Vai al contenuto
Maison BeaulieuMAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · GASTRONOMIA E ARCHIVI STORICI
Giustizia e scandali · Francia

Il baule sotto le reti

Nel gennaio del 1872, il corpo del commerciante Grego Angelo viene ripescato in un baule al largo dell’Estaque. Il processo a Raphaël Tolédano, Isaac Sitbon e Nissim Sizouri davanti alla Corte d’assise delle Bouches-du-Rhône mette a confronto narrazioni inconciliabili, riconoscimenti incerti e perizie mediche sfumate; Tolédano e Sitbon sono condannati a morte, Sizouri ai lavori forzati a vita.

Il 18 gennaio 1872, al largo dell’Estaque, alcuni pescatori scorsero un oggetto galleggiante che scambiarono dapprima per un grosso tronco. Avvicinatisi, riconobbero un baule lungo e pesante, e faticarono non poco a trarlo fuor d’acqua. Aperto il coperchio, un sacco macchiato di sangue rivelò il cadavere di un uomo, con le gambe quasi interamente recise e ripiegate verso il capo. I documenti rinvenuti addosso alla vittima consentirono di darle un nome: Grego Angelo, negoziante e rappresentante a Marsiglia della ditta Samama primogenito di Tunisi. Quella macabra scoperta avrebbe condotto tre giovani sul banco degli imputati della Corte d’assise delle Bouches-du-Rhône.

La cronaca giudiziaria fa risalire i fatti a martedì 16 gennaio, verso le sette di sera. Grego, venticinque anni, abitava al civico 47 di rue Montgrand. Nel corso della giornata aveva riscosso del denaro alla Borsa e poi, stando all’atto d’accusa citato dal giornale, una somma di 4.526 franchi presso il commerciante Milan, in rue Paradis. Il testimone Milan avrebbe in seguito parlato di 4.525 franchi: uno scarto di un franco rimasto impresso tra le colonne del resoconto. Grego era rincasato per posare l’ombrello e il portafogli. Dopo quell’istante, nessuno seppe più dove fosse andato.

L’indomani Michel Samama, suo compatriota e commesso, trovò la porta accostata con il semplice saliscendi. Possedeva un duplicato della chiave e conosceva le abitudini di Grego, solito serrare la toppa con due mandate. All’interno nulla appariva in disordine; il letto non era stato disfatto. L’assenza non destò dapprima un allarme immediato: Samama sapeva che talvolta il principale trascorreva la notte fuori. Ma Grego continuava a non farsi vivo, e gli affari esigevano la sua presenza. Samama interrogò alcuni conoscenti, tra i quali Raphaël Tolédano e Isaac Sitbon. Entrambi asserirono di non averlo visto; Sitbon si offrì persino di verificare se non si trovasse ricoverato in ospedale.

Quando l’inquietudine divenne insostenibile, Samama telegrafò a Tunisi. Lo zio, a capo dell’azienda e cognato di Grego, sollecitò l’intervento dell’autorità giudiziaria. I magistrati fecero forzare la cassaforte da un fabbro. Il giornale riferisce della scomparsa di piastre tunisine, marenghi d’oro francesi e banconote, per un valore stimato attorno ai 30.000 franchi, oltre a lettere di cambio e ai libri contabili della ditta. In quel momento, l’ammanco dei fondi e dei registri si prestava ancora a varie congetture. Il ritrovamento in mare ne spazzò via una, senza tuttavia svelare appieno l’accaduto.

In aula, il dibattimento apertosi il 20 maggio ruotava attorno a tre nomi: Raphaël Tolédano, mediatore di ventun anni; Isaac Sitbon, negoziante di vent’anni; e Nissim Sizouri, facchino, anch’egli ventunenne. Il resoconto li descrive come membri della colonia tunisina di Marsiglia. Sitbon era riparato in Inghilterra; una lettera intercettata alle poste permise agli inquirenti francesi di rintracciarlo e ottenerne l’estradizione. La Gazette menziona pure Rhamin Saada, domestico di Tolédano, chiamato a testimoniare ma suicidatosi dopo aver appreso l’accusa che gravava sul padrone.

L’atto d’accusa, riportato dalla Gazette, collegava l’assenza di Grego, il denaro mancante e il baule. Descriveva la corda stretta al collo, le ferite al capo e gli arti inferiori segati per far entrare il tronco nella cassa. Secondo questa ricostruzione, i tre complici avevano concordato un appuntamento, attirato Grego in un fondaco di rue des Tonneliers e poi aperto la cassaforte con le chiavi sottratte alla vittima. L’accusa attribuiva a Tolédano la sete di guadagno, a Sitbon il rancore e a Nissim la guardia e il facchinaggio. Ma quella narrazione non costituiva ancora il verdetto. All’udienza, i tre uomini si sarebbero smentiti a vicenda, rimpallandosi ogni responsabilità.

