra di tale rimostranza. Lennox vi dichiarava che, se i giudici avessero assolto l’imputato, non avrebbero potuto addurre a discolpa l’ignoranza: a suo dire, l’identità dei sicari era notoria. Non parlava come un testimone chiamato a riferire quanto veduto nella casa sventrata dalla polvere; parlava come un padre che accusava, atterrito all’idea che un’assoluzione sbarrasse per sempre la strada a qualsiasi altra prova.
La corte respinse l’istanza di rinvio. Il magistrato prese in esame le lettere di Lennox, il mandato del Consiglio privato, le istanze dei patrocinatori e la ferma volontà di Bothwell che l’intera vicenda fosse definita. Ammise nondimeno Cunningham a costituirsi a sostegno dell’accusa. L’udienza procedeva così, incagliata tra due esigenze inconciliabili: fare presto, come avevano decretato la regina e il Consiglio, e concedere al padre della vittima il tempo e i presidî di sicurezza invocati. Lennox non sarebbe stato presente a sostenere di persona l’accusa; la sua protesta, però, sarebbe rimasta incisa nel fascicolo.
Le lettere da lui inviate alla regina davano voce a quell’assenza. Nella prima, datata Howstoun, 26 febbraio, Lennox ringraziava Maria delle notizie ricevute e la scongiurava di non attendere la convocazione del Parlamento. I cartelli affissi alle porte dell’aula del Senato, riferiva, indicavano precisi individui quali autori del regicidio. Chiedeva che fossero arrestati, che la nobiltà fosse radunata e gli accusati processati; se le imputazioni si fossero rivelate infondate, si sarebbe sempre potuto rimetterli in libertà. Esigeva a un tempo un’indagine celere e una procedura che consentisse di vagliare quanto gridavano i libelli.
In una seconda missiva, del 17 marzo, il tono si faceva più incalzante e personale. Lennox faceva i nomi di coloro sui quali gravavano, a suo giudizio, i più forti sospetti: Bothwell, James e Gilbert Balfour, David Chambers, John Spence, Franciscus Bastian, John de Bordeaux e Joseph, fratello di David Rizzio. Supplicava la regina di farli arrestare e sottoporre a interrogatorio. Non affermava di aver colto i cospiratori in concilio; chiedeva che fossero messi alla prova dei fatti.
Bothwell, dal canto suo, sedeva in aula, affiancato dai difensori e da quei pari che di lì a poco avrebbero statuito sul suo destino. Il tribunale aveva designato sedici giurati, scelti tra conti, lord e proprietari terrieri designati con il titolo delle loro signorie. Li fece ritirare in una camera attigua affinché deliberassero. Il padre di Darnley non stava al loro cospetto; il servitore, ammesso al processo, ne tutelava gli interessi. La cronaca non reca traccia di deposizioni testimoniali oculari, né di prove materiali dibattute nel segreto della camera di consiglio. Riferisce al contrario che i giurati, dopo aver discusso i capi d’imputazione, dichiararono Bothwell prosciolto dall’omicidio nella sua interezza e da ogni circostanza a esso connessa.
L’assoluzione fu solennemente proclamata. Un secondo atto, preteso dal presidente della giuria, conferiva all’esito un suggello ancor più definitivo: ai procuratori e a quanti li coadiuvavano era precluso esibire in seguito ulteriori scritti o prove a sostegno dell’accusa; nessuno, sanciva il rogito, aveva dimostrato la verità del delitto, né parte veruna di esso. I giudici protestavano inoltre che la loro sentenza non dovesse mai essere ascritta loro a colpa. Erano formule dettate dalla corte medesima, eppure non valsero a dissipare il sospetto.
La narrazione attribuisce poi a Bothwell un gesto calcolato per replicare al verdetto della piazza. Fece affiggere sulla piazza del mercato un bando in cui proclamava di essere stato mondato dalla legge, ma di essere pronto a difendere la propria innocenza in singolar tenzone contro chiunque, di nobile nascita e specchiata reputazione, ardisse accusarlo dell’omicidio. Un altro cartello rispose quasi all’istante. Un gentiluomo raccoglieva la sfida, affermando di voler provare con le armi che Bothwell era stato il mandante principale del crimine; supplicava il re di Francia e la regina d’Inghilterra di intervenire affinché fosse designato un campo di battaglia sotto la loro garanzia. Il nome dell’autore di tale replica non è tramandato dal capitolo.
A questa disfida, la cronaca non registra alcuna risposta di Bothwell. Lennox aveva spedito le sue missive; Cunningham aveva consegnato la sua protesta; i giurati avevano assolto il conte. Nelle strade, i cartelli continuavano a pretendere un altro giudizio, quello delle armi. Il mese seguente, a maggio, Maria avrebbe sposato Bothwell. Il padre di Darnley aveva ottenuto un’udienza, ma non la proroga né le garanzie d’incolumità che chiedeva per sostenere, coi propri occhi e la propria voce, l’accusa.
