La mattina del 25 agosto 1870, un giardiniere si presentò al commissario di polizia per denunciare che il suo padrone, il mercante pietroburghese Nikolaj Solodovnikov, era spirato durante la notte. Il vecchio viveva ritirato in una dimora di campagna nei pressi dell’Accademia forestale. All’atto dell’inventario, si rinvennero appena ventotto rubli d’argento, tre cambiali e alcune ricognizioni di debito: poco più di settantamila rubli in tutto, e quasi nulla di immediatamente spendibile. Eppure Solodovnikov aveva ereditato dal fratello una sostanza stimata in diversi milioni. Dove era finito il resto?
Il primo nome a imporsi all’attenzione degli inquirenti fu quello di Jakov Suslenikov, un antico domestico assurto al rango di fattore e intendente, che aveva trascorso la notte nella casa. Il valletto Kolossov raccontò che, verso le sei del mattino, era entrato nella stanza trovando il signore ormai privo di vita. Aveva tosto avvertito Suslenikov, che dormiva al piano superiore. Questi si rivestì in fretta ed entrò nella camera da letto. Dal vestibolo, Kolossov lo vide aprire i cassetti di un comò, estrarne un registro, infilarlo sotto il mantello e allontanarsi. Poco dopo Suslenikov tornò, prese una cassetta di legno, ne esaminò le carte, asportò le chiavi della cassaforte, una scatola di spiccioli e una tabacchiera d’oro. Quindi impose alla servitù il silenzio più assoluto sul decesso, vietando di avvertire la polizia.
L’intendente partì alla volta della città. Rientrò soltanto all’una pomeridiana, scortato dal banchiere Ljubavin. Il dottor Hesse, medico curante di Solodovnikov da sei anni, riferì di aver appreso della morte dallo stesso Suslenikov alle nove e mezza, come se questi ne fosse venuto a conoscenza soltanto giunto in città. Quando Hesse arrivò alla tenuta, incrociò il fattore, il quale stringeva qualcosa celato sotto il mantello. Il divario insanabile tra questi racconti pose le prime ore dell’indagine al cuore del dibattimento: chi aveva dato l’allarme, chi aveva manomesso le carte e per quale ragione la morte era stata tenuta celata?
Suslenikov replicò sostenendo che il defunto lo aveva incaricato di comporre un vecchio contenzioso. Avrebbe ricevuto diecimila rubli per ottenere il ritiro di una querela sporta dalla cuoca. La querela, in verità, era già stata respinta dal pretore per difetto di prove; e l’indennizzo richiesto ammontava a soli cento rubli. Il dottor Hesse rammentò pure che un giorno Solodovnikov aveva tacciato il fattore di ladrocinio, minacciando di cacciarlo povero così com’era venuto. Parole che non costituivano una prova di furto, ma che incrinavano il ritratto di una familiarità devota e generosa dipinto da Suslenikov.
La perquisizione domiciliare portò alla luce elementi assai più concreti. In casa di Suslenikov gli inquirenti scoprirono quarantamila rubli in titoli emessi successivamente alla morte del padrone, estratti conto per trentacinquemila rubli, settemila rubli in obbligazioni alienate e novecentocinquanta rubli in contanti. Carte che attestavano transazioni cospicue, ciascuna bisognosa di una spiegazione. Suslenikov ammise di aver venduto o barattato, tra dicembre e gennaio, un anello stimato milleseicento rubli e diamanti per duemilatrecento rubli e cinquanta copechi. Alcuni testimoni riconobbero l’anello come appartenuto al defunto. Un orefice dichiarò inoltre che Suslenikov gli aveva recato un’icona di San Nicola, del valore di dodicimila rubli, dalla quale aveva fatto rimuovere oltre quattrocento diamanti per sostituirli con paste vitree.
Sulla provenienza delle gemme la versione mutò più volte. Dapprima Suslenikov affermò che il padrone gli aveva donato l’anello. In seguito raccontò di averlo acquistato dal domestico Kolossov per cinquanta rubli prima di rivenderlo. Quanto ai diamanti, tirò in ballo inizialmente il maestro d’orchestra Ljadov, poi una disposizione impartita da Solodovnikov, infine l’erede Vasilij, che gli avrebbe chiesto di sostituire le pietre preziose per donare l’effigie a un monastero. Sostenne infine che il ricavato era servito alla manutenzione degli stabili. Il gioielliere Lindholm confermò l’intervento sull’icona; nessuna contabilità di tale vendita fu mai prodotta.
