Vai al contenuto
Maison BeaulieuMAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · GASTRONOMIA E ARCHIVI STORICI
Giustizia e scandali · Germania

Il tè della baronessa Bay

Nel novembre del 1867, Mathilde von Ledske, moglie separata del conte Gustav Chorinsky, viene trovata morta nella sua camera a Monaco dopo la visita di una sedicente nobildonna, dietro cui si celava Julie Ebergenyi. L’autopsia accerta l’avvelenamento da cianuro. Alcune chiavi, una teiera, lettere e biglietti scambiati tra i due amanti riconducono il delitto a Julie. A Vienna la donna è condannata a vent’anni di carcere duro; a Monaco, la giuria nega che Gustav ne sia stato l’istigatore, ma lo riconosce colpevole di complicità negli atti preparatori.

Il 22 novembre 1867, la padrona di casa di Mathilde von Ledske entrò nella stanza in cui non metteva piede dal giorno precedente. Due tazze di tè, colme a metà, sostavano ancora sul tavolo. La teiera era svanita; la chiave della porta pure. Tra la tavola e il divano giaceva la giovane donna, il capo reclinato sul bordo del sedile, quasi fosse scivolata a terra. Un rivolo di sangue le era colato dalle labbra. Nessun segno indicava una colluttazione.

La sera prima, Mathilde aveva ricevuto una visita da Vienna. Le due donne avevano trascorso il pomeriggio insieme e, a quanto diceva Mathilde, avevano in animo di andare a teatro. Verso le sei e mezza, la forestiera domandò alla vedova Hartmann se le scale fossero illuminate e se la figlia di lei si trovasse in casa. Voleva una carrozza. La signora Hartmann si assentò cinque minuti per cercarne una; quando fece ritorno, la porta era serrata. Non vide più né l’inquilina né la sua ospite, e suppose che si fossero allontanate a piedi.

L’indomani, di Mathilde non v’era traccia. La locatrice pensò che avesse pernottato presso l’amica, finché non apprese che quest’ultima aveva lasciato l’albergo da sola, fin dalla sera del 21. La Hartmann e la figlia penetrarono nella stanza da un accesso laterale. I resti della cena erano ancora lì: dolci, carne, frutta, due tazze bevute a metà. Il tè era stato travasato in un recipiente di vetro; mancava la teiera. La candela non era finita di bruciare: qualcuno l’aveva spenta.

Il medico legale esaminò la salma due giorni più tardi. Le lesioni esteriori non davano alcuna spiegazione della morte. Nello stomaco i periti riscontrarono un odore caratteristico, sangue alterato e segni che ascrissero all’acido cianidrico. Le bevande rimaste sul tavolo — tè, latte e rum — non contenevano veleno; l’analisi ne rinvenne invece nel contenuto gastrico e nel sangue. La perizia concluse che una parte del cianuro era penetrata negli organi vitali e che la vittima aveva perduto conoscenza rapidamente. I gioielli di valore e l’orologio d’oro non erano stati toccati. Mancavano alcune lettere e un anello con sigillo. Per gli inquirenti, il movente non era il furto.

La forestiera era comparsa a Monaco nella mattinata del 20 novembre, alloggiando all’albergo delle Quattro Stagioni sotto il nome di «baronessa Marie Bay». Aveva ordinato del vino facendoselo versare in due fiaschette, poi aveva prenotato dei biglietti teatrali annunciando che si sarebbe trattenuta due giorni. La sera del delitto, rientrò in albergo visibilmente sconvolta, chiese il conto e pretese che un telegramma del marito la costringesse a partire per Parigi. Nessun telegramma era mai arrivato. Distribuì mance, salì in carrozza con lo stesso uomo che l’aveva accompagnata a teatro il giorno prima e prese il treno per Vienna.

All’atto dell’arresto, si conobbe la sua vera identità: Julie Ebergenyi, dama d’un capitolo nobile di Brünn. Anche la defunta celava un altro nome. Mathilde von Ledske era in realtà la contessa Chorinsky, moglie separata di Gustav, ufficiale austriaco. Da anni viveva lontana da lui, dapprima presso i suoceri, poi di città in città; nell’autunno del 1867 aveva preso in affitto una stanza a Monaco. La scoperta di quel vincolo matrimoniale aprì una doppia scena giudiziaria: l’indagine bavarese sulla morte, quella austriaca su Julie e, dietro a entrambe, l’ombra d’un uomo che intendeva risposarsi.

