Il mattino del 15 novembre 1871, un barbiere di Landouzy trovò sbarrata la porta della locanda dei Quattro Venti. Bussò a più riprese. Quando Auguste Demeiller venne infine ad aprire, si stava lavando, coperto di sangue, nell’impossibilità di spiegare ciò che gli fosse accaduto. La moglie giaceva morta nella loro stanza. Egli stesso, colpito al capo, sarebbe sopravvissuto appena otto giorni. Il viandante ricercato fu inizialmente descritto nell’atto d’accusa come un passante sconosciuto. Più tardi, il brigadiere Soyeux riferì che Auguste Demeiller gli avrebbe detto di aver già alloggiato quell’uomo alla locanda un anno prima; tale indicazione non forniva ancora alcun nome certo e le indagini sarebbero durate diversi mesi.
I coniugi Demeiller gestivano la loro locanda lungo la strada che da Vervins conduce a Brunehamel. L’istruttoria descrisse un’aggressione consumata nella notte tra il 14 e il 15 novembre. La donna fu rinvenuta con il cranio fracassato; il marito recava sette ferite alla testa. Ancora in grado di parlare, l’uomo raccontò che un passante aveva cenato con loro, per poi coricarsi verso le undici. Al risveglio, Demeiller giaceva nel proprio sangue, il denaro era svanito e dello straniero non v’era più traccia. Il primo testimone non poteva fornire né un’identità sicura né una spiegazione dell’accaduto.
La gendarmeria rinvenne nell’abitazione una scure insanguinata, tracce sulle tende, stoviglie e i resti di un pasto. La testimonianza raccolta più tardi dalla piccola Marie Rousselle attribuì il colpo mortale a Ferrari e descrisse un’arma diversa, una mazza. Occorre mantenere la discrepanza tra questa deposizione e i rilievi materiali: la cronaca giudiziaria riferisce entrambi gli elementi, ma non reca alcuna perizia idonea a dirimere la contraddizione. La bambina asseriva di aver assistito alla scena da una finestra, aiutata dalla madre a sollevarsi per mezzo di pietre raccolte sul ciglio della strada.
La pista rimase a lungo incerta. Nel febbraio del 1872, mentre i figli della Rousselle si trovavano detenuti a Vervins per una vicenda di contrabbando, Marie parlò del delitto a Desson, il conduttore incaricato del loro trasferimento. Fece il nome di Ferrari e dichiarò che lei e sua madre avevano fatto da palo dietro la casa. Altre persone raccolsero in seguito versioni analoghe, talvolta discordanti nei dettagli: chi avesse colpito, chi fosse rimasto all’esterno ad attendere, chi si fosse impossessato del denaro. Nel mese di maggio, il giudice istruttore condusse la bambina alla locanda. La piccola riconobbe i luoghi e rese una descrizione circostanziata di quanto asseriva di aver visto.
L’accusa attribuiva a Ferrari i colpi inferti ai coniugi, a Pierrot detto Lecoq un ruolo nel trascinamento dei corpi, e alla donna Rousselle la sorveglianza e la partecipazione al furto dopo l’aggressione. Sosteneva inoltre che Marlois, detto «il Drenatore», avesse trascorso la notte nella locanda sotto le spoglie di un viandante per agevolare l’ingresso dei complici. Il ruolo di Valpoël, soprannominato «la Pulce», scaturiva dalle dichiarazioni di Marie e dal riconoscimento da lei operato. Ciascuno di questi ruoli era delineato dall’accusa; spettava al dibattimento stabilire ciò che la giuria avrebbe infine ritenuto provato.
L’identità della «Pulce» aveva già gettato la procedura nell’ambiguità. La sezione d’accusa aveva rinviato a giudizio davanti alla corte d’assise Jules Dubois, detto la Pulce, nato ad Aubenton, avendolo confuso con l’individuo indicato dalle testimonianze. Poco prima del processo, Dubois venne arrestato. I primi riscontri chiarirono che non si trattava dell’uomo che aveva convissuto con la Rousselle e preso parte al delitto. Fu rimesso in libertà provvisoria per ordine della corte di Amiens; ma non potendo la sezione d’accusa revocare il rinvio a giudizio, egli dovette nondimeno comparire dinanzi ai giurati, ai quali sarebbe spettato pronunciarsi sulla sua posizione.
La Rousselle chiarì allora che quel soprannome designava in realtà Jules Valpoël. Marie fu posta a confronto con quest’ultimo e lo riconobbe. La bambina aveva inoltre segnalato un cagnolino fulvo che accompagnava l’uomo da lei chiamato la Pulce; Valpoël possedeva da diversi anni un cane di quel colore, e la piccola lo riconobbe durante l’istruttoria. Tale coincidenza fu addotta dall’accusa quale indizio d’identità, non come prova isolata di correità nell’omicidio. Valpoël oppose un alibi: sostenne di essersi trovato a Fourmies presso l’amante e la sorella di lei, entrambe colpite dal vaiolo. I testimoni collocarono tuttavia quella malattia nel mese di dicembre, e non nella notte del delitto a novembre.
Il dibattimento si aprì il 13 maggio dinanzi alla corte d’assise dell’Aisne, presieduta dal consigliere Breuil. Furono chiamati sei imputati: Ferrari, Pierrot detto Lecoq, Marlois detto il Drenatore, Valpoël detto la Pulce, Adolphine Rousselle e Jules Dubois. Il resoconto menziona la pianta dei luoghi mostrata ai giurati. Lecoq negò dapprima di essere stato alla locanda, di aver rimosso il cadavere o di aver preso parte alla spartizione del bottino. Il presidente diede allora lettura di un precedente interrogatorio nel quale egli aveva ammesso un proprio ruolo nella vicenda, pur pretendendo di aver voluto difendere la signora Demeiller. In aula, Lecoq ritrattò, affermando che quelle confessioni non rispondevano al vero.
