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Giustizia e scandali · Spagna

I nomi sotto la musica

Nelle piccionaie del Liceu, un uomo attende che la sala si riempia. Al processo, continuerà a non scegliere le proprie vittime: saranno i nomi letti in udienza a restituire un volto ai morti.

L’uomo aveva trascorso parte del primo atto accanto a un ispettore di polizia. Nulla, nella sua condotta, ne aveva destato l’attenzione. Sotto di loro, la sala andava riempiendosi; era precisamente ciò che Santiago Salvador attendeva. Non aveva scelto una persona. Aveva scelto un’assemblea e, in quell’assemblea, ogni volto gli era indifferente.

Il 7 novembre 1893, il Liceu inaugurava la stagione a Barcellona con il Guglielmo Tell. Salvador aveva acquistato un biglietto d’ingresso ed era salito al quinto piano. Sotto i vestiti portava con sé due ordigni. A casa, prima di uscire, aveva spiegato alla moglie che li portava via perché tenerli nell’abitazione era pericoloso. Il pericolo stava dunque per cambiare indirizzo. Sarebbe calato dall’alto di un teatro su persone che avevano pagato per ascoltare della musica.

Salvador era originario di Castelserás, in Aragona. I genitori lo avevano destinato al lavoro dei campi; da adolescente aveva soggiornato a Barcellona, svolgendo poi vari servizi domestici. Era stato a servizio presso personalità abbastanza in vista perché i loro nomi figurassero un giorno nel suo interrogatorio. Sposatosi, aveva venduto vino, gestito una taverna, continuato qualche commercio con i clienti e infine praticato il contrabbando. La sua vita non mostrava alcuna ascesa né un radicamento duraturo: impieghi e iniziative vi si susseguivano, senza che alcuno riuscisse a trattenerlo.

Da circa tre anni, a suo dire, i giornali, i libri e le assemblee operaie gli avevano trasmesso il gusto per le idee anarchiche. Nei circoli che frequentava aveva ascoltato Paulí Pallàs, l’autore dell’attentato contro il generale Martínez de Campos. Si sarebbe naturalmente cercato nella morte di Pallàs il movente del suo stesso crimine. Al processo, Salvador avrebbe respinto espressamente tale spiegazione. Avrebbe affermato di aver voluto colpire la società borghese in quanto tale. Questo rifiuto di una vendetta particolare rendeva la sua determinazione ancor più spaventosa: nessun torto individuale permetteva di tracciarne i confini.

Aveva chiesto gli ordigni a Mariano Cerezuela, da lui descritto come un fautore dell’azione diretta. Li aveva custoditi in un baule, tra la biancheria, avvertendo la moglie affinché non si facesse male. Quando il secondo atto ebbe inizio, li scagliò verso la platea. Una sola bomba esplose. L’altra rimase come la misura tangibile di ciò che sarebbe potuto ancora accadere.

I nomi delle vittime, letti più tardi nell’aula dell’udienza, avrebbero restituito famiglie là dove l’assassino non aveva scorto se non una classe sociale. Cayo Cardellach, le sue due sorelle, la moglie e la nipote erano periti. Il padre di quest’ultima, ferito, sopravviveva a quel nucleo familiare quasi del tutto annientato. Altrove, un padre, una madre e la loro figlia erano stati falciati insieme. Altre coppie non avrebbero fatto ritorno. Il fascicolo giudiziario avrebbe registrato venti morti e ventisette feriti: quarantasette esistenze che nessuna astrazione politica avrebbe potuto rimettere al loro posto.

Nella confusione, Salvador si era trattenuto un istante prima di uscire insieme agli altri. Teneva una pistola nascosta sotto la blusa e disponeva anche di una boccetta di veleno. Una guardia, appostata al piano inferiore, tentò di fermarlo; egli passò nondimeno. Verso le undici, stando alla sua deposizione, fece ritorno a casa e raccontò il crimine alla moglie. Lei pianse. Egli ammise di averla minacciata per farla tacere. L’uomo che intendeva liberare l’umanità cominciava, nella propria camera, col proibire a una donna il suo stesso terrore.

