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Polizia e malavita · Francia

Un baule ha miglior memoria d’un amante

Gouffé, Eyraud, Bompard: gli oggetti e le figure di un celebre caso giudiziario.

Quando Jeanne vide il baule sul giornale, posò la mano sull’incisione con tale bruschezza che il caffè le si rovesciò sulla tovaglia. La sorella credette che avesse appena letto di una catastrofe; non s’ingannava che a metà, giacché Jeanne conosceva da tempo la specie di catastrofe che entra in una casa con le apparenze d’un bagaglio perbene.

— Finirai per rovinarti gli occhi con queste storie.

Jeanne non rispose. Cercava, sotto i tratti dell’incisore, una riparazione che nessuno avrebbe avuto motivo di notare: un cantone rinforzato, una cucitura lievemente deviata, quel piccolo difetto che commetteva quando il cuoio resisteva e il padrone le rifiutava il tempo di ricominciare. L’incisione non consentiva alcuna certezza. Era proprio questo a sgomentarla; avrebbe potuto passare l’intera giornata a fissare una cosa troppo vaga per costringerla a parlare, abbastanza precisa per toglierle il sonno.

Il viaggio d’un morto

L’estate del 1889 aveva visto svanire da Parigi un ufficiale giudiziario di nome Gouffé. Poco dopo, a Millery, vicino a Lione, era stato rinvenuto un cadavere insieme ai resti d’una cassa che era servita a trasportarlo. Tra l’uomo scomparso e il morto senza nome occorreva stabilire un nesso; tra quel nesso e le persone che avevano predisposto il viaggio, restava da percorrere una distanza che le strade ferrate non bastavano a misurare.

I giornali offrivano ai parigini di che occuparsi di tali ricerche senza alzarsi dalla tavola. Mostravano il baule, i volti degli inquirenti, ben presto quelli dei sospetti; ogni immagine prometteva di avvicinare il lettore a un segreto a cui le incisioni dell’indomani avrebbero aggiunto un nuovo particolare. In casa della sorella di Jeanne si acquistava il supplemento per i bambini, che prediligevano le scene a colori. Lo si ripiegava poi sotto il cestino del cucito.

La sarta sfilò il giornale da quel nascondiglio. Da quando aveva lasciato l’officina, non aveva più toccato lavori di valigeria; rammendava biancheria e vestiti, guadagnava di meno e se ne considerava appagata, poiché un uomo che desiderava dimenticare non conosceva quel nuovo recapito.

Se il baule era quello che le pareva di ravvisare, quell’uomo l’aveva portato a riparare.

Un’operaia non aveva visto nulla

All’officina, diversi mesi prima, non aveva chiesto che una sola cosa: che il lavoro fosse pronto prima di sera. Il padrone aveva garantito per lei. Jeanne aveva lavorato accanto alla finestra, con il baule poggiato su una sedia; il cliente, tornato troppo presto, s’era piantato alle sue spalle, osservando i punti allinearsi.

— Mi conoscete? — aveva domandato.

Ella l’aveva conosciuto sotto un altro nome, in un’epoca in cui s’immaginava che un uomo mutasse d’umore con maggior facilità di quanto non mutasse d’identità. Aveva chinato il capo e tirato il refe.

— Conosco il mio mestiere.

Egli aveva riso, pagato in contanti e lasciato sul banco da lavoro una somma che il padrone le aveva sottratto dalle dita prima che potesse decidere di rifiutarla. L’uomo se n’era andato con il suo bagaglio; Jeanne aveva abbandonato l’officina otto giorni dopo. Nessuno aveva messo in relazione le due partenze. La povera gente gode di questo malinconico privilegio: le sue risoluzioni interessano poco, purché non intralcino il lavoro altrui.

Ora, sulla tavola della sorella, un’illustrazione le restituiva l’officina intera: l’odore del cuoio, la finestra socchiusa, il peso di quell’uomo alle sue spalle. Ciò che non sapeva era se quel ricordo avesse la benché minima attinenza con il delitto.