Ferrari denunciò un complotto ordito dalla Rousselle, mossa a suo dire dal desiderio di vendicarsi di lui. Ammise di averla conosciuta e di aver avuto un figlio da lei, ma negò di essersi mai recato a Landouzy. Riconobbe di aver percosso i bambini; sostenne tuttavia che Marie mentisse, o che fosse stata manipolata dalla madre e dal padre. La Rousselle negò la propria presenza sul luogo del delitto, pur ammettendo di aver lavato i panni di Ferrari il 15 novembre. Riferì di averlo visto rincasare coperto di sangue, e che egli aveva addotto una ferita provocata da un ramo. Tale circostanza, al pari di altri particolari emersi al processo, proveniva dalla sua deposizione e non costituiva una confessione giudiziale di Ferrari.
Marie, di sette anni secondo il verbale, fu ascoltata con misura dal presidente, che la esortò a dire la verità. La bambina ribadì di essere andata a Landouzy con la madre e con Ferrari, di essere rimasta fuori e di aver scorto la scena da una finestra. L’atto d’accusa aveva già registrato il suo racconto, i suoi mutamenti di prospettiva e il modo in cui ella affermava di aver potuto vedere. La sorella Louise, di nove anni e mezzo, confermò soltanto pochi elementi: la madre era uscita con Marie e con Ferrari; lei, rimasta a casa con i più piccoli, aveva appreso del crimine dai racconti della sorella. Rispose sovente per monosillabi. La parola di queste creature pesava gravemente in un giudizio capitale, ma la sua portata andava vagliata nel confronto con le altre testimonianze e con i dinieghi degli accusati.
I testimoni adulti recarono osservazioni discordi. Il brigadiere Soyeux riferì le parole di Auguste Demeiller e descrisse il rinvenimento della scure e dei resti della cena. Due abitanti del luogo riconobbero in Marlois lo straniero notato alla locanda il 14 novembre. La compagna di Marlois lo descrisse come violento e ne tratteggiò l’aspetto; un altro teste contraddisse tuttavia la datazione da lei fornita circa il momento in cui l’uomo si era tagliato la barba. La difesa poteva far leva su tali divergenze, mentre l’accusa collegava la presenza del forestiero, il berretto di cotone repertato e i riconoscimenti effettuati all’udienza.
Il processo si muoveva sullo sfondo del contrabbando e dei legami opachi tra gli imputati. Diversi di loro avevano precedenti penali; la Rousselle conviveva con alcuni di essi e i suoi figli dipendevano da quell’ambiente. Tali elementi furono evocati nel corso del dibattimento, ma non bastavano a dimostrare l’assassinio. Un equivoco sul soprannome aveva già rischiato di far condannare un innocente. Il presidente doveva dunque ricondurre i giurati ai fatti specificamente addebitati a ciascuno, mentre gli imputati contestavano le confessioni, le ricognizioni personali e l’attendibilità dei testimoni.
Il 16 maggio il procuratore della Repubblica sostenne l’accusa. La cronaca non riporta il dettaglio delle arringhe, ma cita gli avvocati che difesero i sei imputati. Il 17, il presidente riassunse i lunghi dibattiti. Dopo circa un’ora di camera di consiglio, la giuria rispose affermativamente senza circostanze attenuanti per Ferrari; affermativamente con circostanze attenuanti per Lecoq, Marlois e Valpoël; negativamente per la donna Rousselle e per Jules Dubois. Il dubbio che aveva reso l’identificazione di Dubois tanto insidiosa sortì un effetto concreto: egli fu assolto, al pari della Rousselle.
La corte condannò Ferrari alla pena capitale. Pierrot detto Lecoq e Marlois detto il Drenatore furono condannati ai lavori forzati a vita; Valpoël a quindici anni di lavori forzati. La Gazette indicò che l’esecuzione di Ferrari avrebbe avuto luogo a Laon, senza che le carte qui esaminate ne rechino la data. In questa causa, sei capi d’imputazione non sfociarono dunque in sei condanne: la bambina e i testimoni avevano ricondotto più nomi al delitto, ma la giuria seppe distinguere i gradi di responsabilità e la corte pronunciò pene differenti.
Alla locanda dei Quattro Venti, il primo superstite non era stato in grado di nominare il viandante scomparso nella notte. Mesi dopo, i soprannomi, i riconoscimenti e le confessioni ritrattate avevano affollato il fascicolo. Il verdetto condannò quattro uomini e ne mandò assolti due; non trasformò ogni racconto in un’eguale certezza. La confusione tra Dubois e Valpoël rammenta, nel cuore stesso di una condanna a morte, quanto un nome male attribuito a un uomo possa deviare l’intero corso della giustizia.
Nota documentaria: la narrazione segue il resoconto a stampa delle udienze del maggio 1873 e distingue tra atto d’accusa, dichiarazioni rese all’istruzione, testimonianze, dibattimento e verdetto. L’età delle due bambine non è uniforme nei passaggi rilevati; non viene pertanto considerata oltre le indicazioni verbalizzate durante la loro audizione. L’esecuzione annunciata per Ferrari non reca data nei fogli consultati.