La fuga non ebbe il disegno di un viaggio ben ordinato. Cercò giacigli, soccorsi, conoscenze disposte a dargli ricetto. José Prats gli procurò una stanza e qualche peseta. Salvador raggiunse poi Sant Feliu de Llobregat, tornò indietro, ripartì verso l’Aragona, fece sosta da Antonio Alfaro e finì a Saragozza presso un cugino. All’arrivo della polizia, tentò di sparare; un colpo fece cilecca ed egli rivolse l’arma contro se stesso. La ferita non gli diede la morte che aveva così largamente dispensato.

L’11 luglio 1894, il furgone che lo conduceva in tribunale dovette farsi largo tra una folla serrata. Due uomini comparivano accanto a lui: Prats e Alfaro, accusati di averne favorito il rifugio o la fuga pur essendo a conoscenza del crimine. La linea di confine tra il soccorrere un fuggiasco stremato e il nascondere un assassino sarebbe divenuta la loro causa capitale, nel mezzo di un processo in cui Salvador occupava quasi per intero la luce.

L’udienza si aprì male per la difesa. Il suo avvocato richiese un collegio di cinque magistrati, ritenendo tale numero indispensabile laddove si invocasse la pena di morte; il presidente gli oppose le disposizioni relative alla giuria e lo trattò con una durezza che la stampa riportò senza attenuazioni. Nondimeno, lo stesso presidente impedì in seguito al procuratore di costringere l’imputato entro risposte troppo anguste. Il tribunale conosceva i propri sdegni, le proprie regole, e talvolta queste ultime frenavano i primi.

Salvador non negò il gesto. Spiegò di aver atteso che il teatro fosse colmo. Ammise che la presenza dell’alta società di Barcellona aveva orientato la sua determinazione. Uccidere questo o quello gli importava poco: voleva seminare il terrore. Tale confessione dispensava l’accusa dall’escogitare un’anima oscura. L’intenzione si palesava da sé, con una nettezza quasi burocratica.

I testimoni recarono frammenti assai meno sistematici. L’ispettore non si era accorto di nulla durante il primo atto. Una spettatrice aveva visto cadere un oggetto senza poterne distinguere la mano. Un ferito aveva percepito la deflagrazione e la propria piaga. La moglie di Salvador, Antonia Colom, si dichiarò incapace di testimoniare e si ritirò. Il suo silenzio non somigliava a quello di un fascicolo vuoto: faceva seguito a una notte in cui il marito le aveva intimato di smettere di piangere.

Alla ripresa, il procuratore rinunciò alle accuse contro Prats e Alfaro. Ne fu ordinata la scarcerazione, salvo diversa causa di detenzione. Il processo non avrebbe dunque stritolato indistintamente chiunque avesse schiuso una porta al fuggiasco. Quanto a Salvador, la disputa si concentrò sulla qualificazione giuridica dei fatti. Il difensore cercava di ricondurli al delitto di strage mediante esplosivi; la corte ritenne sussistenti venti omicidi consumati e ventisette tentati. La giuria deliberò in pochi minuti. La sentenza capitale fu pronunciata; alle dieci e mezza di sera, il furgone portò via il condannato.

Salvador fu giustiziato il 21 novembre 1894. Un anno era trascorso da quella recita interrotta. In quell’anno avevano trovato posto l’istruttoria, il dibattimento, le speranze del prigioniero e la loro fine; per i superstiti, esso non aveva colmato una sola assenza. Al processo, l’assassino aveva offerto una spiegazione generale del proprio atto. La giustizia gli aveva risposto con articoli di legge e condanne. Tra l’una e l’altra restava l’elenco dei nomi, con quella caparbietà propria dei nomi di persona di disfare le grandi formule: una sorella, un’altra sorella, una moglie, una nipote. Erano andati a teatro insieme.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Questa cronaca originale segue il resoconto del processo dell'11 luglio 1894, pubblicato l'indomani, e quello dell'esecuzione del 21 novembre. La stampa giudiziaria riporta dichiarazioni senza garantire che ciascuna sia esatta. Il numero di venti morti e ventisette feriti è quello stabilito dal verdetto tramandato. Salvador nega espressamente davanti ai giudici di aver voluto vendicare Pallàs; tale affermazione viene mantenuta senza trasformare il movente da lui rivendicato in verità assoluta. Nessun personaggio né dialogo è inventato.

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