Tolédano respinse l’avidità che gli veniva imputata. Dichiarò di disporre di mezzi propri e di non aver alcun bisogno del denaro di Grego. Il presidente ricollegò la vicenda a un incontro sorto attorno a Clémentine Rey, giovane operaia presso Samama, e a frasi pronunciate dopo che Grego aveva contrariato Sitbon. Ravvisò nel movente gelosia e rivalità mercantile; Tolédano contestò le parole che Sitbon gli attribuiva. Quanto al «tiro» da giocare a Grego, l’uno descriveva un disegno premeditato, l’altro ne respingeva persino il ricordo.

Il confronto si accese attorno al locale di rue des Tonneliers. Sitbon sosteneva che Tolédano ne avesse scelto l’ubicazione; Tolédano ribatteva che era stato Sitbon a preferire quel magazzino e che egli si era limitato a firmare da intermediario. Concordavano sul sopralluogo, non sul motivo né sull’iniziativa. Nissim ammise di aver visitato il fondo e di aver avuto una corda, ma protestò di essere rimasto all’esterno. Disse che gli era stato promesso un incontro con alcune fanciulle; gli altri due respinsero la sua versione. Il presidente mise in luce le insanabili contraddizioni dei tre racconti.

Man mano che l’interrogatorio procedeva, i dettagli materiali soppiantavano le grandi spiegazioni. Gli imputati si contendevano le chiavi, il denaro, l’orologio, le carte e il carico del baule. Tolédano accusava Sitbon e Nissim di aver trafugato il bottino; Sitbon replicava che Tolédano ne aveva trattenuto la parte più cospicua; Nissim ammetteva il possesso di circa 8.000 franchi e dell’orologio, ma negava il proprio ruolo esecutivo. Una lettera rinvenuta nel magazzino fu accostata alla sua tasca. Nissim mostrò che la stoffa era bucata e sostenne che la corda avrebbe potuto trattenere il foglio; il presidente rimise la spiegazione al prudente apprezzamento dei giurati. Il giornale non presentava alcuno di questi elementi come prova inconfutabile.

I testimoni confermarono singoli gesti, con gradi assai diversi di sicurezza. Il custode del magazzino riconobbe Tolédano, ma ammise di non aver scorto il volto di Sitbon. Sua figlia rammentò che Tolédano era andato a ritirare la chiave. Alcuni bottegai identificarono la fune e il cordoncino di seta acquistati dai due; il fischietto venduto a Nissim fu associato al ruolo di vedetta. Un imballatore riferì la vendita del baule senza poter identificare gli acquirenti, che avevano il bavero rialzato e il cappello calato sugli occhi. Il vetturino che lo aveva trasportato ricordava Sitbon mentre incitava il cavallo. Altri testi riconobbero uno degli accusati senza riuscire a distinguerne con certezza le fattezze o a stabilire chi avesse pagato.

Il mozzo di una barca aveva scorto al largo Tolédano e Sitbon con il baule. Aveva offerto loro di rimorchiarli; avevano rifiutato. Aveva visto il baule gettato in mare, ripescato e poi gettato di nuovo, prima che pioggia e nebbia lo inghiottissero. La difesa di Sitbon chiamò a deporre testimoni volti a chiarire i movimenti di Tolédano. Alcuni riconoscevano Sitbon ed esitavano su Tolédano, oppure cadevano in contraddizione tra la fase istruttoria e il dibattimento.

La perizia medica introdusse un rigore di altra natura. Il professor Rousset esaminò gli indumenti. Concluse che le tracce sulla camicia e sulla giacca di Nissim erano di sangue umano. Nissim si difese asserendo di soffrire di scabbia e di essersi forse graffiato; il perito ammise che in taluni casi risultava arduo distinguere una macchia dovuta a una dermatosi, pur rilevando che quella sembrava prodotta da uno schizzo arterioso. Anche le vesti di Tolédano recavano impronte che l’esperto definì ematiche. Sitbon sostenne di essersi sporcato reggendo il sacco. I tessuti attestavano la presenza del sangue, ma non bastavano, da soli, a stabilire la misura della colpa di ciascuno.

