Tutto ebbe inizio con un uovo e con una parola che il sindaco pretese di interdire. Un motteggio da trivio mutò in affare di Stato; pochi mesi più tardi, l'incendio di un magazzino appartenente a quel medesimo primo cittadino offrì il destro per un processo che tenne in scacco la popolazione per anni. La cronaca chiama questi cittadini i martiri di Marceillan: appellativo che intende rimarcare la durata del loro calvario, non già un supplizio sul patibolo.
Il signor Rigaud de Belbèze, facoltoso possidente, già sindaco e capitano delle guardie costiere, aveva accumulato contenziosi con svariati compaesani. Passava, secondo Champagnac, per uomo superbo e intrattabile. Il primo incidente era tuttavia di una natura tale che avrebbe dovuto spegnersi tra le risa. Nel 1773, il curato Lunaret, vecchio stimato dalla comunità, divideva la mensa con il suo vicario Cauvet, giovane sacerdote di cui deplorava i costumi. Un giorno di quaresima, Cauvet avrebbe strappato un uovo dalle mani del curato divorandolo con aria di beffa; dopo un mite richiamo, reiterò il gesto. Lunaret decise allora di allontanarlo dalla propria tavola.
Cauvet trasformò la scena in una pubblica facezia. La cittadinanza, però, prese le parti del vecchio pastore: si gridava «a l’yoau», termine del dialetto locale che designava l’uovo, canzonando il vicario. A poco a poco, il dileggio andava scemando. Rigaud, allora in carica come sindaco, pretese di farlo cessare d’autorità. Forse cercava di compiacere il vescovo di Agde, protettore di Cauvet, suggerisce la cronaca; il movente resta tuttavia un’interpretazione dell’autore. Dapprima Rigaud vietò a voce di ripetere il vocabolo, poi ne fece dare bando al suono della tromba. L'ingiunzione sortì l’effetto contrario: la parola proibita tornò a correre di bocca in bocca per le vie.
Rigaud scrisse al comandante della provincia che Marceillan era in fiamme, che vi regnavano il disordine e la rivolta. Il conte di Périgord fece verificare le doglianze e le giudicò oltremodo esagerate. La faccenda avrebbe potuto chiudersi lì. Ma il sindaco attese la festa di San Giovanni, antica ricorrenza in cui si accendevano falò e i giovani usavano mascherarsi e danzare. Nel 1773, una contadina indossò gli abiti del marito e guidò una brigata di ragazzi mascherati attorno a un fuoco. Per la popolazione si trattava di un’allegra consuetudine; Rigaud vi scorse una parodia del fuoco acceso dall'amministrazione municipale.
Alcuni delatori presentarono quei festeggiamenti come una macchinazione eversiva contro le autorità. Sostennero che taluni partecipanti avevano vestito toghe e cappe per mettere alla berlina gli ufficiali municipali, talari e collari per sbeffeggiare il vicario, che un uomo in veste da camera si era fatto condurre in calesse impartendo benedizioni, e che canzoni oscene avevano fatto da colonna sonora a quelle scene. Champagnac afferma che tali addebiti svanirono alla prova dei fatti giuridici. Rigaud, dal canto suo, li riversò in una memoria indirizzata al duca de la Vrillière, governatore della provincia, additandoli quali indizi manifesti di una cospirazione.
Gli abitanti cominciarono a temere che l'autorità municipale si abbattesse su di loro. Quattordici notabili costituirono un sindacato l'11 luglio 1773. L'atto presentava vizi di forma sotto il profilo della stretta legalità, ma la cronaca ricorda come tale prassi fosse invalsa nella provincia e che lo stesso Rigaud ne avesse promosso uno analogo nel 1771. Egli attribuì nondimeno alla mossa un disegno diverso: sotto la sua penna, le cautele dei cittadini divennero una congiura. Verso la fine di ottobre giunse a indagare un subdelegato dell’intendenza. Rigaud lo invitò ad alloggiare presso di sé; fu in quella dimora che si raccolsero le informazioni.
Tredici lettres de cachet ne furono la conseguenza. All'alba del 3 marzo 1774, trenta cavalleggeri della maréchaussée entrarono a Marceillan per eseguirle. Il curato Lunaret fu esiliato a tre leghe dalla sua parrocchia; altri abitanti furono relegati a varie distanze o rinchiusi in diverse fortezze e prigioni. La contadina che aveva danzato fu condotta a Béziers, un bracciante a Pézenas. I destinatari dei provvedimenti si consegnarono ai militari o presero la via dell'esilio senza opporre resistenza. La fonte li descrive con la serenità dell'innocenza dipinta sul volto; di certo, in questo esordio della vicenda, nulla somigliava all'insurrezione paventata da Rigaud.
