Accanto al corpo della vedova Barberis fu rinvenuto un inventario di mobili. Sei fogli vergati di pugno dal genero: i letti, le suppellettili, tutto ciò che concorreva a definire il valore d'una casa ammobiliata. Quel foglio era giunto lì per una faccenda di quattrini. Al mattino, mutava di segno: diveniva un reperto in un fascicolo per omicidio. A Louis Lomont non sarebbe riuscito difficile spiegare le ragioni per cui lo aveva recato con sé; ben più arduo gli sarebbe stato accordare l'ora del proprio passaggio con quelle fissate dai ricordi degli altri abitanti della casa.
La vedova Barberis esercitava la duplice attività di affittacamere ed erborista in rue de Verneuil. Una delle sue figlie era andata sposa a Lomont. Dopo un periodo trascorso sotto il tetto materno, i coniugi avevano rilevato, verso il 1809, la gestione dell'Hôtel de Russie, in rue Tiquetonne. Per perfezionare l'acquisto, Lomont aveva contratto un debito di ottomila franchi, con la suocera a fargli da garante. La restituzione della somma era fissata per il 15 luglio 1812. Sennonché l'albergo languiva e la scadenza incombeva. Il debito aveva un termine perentorio; le speranze di onorarlo non ne avevano più alcuno.
La suocera aveva acconsentito a cercar un compratore. Esigeva nondimeno una stima precisa degli arredi dell'albergo, affinché le trattative potessero avviarsi con qualche costrutto. Champagnac congettura che ella vagheggiasse forse l'idea di subentrare in prima persona; nulla, tuttavia, nel testo della cronaca, trasforma tale ipotesi in un proposito fermo. Quel che premeva alla donna era, in ogni caso, entrare in possesso dello scritto promesso. L'inventario non era dunque una carta smarrita per disattenzione nella dimora d'una parente: apparteneva a quel novero di passi formali intesi a fronteggiare un obbligo imminente, recando sollievo alla garante non meno che al debitore.
La vigilia della scoperta, Louise Barberis, l'altra figlia, rincasò verso le dieci di sera. La madre le domandò se fosse passata dal cognato a ritirare la nota dei mobili. Non lo aveva fatto. Convennero che vi avrebbe provveduto l'indomani. Louise salì a coricarsi al terzo piano, accompagnata dalla fantesca Esther Cassaude. Questa ridiscese poco dopo per cenare insieme a un'altra domestica. Quando le due donne si ritirarono, la vedova rimase al pianterreno, con l'incombenza di serrare l'uscio d'ingresso. Movimenti consueti, feriali, sui quali si sarebbe dipanata la trama delle deposizioni testimoniali.
Verso le undici e mezza, Louise fu destata di soprassalto da una gragnuola di colpi. Le sue grida richiamarono i vicini, i quali trovarono la porta della stanza spalancata, priva d'alcun segno di scasso. L'aggredita non aveva scorto il volto del proprio feritore. A dispetto delle lesioni riportate, si trascinò al pianterreno, verso la camera della madre, scoprendola riversa nel retrobottega in condizioni disperate. Fu chiamato un ufficiale sanitario, accorse il commissario di polizia. La vedova spirò poco appresso. Louise, dal canto suo, sarebbe sopravvissuta alle ferite. L'inchiesta si trovava così di fronte a una vittima in grado di deporre, eppure incapace di dare un nome a chi l'aveva colpita.
Non si trovarono armi, né apparivano tracce di furto. Per contro, i sei fogli giacevano sopra un tavolo, a pochi passi dall'estinta. Il sospetto cadde tosto su Lomont: la sua visita era accertabile, i dissesti patrimoniali di pubblico dominio, e la scomparsa congiunta della suocera e della cognata avrebbe designato la moglie quale erede universale. Questo, il movente addotto dall'accusa. La morsa del debito e il miraggio dell'asse ereditario conferivano un senso al duplice attentato; non costituivano ancora, nondimeno, la prova materiale di chi ne fosse l'autore.
Alle prime luci dell'alba, Esther fu inviata a cercare Lomont, con la ferma consegna di tacergli l'accaduto. La cronaca indugia con gravità sul turbamento dell'uomo, sugli interrogativi che formulò e, ancor più, su quelli che omise di porre. Egli si presentò poco dopo accompagnato dalla consorte. Interrogato su come avesse impiegato la serata, ammise di aver recato egli stesso la distinta dei mobili, affermando però di essere giunto intorno alle dieci, di essersi trattenuto solo pochi minuti e d'aver fatto ritorno alla propria abitazione per le undici. Congegnata in tal modo, la cronologia gli consentiva di confessare la visita senza tuttavia collocarsi nell'immobile all'ora dell'assalto.