Il medico necroscopo descrisse una corda a un solo giro, priva di nodi, e numerose lesioni al capo. A suo giudizio, lo strangolamento aveva avuto un ruolo determinante e i colpi una funzione secondaria. La frattura di una falange non consentiva di dedurre con certezza una colluttazione. Ritenne che più uomini avessero agito di concerto, pur ammettendo di non poter asseverare tassativamente che fossero tre: anche due individui avrebbero potuto compiere il misfatto. Una riserva di non poco momento. In un processo in cui gli imputati attribuivano gli stessi gesti a mani diverse, la medicina chiariva la morte senza poterne designare l’autore.

Il pubblico ministero invocò la pena capitale per tutti e tre gli accusati. La Gazette riassume poi le arringhe difensive: Tolédano fu dipinto come un docile strumento nelle mani di Sitbon; Sitbon, come un comprimario; il difensore di Nissim perorò a sua volta la causa del proprio assistito. Un detenuto del carcere di Aix aveva indirizzato al presidente una missiva sostenendo di sapere dove Nissim avesse celato la propria parte di refurtiva. Le perquisizioni disposte all’indomani della lettera non approdarono a nulla. La cronaca riferì la circostanza senza elevarla a rivelazione accertata.

I giurati si ritirarono alle nove di sera. Rientrarono con un verdetto di colpevolezza. Le attenuanti furono concesse al solo Nissim. La Corte condannò a morte Tolédano e Sitbon; Nissim fu condannato ai lavori forzati a vita. Nelle pagine della Gazette, la cassaforte, il baule e le testimonianze avevano mutato proprietario a ogni diniego; la sentenza, da parte sua, sancì la differente misura dei loro destini.

Da questo caso potrebbe nascere un libro

Aiutaci a scegliere il nostro prossimo libro

Hai appena letto il racconto completo di questo caso storico. Ci ispira tre progetti narrativi ancora da scrivere. Quale vorresti veder nascere? Il tuo voto guiderà AB Éditions.

racconto lungo

Il quadrante di Saint-Nazaire

In un porto dell’Atlantico, un contabile è accusato di aver sottratto i salari dei portuali, ma i tre uomini presenti alla chiusura forniscono orari discordanti. Il più anziano dei testimoni è il padre dell’imputato; il giovane guardiano, che ha perso il fratello sul molo, riconosce tuttavia il rintocco di un orologio fermo da settimane. Un segno quasi impercettibile sul quadrante ristabilisce la sequenza degli accessi e addita un altro colpevole. Resta al commesso decidere se salvare l’uomo che lo ha cresciuto distruggendo quella prova.

Caricamento dei voti…

romanzo

La camera delle false partenze

A Nantes, una vedova a capo di un ufficio di collocamento è accusata di aver venduto i nomi della servitù a una banda di scassinatori. Un ispettore la ritiene colpevole per aver mentito sulla notte di un furto; la figlia sa che la donna mente per proteggere il nascondiglio di una fuggiasca. L’unico testimone capace di dirimere le versioni è un vecchio ladro che esige la grazia in cambio della verità. Quando un secondo colpo prende di mira la famiglia che lo impiega, l’indagine si trasforma in una corsa per salvare la giovane senza permettere all’imputata di farsi beffe della giustizia.

Caricamento dei voti…

trilogia

I tre porti della giudice

In tre città marittime d’invenzione, una giudice itinerante riapre fascicoli archiviati dai suoi predecessori: il rogo di un cantiere attribuito a un garzone, la sparizione della cassa comune dopo un ammutinamento e l’accusa di omicidio contro una lavandaia che aveva denunciato un notabile. Ogni inchiesta poggia su testimoni legati dal debito o dalla paura, e ciascun volume si chiude con una differente determinazione giudiziaria. Una cancelliera, il cui marito sconta una pena ingiusta, affianca la magistrata e scopre che i tre incartamenti sono stati manomessi da un giudice che preparava la propria ascesa alla corte d’appello.

Caricamento dei voti…

Una scelta per caso su questo browser, modificabile e revocabile. I progetti più sostenuti nutriranno le nostre scelte editoriali. Come vengono conservate le scelte.

Scopri gli altri progetti nel Salone →
Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Narrazione condotta sui resoconti della Gazette des Tribunaux apparsi il 20, 23, 24, 25 e 26 maggio 1872. Gli articoli riportano l’atto d’accusa, gli interrogatori, le deposizioni, le perizie mediche e il verdetto; non costituiscono il verbale giudiziario ufficiale. Le discordanze interne alla cronaca sono state preservate nella loro formulazione originale.

← Tutti i 1.003 casi del Gabinetto