Poteva sbagliarsi. Lo desiderava con tale forza da intendere infine perché fosse necessario andare a verificare.

Il recapito

L’impiegato al quale si rivolse da principio le domandò il nome del proprietario. Ella fornì quello di cui l’uomo si serviva all’epoca in cui lo aveva conosciuto. Quello cercò in un registro, scosse la testa, poi le chiese se possedesse una fattura. Non ne aveva mai viste; le operaie non tengono in tasca la contabilità delle botteghe che le retribuiscono.

Un secondo uomo entrò mentre raccoglieva le sue cose. Vide il giornale ripiegato sulle sue ginocchia e le chiese la ragione per cui lo avesse portato. Allora parlò del cantone riparato, della cucitura, dell’uomo tornato prima del previsto. Egli non le promise affatto che avesse riconosciuto il baule giusto. Le chiese l’indirizzo dell’officina.

Fu proprio quella riserva a indurla a fornire anche il proprio.

Mentre Jeanne attendeva, il caso Gouffé faceva il suo corso: l’identificazione della salma, le ricerche volte a rintracciare Michel Eyraud e Gabrielle Bompard, la loro fuga, poi il rientro della giovane a Parigi, dove si consegnò alla polizia nel gennaio del 1890. Eyraud fu tratto in arresto all’Avana. I nomi che le gazzette avevano diffuso al di là delle frontiere tornarono nelle mani della giustizia.

A casa di Jeanne, il giornale continuava a pervenire. La sorella non le rimproverava più di leggerlo; si asteneva soltanto dal chiederle che cosa si attendesse ancora da una vicenda in cui, a quel che si diceva, i colpevoli erano ormai stati assicurati alla giustizia.

Ciò che non viaggia

Eyraud fu giustiziato nel 1891. Gli illustratori, che avevano offerto al pubblico i ritratti dei sospetti, gli presentarono pure quello del boia; pareva che una storia non potesse aver termine prima che tutti coloro che vi avevano ricoperto un ruolo avessero mostrato il viso.

Jeanne non comparve in alcuna incisione. La riparazione che aveva creduto di ravvisare non era bastata a fare di lei un’eroina; il suo racconto non era stato che una pista fra le altre, esaminata e poi riposta al suo giusto posto. Ne provò sollievo, fino al giorno in cui una lettera giunse a casa della sorella.

La busta recava il suo vecchio nome. All’interno non v’erano minacce né spiegazioni, soltanto la ricevuta d’un laboratorio e due parole, vergate da una mano che riconobbe senza bisogno di giornali: «Lavoro pagato.»

Prese la lettera, scese le scale e s’incamminò verso l’ufficio dove, una prima volta, avevano accettato di ascoltarla. Questa volta non si domandò se ciò che sapeva fosse abbastanza rilevante. Aveva compreso che un baule può compiere il proprio viaggio molto prima dei segreti di coloro che l’hanno trasportato.

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racconto lungo

La cucitura riconosciuta

Un'operaia riconosce sul giornale una riparazione eseguita di propria mano. Parlare alla polizia significherà svelare anche il nome sotto il quale si nasconde.

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romanzo

Il baule e la sarta

La pista di un bagaglio incrocia la vita di una donna che era riuscita a svanire nel nulla. Mentre le indagini stringono il cerchio sui fuggiaschi, qualcuno rintraccia il suo nuovo indirizzo.

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trilogia

Gli oggetti del silenzio

Tre volumi legati da un'operaia: un baule che la tradisce, una lettera che la perseguita e infine un registro capace di restituire il nome a quanti sono stati cancellati.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Jeanne, la sorella e la vicenda della cucitura sono figure d'invenzione. La mostra documentaria di Criminocorpus ricostruisce le tappe del caso Gouffé, l'identificazione della salma, le fughe e gli arresti, nonché la loro risonanza sulla stampa dell'epoca.

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