I riscontri testimoniali scompaginarono ben presto questo disegno difensivo. Alle dieci la vedova attendeva ancora l'inventario, giacché Louise aveva dovuto impegnarsi a prenderlo il giorno appresso. Le serve, coricatesi più tardi, asserirono di non aver affatto visto il genero. Altri indizi situavano il suo rientro in rue Tiquetonne tra la mezzanotte e l'una. La moglie, dopo aver in prima battuta corroborato la versione delle undici, rettificò la dichiarazione ammettendo che il marito non si era visto prima di mezzanotte e mezza. Lo descrisse pallido, sofferente, incapace di prender sonno. Dapprima sfiorata anch'ella dai sospetti, la donna fu rimessa in libertà: nessun capo d'accusa fu infine formulato contro di lei.
Il mutamento di quella deposizione incideva su due sorti a un tempo. Al marito toglieva l'unico appoggio all'orario rivendicato; per la moglie, imponeva agli inquirenti di scindere la sua iniziale menzogna da un'effettiva correità nel delitto. La sua scarcerazione non rendeva l'eredità meno centrale nell'economia del movente; vietava soltanto di tramutare quel presunto tornaconto nella prova d'una sua complicità.
L'istruttoria passò al vaglio gli abiti dell'imputato. Chiazze sospette apparivano sulla finanziera, sui calzoni e su una scarpa indossati quella notte. I periti interpellati ne attestarono la natura ematica. Una traccia all'interno dell'indumento sembrava essere stata lavata; la fodera mostrava uno strappo. Lomont addusse diverse giustificazioni, appellandosi tra l'altro a una remota applicazione di mignatte. I giudici gli obiettarono che quel salasso risaliva all'inverno precedente e che egli vi si era sottoposto a letto, senza indossare la finanziera. Le tracce non recavano impresso il nome della vittima, ma le giustificazioni addotte non bastavano a ricondurle alla causa invocata.
Mancava pur sempre l'arma del delitto. La natura delle ferite orientava i chirurghi verso un corpo contundente e tagliente al contempo, compatibile con una scure da macellaio o un'accetta. Lomont ammise di averne posseduta una; le perquisizioni, tuttavia, non avevano dato esito. Vennero intercettate due lettere dirette alla madre, nelle quali egli la scongiurava di dichiarare d'aver portato con sé l'attrezzo in campagna molti mesi innanzi. In un processo in cui già si faticava a ricostruire i minuti d'una visita, s'imponeva ora di verificare anche la storia d'un oggetto introvabile.
Le indagini si spostarono lungo la Senna, avendo Lomont asserito di aver attraversato il ponte delle Tuileries nel congedarsi dalla suocera. I palombari scandagliarono il fiume invano. Anche il pozzo nero della casa della vittima fu spurgato, senza risultato alcuno. Infine, il 15 agosto, l'accetta venne rinvenuta entro una fontana di gres nella cucina di Lomont. Egli la riconobbe. La cronaca del confronto insiste su un dettaglio rivelatore: allorché gli fu comunicato che l'arma era stata pescata nell'acqua, egli tentò di chiamare in causa l'acquaiolo prima ancora che gli fosse stato rivelato il recipiente.
Quell'uscita improvvisa fu pesata contro di lui. La perizia materiale aggiunse altri elementi: il ferro era stato arrotato di fresco e munito d'un manico recente; i periti ritennero l'arnese perfettamente compatibile con lo scempio riscontrato sui corpi. L'analisi chimica dei residui raschiati sull'attrezzo e nella fontana rilevò una materia animale analoga al sangue. Non si trattava d'una prova individualizzante. L'accusa, nondimeno, saldava tali rilievi alle macchie sugli abiti, all'inventario, agli orari contestati e alle missive indirizzate alla madre. La forza che essa attribuiva a quegli elementi risiedeva tutta nella loro convergenza.
Lomont comparve innanzi alla corte d'assise della Senna, patrocinato dall'avvocato Maugeret. Champagnac esalta l'eloquenza del difensore pur senza tramandarne gli argomenti puntuali; descrive gli indizi come schiaccianti. Il suo è lo sguardo d'un cronista persuaso della colpevolezza, non il resoconto neutrale d'ogni voce del dibattimento. Il collegio dei giurati dichiarò l'imputato colpevole e, il 12 ottobre 1812, la corte pronunciò la condanna alla pena capitale. La narrazione si arresta alla sentenza, senza dar conto dell'esecuzione. Louise era scampata alla morte; la madre era perita. I sei fogli redatti per disporre la cessione d'un albergo trovavano ormai stabile dimora tra gli atti che avevano condotto un uomo al patibolo.
