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Giustizia e scandali · Francia

Cento luigi per un segreto

Parigi, 1790. Imputato davanti al Châtelet di una vasta cospirazione contro la Costituzione, il marchese di Favras nega ogni disegno di violenza e viene impiccato il 18 febbraio. Nelle relazioni citate da Champagnac, egli ammette di aver ricevuto cento luigi da un notabile dello Stato senza svelarne il nome; i resoconti divergono sullo svolgimento delle sue ultime ore.

Prima di avviarsi al supplizio, il marchese di Favras avrebbe domandato se la rivelazione di un nome potesse valergli la vita. Secondo la relazione di Thiers riprodotta da Champagnac, egli aveva ammesso di aver ricevuto cento luigi d’oro da un grand’uomo di Stato per disporre gli animi a favore del re, rifiutando tuttavia di nominarlo. La risposta ricevuta non lo convinse. Scelse dunque di morire serbando il proprio segreto.

Quest’ultima versione giunge a noi per il tramite di Thiers, che Champagnac cita dopo aver già riportato un resoconto apparso sul Journal des révolutions de Paris. Il marchese fu giustiziato nel 1790, ma il capitolo che gli viene consacrato non costituisce né un fascicolo d’istruttoria né un verbale univoco. Vi si intrecciano voci che ne proclamano l’innocenza ed altre che articolano l’accusa. Occorre pertanto distinguere la cospirazione ascrittagli, le dichiarazioni rese da lui medesimo e la sentenza che ne decretò la condanna.

Favras era nato a Blois nel 1745, in seno a una famiglia di magistrati. Entrato nei ranghi dell’esercito, ottenne il grado di tenente degli Svizzeri della guardia di Monsieur, carica da cui si dimise nel 1786. Champagnac lo descrive come un uomo dall’ingegno fertile, incline a proporre disegni sopra una moltitudine di materie. Appassionato di finanze, aveva concepito un piano inteso a estinguere il debito dello Stato nell’arco di vent’anni. Fin dai primi moti della Rivoluzione, le sue proposte politiche lo resero sospetto a quanti sostenevano il nuovo ordine.

Nel 1790, l’accusa gli imputò un disegno ben più vasto: radunare alle frontiere un esercito di centoquarantaquattromila uomini contro la Costituzione, principiando con l’adunare milleduecento cavalieri armati, ciascuno recante un fante in groppa. Questi duemilaquattrocento uomini sarebbero dovuti penetrare in Parigi attraverso tre porte, trucidare il sindaco Bailly e Lafayette, quindi rapire il re e la famiglia reale per condurli a Péronne, ove ventimila soldati ne avrebbero atteso l’arrivo. La geometrica precisione delle cifre conferiva al progetto l’apparenza di un piano prestabilito; nondimeno, nel resoconto di Champagnac, essa non basta a chiarire su quali riscontri materiali il tribunale abbia fondato la propria condanna.

Tradotto innanzi al Châtelet, Favras negò le trame e si difese con fermezza e disinvoltura. Prudhomme, nel suo foglio, lo dipinse come uomo dal contegno decoroso, dalla parola sciolta e dalla replica perentoria, i cui tratti nobili e la croce di San Luigi colpivano lo sguardo degli astanti. Questo ritratto dell’accusato non costituisce la deposizione di un testimone oculare del complotto; riferisce piuttosto l’impressione suscitata su coloro che assistettero al dibattimento. Il medesimo testo afferma che i magistrati deliberarono per sei ore prima di condannarlo alla forca, preceduta dall’ammenda onorevole.

Il 18 febbraio, il condannato doveva essere condotto al patibolo. Uno dei resoconti citati da Champagnac lo situa lungo il tragitto alle tre del pomeriggio: giunto a Notre-Dame, discese, prese dalle mani del cancelliere la sentenza di condanna e ne diede lettura ad alta voce. All’Hôtel-de-Ville domandò in seguito di dettare una dichiarazione. Perdonava, dichiarò, a quanti lo avevano accusato contro coscienza, professava il proprio attaccamento al sovrano e negava di aver mai voluto piegare con la violenza il nuovo ordine. Soggiungeva che il popolo esigeva una vittima e che preferiva che la sorte cadesse su di lui anziché su un innocente più debole.

Il cancelliere aveva commesso alcuni errori di ortografia e di punteggiatura nella stesura dell’atto. Favras li emendò con impassibile compostezza prima di congedarsi dai presenti. Nella relazione di Prudhomme, allorché il giudice relatore lo esortò a rivelare i nomi dei complici, il marchese ribadì la propria innocenza. Al momento di salire sul patibolo, si volse ai cittadini invocando le loro preghiere. Indi ingiunse al carnefice di compiere il proprio dovere. Queste parole, tramandate da una fonte favorevole all’imputato, sono quelle che il cronista ha inteso consegnare alla memoria; da sole, tuttavia, non riflettono l’effettiva consistenza delle prove a suo carico.