Due giorni prima, un incendio era divampato nel suo magazzino, contiguo all'abitazione e prospiciente la piazza. Gli abitanti, tra i quali figuravano tre o quattro delle persone poi esiliate, erano accorsi a domare le fiamme. Rigaud non perse che una parte del legname, i foraggi e il tetto dello stabile. Agli atti del procedimento fu messa a verbale un'osservazione destinata a pesare sul seguito: in mezzo a quanti spegnevano il fuoco, Rigaud avrebbe intimato di lasciar bruciare, giacché gli avrebbero ripagato ogni cosa ed era certo del fatto suo. Il 3 marzo, la sera stessa degli arresti, sporse querela contro ignoti, asserendo che il rogo si era sprigionato dalle finestre del fienile.
Il giudice locale si ricusò. Rigaud ottenne che fosse delegato un magistrato dal signore titolare dell'alta giustizia. Un monitorio invitò i residenti a riferire su circostanze estranee all'incendio; un frate minore riformato a lui devoto predicò per intimidire le coscienze. Il sindaco arrivò a chiedere che il conseil des dépêches avocasse a sé la causa per giudicarla in via amministrativa, con il pretesto che il rogo fosse legato alle lettres de cachet. Il consiglio liquidò tale correlazione come una chimera e rinviò Rigaud dinanzi ai giudici ordinari. Previo esame, il ministro riconobbe che i presunti disordini non erano stati che sfoghi d'allegria e che l'ordine pubblico non era mai stato compromesso; le lettres de cachet furono di lì a poco revocate.
La revoca non pose tuttavia termine all'accanimento giudiziario. Rigaud tornò a Marceillan e ottenne decreti d'accusa contro Benezech, Salelles, Billiers, Jacques Marquet, Antoine Fabre ed Élisabeth Delaire. Datati 31 luglio 1774, furono notificati soltanto verso la fine di settembre. Gli interrogatori, riferisce la cronaca, presero la forma di trabocchetti tesi alla memoria e alla buona fede. Quando il giudice delegato non si dimostrò abbastanza compiacente, ne fu nominato un secondo durante la sua assenza, il quale convertì in mandato di cattura il decreto di comparizione spiccato contro Benezech. Questi, avvertito, si costituì spontaneamente in prigione chiedendo di essere esaminato.
Rigaud si servì allora di una carta firmata dal carceriere di Marceillan, un contadino che sapeva a malapena tracciare il proprio nome. Gli aveva sottoposto l'atto nel cuore della notte, assicurandogli che quella firma non fosse che una formalità priva di conseguenze. Il documento faceva dichiarare al custode che Benezech si era presentato per costituirsi, ma che poi aveva rifiutato la reclusione andandosene a zonzo nella canonica. Non appena comprese l'uso che ne veniva fatto, il carceriere protestò davanti a un notaio, chiarendo le circostanze della sottoscrizione. Ma l'atto era già servito a carpire al parlamento di Tolosa una sentenza che trasferiva l'istruttoria a Béziers. Benezech vi fu tradotto con un apparato umiliante; gli altri dovettero abbandonare i propri focolari per seguire la procedura.
A istruttoria conclusa, il pubblico ministero concluse per il proscioglimento di tutti gli accusati, con riparazione d'onore e risarcimento danni a carico della parte civile. Il verdetto pronunciato disattese tuttavia tali conclusioni. Benezech fu condannato alla tortura ordinaria e straordinaria; Salelles a tre anni di bando e a diciassettemila lire di risarcimento verso Rigaud; un testimone di nome Marie, dichiarato falso teste, all'amenda onorevole e all'esilio. Gli imputati interposero appello. Il parlamento di Tolosa riformò la sentenza, li prosciolse e condannò Rigaud ai danni. Uno dei primi giudici, chiamato alla sbarra, fu sospeso dalle sue funzioni per tre mesi.
Rigaud riparò a Parigi chiedendo la cassazione della sentenza, accreditandosi presso il consiglio quale vittima del proprio zelo per il mantenimento dell'ordine. Il consiglio annullò la decisione tolosana l'11 settembre 1775 e rimise la causa alle requêtes de l’hôtel. Tronson du Coudray assunse il patrocinio degli imputati; occorse attendere, lontano da Marceillan, la sentenza sovrana del 5 febbraio 1779. Tutti furono allora definitivamente prosciolti da ogni accusa, con facoltà di far stampare e affiggere la sentenza assolutoria a proprie spese; Rigaud fu condannato alle spese processuali.
La cittadina aveva dapprima riso di un uovo, per poi conoscere le lettres de cachet, l'esilio e i penitenziari. Quei mandati reali erano stati presto revocati; la procedura scaturita dall'incendio, invece, si sarebbe trascinata per quasi cinque anni. Attorno al magazzino ridotto in cenere si era disputato il potere di interrogare, di sottrarre un'istruttoria al suo foro naturale e di estorcere la firma a un carceriere. Al termine di tale calvario, gli accusati ottenevano il diritto di far affiggere la propria assoluzione, pagandola di tasca loro. Dopo i bandi proclamati al suono della tromba e le notizie degli arresti, restava loro da pagare la carta destinata a proclamare la loro innocenza.
