Il 22 novembre 1867, la padrona di casa di Mathilde von Ledske entrò nella stanza in cui non metteva piede dal giorno precedente. Due tazze di tè, colme a metà, sostavano ancora sul tavolo. La teiera era svanita; la chiave della porta pure. Tra la tavola e il divano giaceva la giovane donna, il capo reclinato sul bordo del sedile, quasi fosse scivolata a terra. Un rivolo di sangue le era colato dalle labbra. Nessun segno indicava una colluttazione.
La sera prima, Mathilde aveva ricevuto una visita da Vienna. Le due donne avevano trascorso il pomeriggio insieme e, a quanto diceva Mathilde, avevano in animo di andare a teatro. Verso le sei e mezza, la forestiera domandò alla vedova Hartmann se le scale fossero illuminate e se la figlia di lei si trovasse in casa. Voleva una carrozza. La signora Hartmann si assentò cinque minuti per cercarne una; quando fece ritorno, la porta era serrata. Non vide più né l’inquilina né la sua ospite, e suppose che si fossero allontanate a piedi.
L’indomani, di Mathilde non v’era traccia. La locatrice pensò che avesse pernottato presso l’amica, finché non apprese che quest’ultima aveva lasciato l’albergo da sola, fin dalla sera del 21. La Hartmann e la figlia penetrarono nella stanza da un accesso laterale. I resti della cena erano ancora lì: dolci, carne, frutta, due tazze bevute a metà. Il tè era stato travasato in un recipiente di vetro; mancava la teiera. La candela non era finita di bruciare: qualcuno l’aveva spenta.
Il medico legale esaminò la salma due giorni più tardi. Le lesioni esteriori non davano alcuna spiegazione della morte. Nello stomaco i periti riscontrarono un odore caratteristico, sangue alterato e segni che ascrissero all’acido cianidrico. Le bevande rimaste sul tavolo — tè, latte e rum — non contenevano veleno; l’analisi ne rinvenne invece nel contenuto gastrico e nel sangue. La perizia concluse che una parte del cianuro era penetrata negli organi vitali e che la vittima aveva perduto conoscenza rapidamente. I gioielli di valore e l’orologio d’oro non erano stati toccati. Mancavano alcune lettere e un anello con sigillo. Per gli inquirenti, il movente non era il furto.
La forestiera era comparsa a Monaco nella mattinata del 20 novembre, alloggiando all’albergo delle Quattro Stagioni sotto il nome di «baronessa Marie Bay». Aveva ordinato del vino facendoselo versare in due fiaschette, poi aveva prenotato dei biglietti teatrali annunciando che si sarebbe trattenuta due giorni. La sera del delitto, rientrò in albergo visibilmente sconvolta, chiese il conto e pretese che un telegramma del marito la costringesse a partire per Parigi. Nessun telegramma era mai arrivato. Distribuì mance, salì in carrozza con lo stesso uomo che l’aveva accompagnata a teatro il giorno prima e prese il treno per Vienna.
All’atto dell’arresto, si conobbe la sua vera identità: Julie Ebergenyi, dama d’un capitolo nobile di Brünn. Anche la defunta celava un altro nome. Mathilde von Ledske era in realtà la contessa Chorinsky, moglie separata di Gustav, ufficiale austriaco. Da anni viveva lontana da lui, dapprima presso i suoceri, poi di città in città; nell’autunno del 1867 aveva preso in affitto una stanza a Monaco. La scoperta di quel vincolo matrimoniale aprì una doppia scena giudiziaria: l’indagine bavarese sulla morte, quella austriaca su Julie e, dietro a entrambe, l’ombra d’un uomo che intendeva risposarsi.
Gustav Chorinsky e Julie si erano conosciuti in primavera. Si erano fidanzati e il conte aveva chiesto al padre della giovane la mano della figlia. Ma Mathilde era ancora in vita; il divorzio appariva un miraggio. La separazione non aveva sciolto il legame e la dote di dodicimila fiorini depositata da Gustav restava vincolata alla sorte della consorte. Le lettere di Mathilde raccontavano, dal canto loro, il mutare di un antico affetto in paura e umiliazione: scriveva che il marito l’aveva ripudiata, le aveva intimato di sparire e le aveva confidato di voler prendere in moglie una donna facoltosa.