Gustav Chorinsky e Julie si erano conosciuti in primavera. Si erano fidanzati e il conte aveva chiesto al padre della giovane la mano della figlia. Ma Mathilde era ancora in vita; il divorzio appariva un miraggio. La separazione non aveva sciolto il legame e la dote di dodicimila fiorini depositata da Gustav restava vincolata alla sorte della consorte. Le lettere di Mathilde raccontavano, dal canto loro, il mutare di un antico affetto in paura e umiliazione: scriveva che il marito l’aveva ripudiata, le aveva intimato di sparire e le aveva confidato di voler prendere in moglie una donna facoltosa.

Secondo gli atti compendiati dal Pitaval, Julie si mise in viaggio per Monaco sotto falso nome, munita di documenti e d’una lettera di presentazione che doveva aprirle la porta di Mathilde. Il 26 novembre, quando un commissario si presentò a casa sua, la donna impallidì, tremò, poi domandò il tempo di vestirsi. Al posto di polizia finì per confessare: aveva procurato del cianuro presso un fotografo e lo aveva versato nel tè della contessa mentre bevevano insieme. Ma si interruppe tosto: «Ho detto che sono stata io; scrivetelo pure se volete, sto rovinando me stessa con le mie mani. Qualcuno di Monaco ha concepito il disegno».

Poi la sua versione mutò ancora. Mathilde, pretese allora, sarebbe stata colta da un malore improvviso; una presunta baronessa Bay, e poi una misteriosa Victoria Horvath, avrebbero fornito le bottiglie o preparato la pozione venefica. Le indagini non approdarono all’una né all’altra. Julie affermò che la sedicente Horvath le aveva affidato la teiera, una chiave e un plico, da lei successivamente occultati. Tuttavia la sua cameriera riferì che era stata la stessa Julie a ordinarle di lavare una teiera; un involto sigillato consegnato alla sorella conteneva lettere di Mathilde e una boccetta di cianuro. Tra i suoi effetti, i magistrati rinvennero l’anello con sigillo della vittima; una delle chiavi sequestrate apriva il cassettone della contessa.

Il conte, arrestato a Monaco, negò in un primo momento di conoscere la reale portata di quel viaggio. Nondimeno, l’accusa raccolse una serie di atti che, a suo avviso, avevano preparato il delitto: l’uomo aveva fatto rintracciare l’indirizzo della moglie, procurato un passaporto e una lettera di raccomandazione, cambiato denaro per Julie, indicato gli alloggi e organizzato il trasporto alla stazione. Un amico, Rampacher, fu inviato a Monaco per sincerarsi che Mathilde fosse davvero morta. Quegli tornò con la ferale notizia e avvisò la polizia. Nelle lettere acquisite agli atti, Gustav scongiurava poi Julie di attenersi a una versione comune e di non deviare da quanto convenuto.

Julie fu processata a Vienna. La pubblica accusa invocò la pena di morte; la difesa non contestò l’avvelenamento della contessa, ma addusse la soggezione morale verso Gustav e sostenne che difettassero i presupposti di legge per procedere all’esecuzione capitale. Il 25 aprile 1868, il tribunale la dichiarò colpevole di omicidio premeditato e la condannò a vent’anni di reclusione dura, con una settimana di isolamento al termine di ciascun anno e la degradazione nobiliare. La sentenza sottolineava l’insidia con cui l’imputata aveva carpite le confidenze della vittima; le riconosceva tuttavia quali attenuanti lo stato emotivo, l’influenza determinante di un terzo e l’incensuratezza. L’appello fu respinto.

Il 22 giugno, Gustav comparve dinanzi alla giuria di Monaco. Non si trattava più soltanto di sondare le sue intenzioni, ma di vagliare le sue azioni concrete. I periti medici si divisero sulla sua sanità mentale; la difesa tentò di far passare le sue contraddizioni, i trasporti ciechi e gli accessi d’ira come i sintomi di un’infermità atta a escludere l’imputabilità. I giurati risposero negativamente al quesito circa l’istigazione, ma affermativamente a quello sulla complicità: egli aveva agevolato Julie, prima del fatto, mediante consigli e con la fornitura dei mezzi necessari per il viaggio, per l’avvicinamento alla vittima e per la fuga.

Il tribunale lo condannò a vent’anni di lavori forzati in fortezza, seguiti dal bando perpetuo dal territorio bavarese. L’espiazione della pena fu mitigata in considerazione del grado militare e dei meriti di servizio invocati dai suoi superiori. Julie era stata condannata quale autrice materiale dell’omicidio; Gustav, pur scagionato dall’accusa di istigazione morale, fu punito per averne favorito e predisposto la trama. Alla fine di questi due processi, il tè, le boccette e le chiavi non erano più una muta scenografia: univano la stanza chiusa di Monaco alle lusinghe di nozze che soltanto la morte avrebbe potuto propiziare.

