A Parcé, la Maison-Neuve e la Faucherie erano separate soltanto dalla consuetudine quotidiana di due famiglie di coltivatori. I coniugi Pipelier conducevano il primo podere; i Peigné risiedevano nel secondo. Secondo l’atto d’accusa dato alle stampe e letto alle assise della Sarthe, Peigné si recava quasi ogni giorno dai vicini, talvolta più volte nell'arco della giornata. Pareva l’amico più fidato e devoto di Pipelier. Ma le visite incessanti, le voci raccolte nei paraggi e le familiarità notate da diversi testimoni fecero presto sorgere il sospetto di una relazione illecita tra lui e la moglie di Pipelier.
La donna ammise che Peigné si era invaghito di lei, sostenendo tuttavia di averne sempre respinto le insidie. A questa versione la pubblica accusa oppose le deposizioni dei testimoni. Una certa Joubert riferì che, durante la mietitura, Pipelier le aveva chiesto di chiamare Peigné, intento a lavorare in un campo vicino. Al sopraggiungere dell'uomo, la donna gli avrebbe lanciato delle noci sul viso; quegli l’avrebbe fatta cadere, trattenendola a terra e abbracciandola per circa un quarto d'ora. Rialzatasi, gli avrebbe scagliato contro il cappello, imbrattandogli il volto. La cronaca dell'epoca non chiarisce quale giudizio la Joubert avesse tratto allora da una simile scena, ma la magistratura trasformò quella testimonianza in uno degli indizi cardine del castello accusatorio.
Un altro teste, Pierre Corbin, giovane garzone dei Pipelier, raccontò che una domenica, rincasando dalla messa circa quattro settimane prima della morte del padrone, aveva scorto Peigné intento a baciare la donna attraverso una porta socchiusa. Asserì inoltre di averli visti spesso seduti l'uno accanto all'altra, le ginocchia a contatto e le mani intrecciate. Tale intimità non era rimasta del tutto segreta. L’atto processuale precisa che Pipelier conosceva le dicerie, ma rifiutava di prestarvi fede, continuando a vivere in perfetto accordo con la consorte. In casa Peigné, la maldicenza sortiva ben altro effetto: la moglie dell'imputato, rimasta sfigurata dal vaiolo nel 1870, ne era rimasta profondamente turbata e nutriva una gelosia cupa verso la vicina. La si vedeva spesso piangere in silenzio.
Nell'agosto del 1872, la donna cadde ammalata. Frequenti conati di vomito la tormentarono per quasi tre settimane. Il medico di Parcé, il dottor Pasteau, la visitò due o tre volte, diagnosticando una febbre intermittente associata a disturbi gastrici; prescrisse solfato di chinino e olio di ricino. Nel corso della sua ultima visita, il 25 agosto, non riscontrò alcuna patologia ben definita. Il 27 agosto, stando alla data riportata dalla Gazette, la malata spirò senza agonia, come vinta dallo sfinimento. Il giornale indica tuttavia quel 27 agosto come un lunedì, sebbene il calendario segnasse un martedì: una discordanza che gli atti d'epoca lasciano irrisolta. Il medico, colto di sorpresa, non seppe spiegarsi quella fine repentina.
La Gazette non riferisce all'epoca né autopsie né indagini. Il decesso rimase avvolto nel mistero fino alla scomparsa di Pipelier. Rimasto vedovo, Peigné cominciò a frequentare la Maison-Neuve con assiduità ancora maggiore. Sopraggiunse quindi il viaggio a La Flèche. Martedì 21 gennaio, i due uomini stabilirono di andarvi insieme l'indomani: Pipelier avrebbe accompagnato l'amico al mercato per aiutarlo a condurre i maiali. Si misero in cammino alle tre del mattino. Dopo essersi divisi nel corso della mattinata, si ritrovarono per il pranzo verso le tre alla locanda di Grand. Sulla via del ritorno sostarono a Le Bailleul, bevendo un bicchiere di vino nella bettola della vedova Chaumont.
Pipelier rincasò intorno alle nove di sera, lamentando che il pranzo non gli era andato a genio. Ciononostante, uscì quasi subito per cenare a casa di Peigné. La sorella di quest'ultimo, la signora Godin, aveva preparato zuppa, prosciutto fritto e sidro. I due commensali cenarono allegramente. Rientrato alla propria dimora verso le dieci e mezza, Pipelier tornò a dolersi: diceva di sentirsi il cuore gelido. La moglie gli offrì una tisana preparata in precedenza, di cui egli bevve qualche sorso. Verso le undici iniziarono i vomiti, che proseguirono implacabili per tutta la notte e il giorno successivo.
L’atto d’accusa descrive con minuzia una giornata che la comunità rurale avrebbe poi riletto alla luce del tragico epilogo. La donna accudì il marito in totale solitudine. Peigné comparve al mattino e poi di nuovo verso le sette di sera, adducendo dapprima il pretesto di una lettera da far leggere, per poi ripresentarsi accompagnato dal figlio e dalla vedova Corbin. Alle otto, di fronte all'aggravarsi del malato, la moglie fece chiamare il cognato e la cognata. I parenti si stupirono che non fosse ancora stato avvisato un medico; la donna rispose che il marito vi si era opposto, mentre Peigné fece notare che a quell'ora era ormai troppo tardi, promettendo di recarsi a Sablé l'indomani all'alba per condurre al capezzale il dottor Bazin.