Secondo gli atti compendiati dal Pitaval, Julie si mise in viaggio per Monaco sotto falso nome, munita di documenti e d’una lettera di presentazione che doveva aprirle la porta di Mathilde. Il 26 novembre, quando un commissario si presentò a casa sua, la donna impallidì, tremò, poi domandò il tempo di vestirsi. Al posto di polizia finì per confessare: aveva procurato del cianuro presso un fotografo e lo aveva versato nel tè della contessa mentre bevevano insieme. Ma si interruppe tosto: «Ho detto che sono stata io; scrivetelo pure se volete, sto rovinando me stessa con le mie mani. Qualcuno di Monaco ha concepito il disegno».
Poi la sua versione mutò ancora. Mathilde, pretese allora, sarebbe stata colta da un malore improvviso; una presunta baronessa Bay, e poi una misteriosa Victoria Horvath, avrebbero fornito le bottiglie o preparato la pozione venefica. Le indagini non approdarono all’una né all’altra. Julie affermò che la sedicente Horvath le aveva affidato la teiera, una chiave e un plico, da lei successivamente occultati. Tuttavia la sua cameriera riferì che era stata la stessa Julie a ordinarle di lavare una teiera; un involto sigillato consegnato alla sorella conteneva lettere di Mathilde e una boccetta di cianuro. Tra i suoi effetti, i magistrati rinvennero l’anello con sigillo della vittima; una delle chiavi sequestrate apriva il cassettone della contessa.
Il conte, arrestato a Monaco, negò in un primo momento di conoscere la reale portata di quel viaggio. Nondimeno, l’accusa raccolse una serie di atti che, a suo avviso, avevano preparato il delitto: l’uomo aveva fatto rintracciare l’indirizzo della moglie, procurato un passaporto e una lettera di raccomandazione, cambiato denaro per Julie, indicato gli alloggi e organizzato il trasporto alla stazione. Un amico, Rampacher, fu inviato a Monaco per sincerarsi che Mathilde fosse davvero morta. Quegli tornò con la ferale notizia e avvisò la polizia. Nelle lettere acquisite agli atti, Gustav scongiurava poi Julie di attenersi a una versione comune e di non deviare da quanto convenuto.
Julie fu processata a Vienna. La pubblica accusa invocò la pena di morte; la difesa non contestò l’avvelenamento della contessa, ma addusse la soggezione morale verso Gustav e sostenne che difettassero i presupposti di legge per procedere all’esecuzione capitale. Il 25 aprile 1868, il tribunale la dichiarò colpevole di omicidio premeditato e la condannò a vent’anni di reclusione dura, con una settimana di isolamento al termine di ciascun anno e la degradazione nobiliare. La sentenza sottolineava l’insidia con cui l’imputata aveva carpite le confidenze della vittima; le riconosceva tuttavia quali attenuanti lo stato emotivo, l’influenza determinante di un terzo e l’incensuratezza. L’appello fu respinto.
Il 22 giugno, Gustav comparve dinanzi alla giuria di Monaco. Non si trattava più soltanto di sondare le sue intenzioni, ma di vagliare le sue azioni concrete. I periti medici si divisero sulla sua sanità mentale; la difesa tentò di far passare le sue contraddizioni, i trasporti ciechi e gli accessi d’ira come i sintomi di un’infermità atta a escludere l’imputabilità. I giurati risposero negativamente al quesito circa l’istigazione, ma affermativamente a quello sulla complicità: egli aveva agevolato Julie, prima del fatto, mediante consigli e con la fornitura dei mezzi necessari per il viaggio, per l’avvicinamento alla vittima e per la fuga.
Il tribunale lo condannò a vent’anni di lavori forzati in fortezza, seguiti dal bando perpetuo dal territorio bavarese. L’espiazione della pena fu mitigata in considerazione del grado militare e dei meriti di servizio invocati dai suoi superiori. Julie era stata condannata quale autrice materiale dell’omicidio; Gustav, pur scagionato dall’accusa di istigazione morale, fu punito per averne favorito e predisposto la trama. Alla fine di questi due processi, il tè, le boccette e le chiavi non erano più una muta scenografia: univano la stanza chiusa di Monaco alle lusinghe di nozze che soltanto la morte avrebbe potuto propiziare.