Da questo caso potrebbe nascere un libro

Aiutaci a scegliere il nostro prossimo libro

Hai appena letto il racconto completo di questo caso storico. Ci ispira tre progetti narrativi ancora da scrivere. Quale vorresti veder nascere? Il tuo voto guiderà AB Éditions.

racconto lungo

La camera delle due tazze

In una pensione d’invenzione, una vedova riceve una visitatrice che asserisce di giungere per conto d’un uomo mai visto prima. Dopo una conversazione davanti al tè, la stanza rimane sprangata e la chiave introvabile. Una giovane guardarobiera, incaricata di lavare una teiera che la padrona intende far sparire, intuisce che le due donne non custodivano lo stesso segreto. Il racconto immagina un delitto, personaggi e un’indagine serrata attorno a un veleno che nessun testimone ha visto versare. Scegliete il Racconto se prediligete i drammi a porte chiuse in cui un dettaglio domestico diventa l’unico varco verso la verità.

Caricamento dei voti…

romanzo

Il passaporto della fidanzata

In un principato d’invenzione, un ufficiale legato da un vecchio vincolo promette a una giovane nobildonna di sposarla non appena sarà libero. Le procura un passaporto, denari e una missiva per avvicinare la consorte; quando quest’ultima muore, l’accusata si ritrova a dover scegliere tra la devozione verso l’uomo amato e la confessione della parte avuta da lui nella trama. Un magistrato, un fratello e un’affittacamere sostengono ciascuno una diversa ricostruzione di quell’ultima sera. Il romanzo inventa figure e scioglimento, ponendo al cuore del racconto il tradimento dei legami sotto il torchio del dibattimento giudiziario. Scegliete il Romanzo se intendete seguire questa contesa febbrile tra sentimento, perizia probatoria e responsabilità penale.

Caricamento dei voti…

trilogia

Le tre chiavi della stanza

Tre romanzi autonomi, collegati dal passaggio di una chiave smarrita, ripercorrono altrettante vicende giudiziarie immaginarie nelle capitali d’Europa. Nel primo, una governante lava una teiera all’indomani della morte della sua signora; nel secondo, una finta fidanzata varca la frontiera con carte predisposte dall’amante; nel terzo, una corte d’assise è chiamata a decidere se l’uomo che ha predisposto la trasferta debba considerarsene anche l’istigatore morale. Ciascun volume muta vittima, ambiente sociale ed esito processuale, trasmettendo di mano in mano il medesimo reperto e indagando sul prezzo d’una parola data. Scegliete la Trilogia se desiderate tre trame distinte ma avvinte dalle impronte indelebili lasciate dietro di sé.

Caricamento dei voti…

Una scelta per caso su questo browser, modificabile e revocabile. I progetti più sostenuti nutriranno le nostre scelte editoriali. Come vengono conservate le scelte.

Scopri gli altri progetti nel Salone →
Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

I brani esaminati compendiano l’arrivo e il decesso di Mathilde a Monaco, l’esito dell’autopsia, l’accertamento delle generalità di Julie, i risvolti della loro relazione, i primi interrogatori e i sequestri probatori, il resoconto del processo viennese a carico di Julie con la relativa sentenza del 25 aprile 1868, l’apertura del dibattimento contro Gustav a Monaco il 22 giugno, fino ai quesiti posti ai giurati e al giudizio definitivo. Non costituiscono la trascrizione integrale delle centoventotto pagine della memoria né dei verbali delle due corti. Il Pitaval riferisce che i periti rinvennero cianuro nello stomaco e nel sangue; annota altresì che i preziosi e l’orologio non furono asportati, a differenza della teiera, delle chiavi, di alcune lettere e di un anello con sigillo. L’opera ripercorre le mutevoli versioni fornite da Julie, i riscontri addotti dalla pubblica accusa, il verdetto viennese a vent’anni e quello monacense: rigetto dell’ipotesi di istigazione, ma piena affermazione del concorso materiale di Gustav per aver agevolato il delitto. Il testo di partenza è una cronaca del 1883, i cui giudizi morali non possono assumersi a risultanze strettamente peritali. La scansione OCR non è stata collazionata sull’originale a stampa.

← Tutti i 1.003 casi del Gabinetto