Verso le nove, Peigné si congedò. Il fratello e la cognata prepararono con il vino portato da casa una pappa che il moribondo assaggiò appena. Pipelier tentò di alzarsi, ma stramazzò al suolo prima di raggiungere il letto. La moglie andò a coricarsi, lasciando i due congiunti accanto al malato, il cui respiro si faceva sempre più rauco e affannoso. Verso le undici, la cognata non ne avvertì più il fiato e si accostò al letto: era spirato. La vedova diede prova di un dolore straziante, quindi spedì il garzone ad avvertire Peigné che non occorreva più disturbarsi per cercare il dottore.
La repentinità della morte e l’assenza sia di un medico che dei conforti religiosi destarono immediati sospetti. Sabato 25, i magistrati fecero il loro ingresso alla Maison-Neuve. Il dottor Degaille, coadiuvato dal dottor Pasteau, eseguì l'autopsia. Il tubo digerente presentava una gravissima infiammazione; i polmoni mostravano i segni di un'intensa congestione. I periti conclusero che il quadro clinico era compatibile con un avvelenamento. Le analisi chimiche rivelarono la presenza di arsenico nello stomaco, nell'intestino, nel fegato, nelle deiezioni e persino sulle lenzuola. Peigné e la vedova Pipelier furono tratti in arresto il 31 gennaio.
L’inchiesta giudiziaria riportò alla ribalta la scomparsa della moglie di Peigné. Il corpo venne riesumato: anche i suoi visceri contenevano una quantità considerevole di arsenico. Il resoconto giudiziario delineò così due morti distinte e due capi d’accusa: Peigné avrebbe avvelenato la moglie da solo, per poi cospirare con l'amante ai danni di Pipelier. Era questa la tesi accusatoria, che collegava i decessi alla presunta tresca e al disegno dei due amanti di convolare a nozze; mancava tuttavia ancora il verdetto del giurì.
Agli atti figurava che Peigné aveva supplicato la sorella della signora Pipelier di avvertirlo qualora si fosse sparsa la voce che la morte del cognato non era stata naturale. A quanti cercavano di rassicurarlo, avrebbe replicato che, se riconosciuto colpevole, si sarebbe tolto la vita prima di salire sul patibolo. A un vicino avrebbe confidato: «Se anche Pipelier si fosse avvelenato da sé, io andrò comunque a morte». Parole che la stampa definì quasi una confessione, ma che restavano dichiarazioni de relato; Peigné respinse ogni addebito. Si proclamò estraneo alla fine della moglie – ammesso che di veleno si fosse trattato – e giustificò le visite a Pipelier come doveri di buon vicinato.
La questione della sostanza tossica costituiva un perno dell'accusa. Peigné si era rivolto al sindaco per ottenere un certificato utile all'acquisto di arsenico, destinato – a suo dire – a curare il bestiame; il permesso gli era stato negato. Aveva poi tentato di procurarsene presso un droghiere con il pretesto di sterminare i ratti. La cronaca aggiungeva che in entrambe le case si custodiva del veleno per topi. La donna ammise al dibattimento di averne comprato da un venditore ambulante, ribadendo però che serviva unicamente contro i roditori. Negò fermamente di aver corrisposto ai sentimenti di Peigné. In aula, quest'ultimo riconobbe il viaggio e i pasti consumati con l'amico, ma respinse l'imputazione di omicidio e negò di aver mai insidiato la donna.
Il dibattimento non cancellò il solco tra le certezze delle perizie chimiche, le affermazioni dei testimoni e le deduzioni dell'accusa. I periti confermarono la morte per arsenico. La Joubert mantenne la propria versione sulla scena della mietitura; Corbin ribadì l'intimità tra gli imputati; il figlio della signora Pipelier, chiamato al banco dei testimoni, sciolse la madre in lacrime. L’avvocato difensore Leporché sollevò vive proteste quando venne menzionato il colloquio dell'imputata con il parroco di Parcé; il presidente chiarì che il sacerdote aveva riferito le confidenze solo dietro esplicito consenso della donna.
A tutti i quesiti il giurì rispose affermativamente, concedendo le attenuanti generiche. Peigné fu condannato ai lavori forzati a vita; la vedova Pipelier a vent'anni della medesima pena. La sentenza chiuse il processo senza restituire alla consorte di Peigné né a Pipelier la verità che era mancata ai loro ultimi istanti di vita. Fissò le pene dei due colpevoli e suggellò la tesi del duplice avvelenamento. Alla Maison-Neuve, una morte ne aveva risvegliata un'altra dall'oblio della terra; nell'aula d'assise, medici, parenti e vicini avevano esposto ciascuno il proprio frammento di una vicenda di cui le due vittime non potevano più narrare la fine.