Place de Grève era gremita. Champagnac riferisce che si giunse a sborsare sino a trentasei lire per affittare una finestra da cui mirare l’esecuzione. La folla che poco prima aveva reclamato a gran voce la morte di Favras fu poi commossa dalla sua serenità, giungendo a ritenerlo innocente. Il cronista scorge in questo moto l’indole di un pubblico alternativamente spietato e pietoso. Le grida che invocavano la lanterna avevano d’altronde accompagnato l’intero processo, e il patibolo era stato eretto a un’altezza tale da rendere la sua agonia visibile a ogni sguardo. A esecuzione compiuta, corse voce che egli fosse sopravvissuto, poiché il boia lo avrebbe sostenuto per le ascelle simulando lo strangolamento; la cronaca registra tale versione quale diceria posteriore, mai come fatto accertato.

La cronologia di quel giorno oscilla tra le differenti testimonianze pervenute. Prudhomme, per come lo cita Champagnac, fa passare Favras per Notre-Dame, quindi per l’Hôtel-de-Ville, ove detta la sua dichiarazione prima dell’estremo supplizio. Thiers, riportato di seguito, lo conduce parimenti all’Hôtel-de-Ville, ma asserisce che vi rimase sino a notte fonda, mentre il popolo attendeva sulla piazza. Entrambe le relazioni ne attestano l’incrollabile fermezza e ne descrivono la morte per impiccagione; eppure, solo quella di Thiers fa menzione del colloquio sui cento luigi e del rifiuto di svelare l’identità dell’alto personaggio che li avrebbe versati. I due testi divergono tanto sull’itinerario quanto sull’ora del supplizio.

Thiers aggiunge il dialogo che conferisce tutto il suo peso al silenzio di Favras. Il marchese avrebbe confidato di aver riscosso cento luigi da un personaggio altolocato dello Stato con l’incarico di disporre favorevolmente gli animi verso il re. Non fece alcun nome. Quando domandò se tale confessione potesse salvargli la vita, la risposta che ottenne non gli parve garanzia sufficiente. Decise di serbare il proprio segreto. Champagnac non fornisce alcun elemento che consenta di identificare quell’eminenza; il silenzio del condannato non autorizza chicchessia a scegliere un colpevole in sua vece.

Agli occhi di Champagnac, l’opacità del processo, il tono della dichiarazione e le ultime parole riferite da un contemporaneo bastano a fare di Favras la vittima sacrificale di un’intrigo. L’autore accosta il suo destino a quello di La Mole e Coconas, giustiziati sotto Carlo IX dopo essere stati traditi dal duca d’Alençon, e insinua che i potenti usino salvarsi immolando i propri servitori. È questo un giudizio di parte proprio della cronaca. Il testo pervenuto non dischiude il tenore integrale degli interrogatori né il confronto tra testimoni e riscontri documentali; non consente dunque di mutare tale parallelo in una certezza processuale. Per dare forza all’analogia, Champagnac rammenta il disegno ascritto al duca d’Alençon, fratello di Carlo IX: abbandonare la corte per mettersi a capo degli ugonotti e dei malcontenti. Scoperta la trama, il principe avrebbe abbandonato La Mole, Coconas e altri fedeli pur di discolparsi. Tale accostamento trasforma Favras in un subalterno sacrificato da un protettore rimasto nell’ombra; si tratta tuttavia di una costruzione dell’autore, non della scoperta di un’identità che il marchese scelse di tacere.

Il marchese fu impiccato. Aveva negato il disegno insurrezionale che gli era stato attribuito; poco prima dell’esecuzione, stando a Thiers, avrebbe ammesso un legame politico circoscritto al denaro accettato per servire la causa reale, senza acconsentire a fare il nome di chi lo aveva rimunerato. Tra le due versioni rimangono una sentenza capitale, una folla, una dichiarazione dettata dal condannato e un segreto consegnato alla tomba. La sua morte per mano del boia è nella cronaca un fatto certo; la sua piena innocenza, sostenuta da Champagnac, resta la persuasione dell’autore e non la conclusione sancita dagli atti giudiziari riportati nel testo.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Capitolo V11 esaminato integralmente. La cronaca politica di Champagnac si dimostra marcatamente favorevole alla figura di Favras. I dettagli dell’imputazione (effettivi, piani d’invasione, porte di accesso, bersagli designati) sono presentati come accuse contestate al marchese, che questi ha costantemente negato. L’autore privilegia le citazioni del Journal des révolutions de Paris e di Adolphe Thiers rispetto a un fascicolo processuale ufficiale e completo; le due versioni divergono peraltro sulla successione cronologica delle ultime ore del condannato. Favras viene giustiziato mediante impiccagione il 18 febbraio 1790. Il resoconto di Thiers riferisce che egli avrebbe ammesso di aver ricevuto cento luigi da un notabile dello Stato rifiutandosi di rivelarne il nome; tale affermazione resta una testimonianza attribuita e non consente alcuna identificazione del terzo. La piena innocenza dell’imputato costituisce un giudizio soggettivo di Champagnac e non l’esito di una sentenza assolutoria documentata nel testo.

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