Al processo, celebrato nel dicembre del 1871, accusa e difesa non si scontrarono unicamente sui gioielli. Delinearono due figure inconciliabili sotto il medesimo nome. Agli occhi del procuratore, Solodovnikov aveva vissuto al di sopra dei propri mezzi dopo aver ereditato una fortuna milionaria, per poi ritirarsi dal mondo, divenuto così parco da soppesare ogni minima spesa. I suoi diari intimi documentavano la parabola di quell’uomo, da munifico mecenate e sodale di artisti a solitario diffidente. L’accusa fece leva su questi scritti per sostenere che mai egli avrebbe rimesso quindicimila rubli al proprio intendente senza pretendere una ricevuta, né avrebbe trascurato un anticipo di diecimila rubli, somma ragguardevole per chiunque.
La vita di Solodovnikov recava d’altronde antiche ferite. Stando alle deposizioni e alla requisitoria, il fratello lo aveva costretto ad affiliarsi alla setta degli Skopcy quand’era ancora adolescente. Divenuto facoltoso alla morte di costui, aveva abbandonato la setta, frequentato i teatri e sovvenzionato artisti, per poi ritirarsi nel monastero di Valaam. La richiesta di una donazione di un milione di rubli, avanzata dall’abate Damaskin, ne aveva ridestato la radicata diffidenza: si convinse che la sua fede e la sua persona importassero ai monaci soltanto in virtù del suo censo. Rientrò a San Pietroburgo, ruppe i ponti con il monastero e finì per vivere in un quasi totale isolamento. La cronaca processuale fa di questa solitudine lo sfondo della vicenda, senza trasformarla di per sé in una prova a carico.
Suslenikov descriveva invece un rapporto antico e intimo. Asseriva di conoscere il padrone sin dal 1845, di essere stato richiamato al suo servizio dopo sedici anni di separazione e di esserne divenuto l’unico confidente. A suo dire, Solodovnikov gli avrebbe consegnato diecimila rubli per comporre la vertenza con la cuoca, e altri quindicimila alla vigilia della morte, a titolo di ricompensa per la fedeltà dimostrata. Sosteneva pure che il padrone stesso gli aveva ordinato di togliere i diamanti autentici dall’icona. A questa ricostruzione il pubblico ministero oppose le testimonianze del medico Hesse, del domestico Kolossov e del banchiere Ljubavin, oltre alle palesi contraddizioni dell’imputato.
Ljubavin, recatosi alla tenuta il giorno del decesso, eluse numerose domande. Sosteneva che Solodovnikov non fosse più ricco, a causa di rovesci commerciali e cospicue elargizioni. Il dottor Hesse contestò un dettaglio del suo resoconto: Ljubavin pretendeva di essere salito al piano superiore a fumare una sigaretta ritenendo sconveniente farlo accanto alla salma; eppure aveva fumato proprio nella camera ardente. Kolossov ribadì fermamente che il fattore gli aveva interdetto di avvisare la polizia. Tali confronti non chiarivano la sorte di ogni singolo rublo, ma demolivano la tesi di una trasmissione serena e concordata del patrimonio.
Il procuratore volle nondimeno scindere il furto dal sospetto di omicidio. L’opinione pubblica aveva accusato Suslenikov di aver cagionato la morte del padrone, ma la cronaca rimarca come nessun solido riscontro sorreggesse un’accusa tanto grave. Il processo verteva unicamente sulla sottrazione di beni. I giurati riconobbero Suslenikov colpevole; la corte pronunciò la degradazione civica e la condanna all’esilio nel governatorato di Tomsk, in Siberia occidentale. L’immenso patrimonio svanito non fu mai ricostruito nei dettagli. Restarono agli atti gli oggetti riconosciuti, le somme ingiustificate, le testimonianze inconciliabili e quell’ordine perentorio di tacere impartito prima che la giustizia varcasse la soglia.
