Un cartoncino lasciato in un circolo trasformò una vertenza familiare in affare di Stato. Il 18 febbraio 1895, il marchese di Queensberry depositò all'Albemarle Club un biglietto destinato a Oscar Wilde, recante un insulto volto a colpirne la vita intima. Wilde scelse di promuovere contro di lui un'azione penale privata per diffamazione a mezzo stampa. Il dibattimento, celebratosi tra il 3 e il 5 aprile, aprì ben presto all'accusa pubblica un'altra via: l'incriminazione penale di Wilde e di Taylor. Nel resoconto dato alle stampe da Charles Grolleau nel 1906, la macchina giudiziaria si dispiega secondo due movimenti: dapprima il tentativo di far condannare Queensberry, poi due processi a carico di Wilde e di Alfred Taylor, destinati a non concludersi nello stesso modo.
Il calendario stringe i nodi della sequenza senza renderla ineluttabile: il biglietto risale a febbraio; l'azione privata fu promossa a marzo, ma discussa in aula dal 3 al 5 aprile; la prima istruttoria penale si svolse in aprile, mentre il secondo processo ebbe inizio il 20 maggio 1895. La legge del 1885, nota come emendamento Labouchere, consentiva di perseguire condotte qualificate come «gross indecency» tra uomini, quand'anche non venissero provate le fattispecie più gravi pure evocate dall'accusa.
L'opuscolo di Grolleau non è il fascicolo processuale né uno stenogramma asseverato. Si presenta come tratto da resoconti stenografici, ma la sua introduzione sovrappone una chiave di lettura morale, sovente astiosa, agli eventi narrati. Conviene separare questa voce editoriale dalla materia giudiziaria: le imputazioni, le risposte degli imputati, le ordinanze del magistrato e i verdetti. I termini ingiuriosi del tempo, al pari di quelli mutuati dal dettato legislativo, non descrivono una colpa morale universale; appartengono a un ordinamento penale che incriminava taluni atti sessuali tra uomini qualificandoli come «gross indecency». La legge del 1885 aveva elevato la «gross indecency» a delitto contravvenzionale: fu in virtù di questa norma discriminatoria che Wilde venne incriminato.
Il primo atto giudiziario fu la querela privata per diffamazione intentata da Wilde contro Queensberry dopo l'oltraggio consumato al club; essa non va confusa con i successivi processi penali a carico di Wilde e Taylor. All'udienza, i patroni del marchese cercarono di dimostrare la veridicità dell'addebito vergato sul cartoncino; chiamarono dunque alla sbarra diversi testimoni ed esibirono elementi concernenti le frequentazioni di Wilde con giovani uomini. Wilde rispose all'interrogatorio, ammise amicizie, visite, doni e missive, ma contestò le condotte delittuose attribuitegli. Tale procedimento per diffamazione non sanciva la colpevolezza di Wilde sui capi che gli sarebbero stati poi contestati: il suo oggetto restava la querela privata contro Queensberry. Nondimeno, la soccombenza di Wilde dinanzi ai giurati mutò all'istante il quadro. L'azione penale della Corona venne immediatamente promossa.
Grolleau descrive questa transizione come una conseguenza pressoché automatica del verdetto sfavorevole a Wilde nella causa di diffamazione. Tale perentorietà è già un'interpretazione. Il processo per diffamazione aveva consentito alla difesa di Queensberry di raccogliere testimonianze sulle quali le autorità poterono far leva; non si era tuttavia sostituito alle prove richieste dal tribunale penale. Il resoconto del 1906, intriso della propria indignazione, presenta talora le accuse come se fossero già state decise prima dell'apertura delle assise. Wilde e Taylor comparvero invece dinanzi a una giuria penale per rispondere di capi precisi, rispetto ai quali si dichiararono non colpevoli.
In aprile, Wilde e Taylor furono giudicati insieme all'Old Bailey. L'atto d'accusa mescolava allegazioni di atti sessuali a imputazioni di cospirazione e favoreggiamento. Entrambi respinsero ogni addebito. I testi descrissero incontri, soggiorni, regalie e relazioni; la difesa ne saggiò l'attendibilità, gli interessi personali e le discordanze tra le versioni rese. Grolleau riferisce altresì dell'impiego di lettere e carte sequestrate. Pur riassumendo il dibattimento, la sua cronaca non autorizza a considerare ogni accusa come un fatto accertato per il solo fatto di essere stata pronunciata alla sbarra.
Il processo procedeva tra dettagli intimi e questioni probatorie. I difensori di Wilde sostenevano che talune deposizioni fossero viziate da interesse o scarsamente credibili; l'accusa cercava riscontri nelle dichiarazioni di altri giovani e nelle circostanze dei convegni. Il giudice Charles invitò i giurati a vagliare partitamente i singoli capi e gli elementi addotti a sostegno. Alcune imputazioni furono ritirate o espunte per difetto di sufficiente riscontro. La distinzione era capitale: essere menzionati nel racconto di un teste, essere perseguiti per un capo d'accusa ed essere infine riconosciuti colpevoli da una giuria rappresentano tre condizioni giuridiche affatto distinte.
Al termine della camera di consiglio, la giuria non riuscì a trovare un accordo sui punti essenziali. Il magistrato ne prese atto e la congedò. I capi per cospirazione furono dichiarati estinti per decisione della corte; caddero altresì due imputazioni a carico di Taylor. Grolleau aggiunge che tre giurati su dodici ritenevano irriducibile il verdetto di non colpevolezza. L'autore presenta tale ripartizione come una notizia appresa e non come un conteggio formale verbalizzato nel testo; come tale va considerata. La decisione processuale resta netta: mancando l'unanimità sui quesiti principali, il processo andava rifatto.
Wilde e Taylor lasciarono l'aula senza un'assoluzione sui capi rispetto ai quali la giuria si era divisa. Il giorno seguente, stando a Grolleau, Wilde ottenne la libertà provvisoria su cauzione, dietro impegno di 2.500 sterline e la garanzia di due mallevadori per 1.250 sterline ciascuno. La scarcerazione provvisoria non chiudeva la partita. Sospendeva soltanto la custodia in attesa di un nuovo dibattimento. L'incertezza del diritto, che la prima giuria non aveva saputo sciogliere, sarebbe stata rimessa al giudizio di un altro collegio.
Alla ripresa dei lavori in maggio, i procedimenti vennero istruiti separatamente. Fu Taylor a comparire per primo dinanzi ai giurati. Le testimonianze ripercorsero episodi già emersi; l'esame toccò nuovamente la corrispondenza e la rete delle relazioni. La giuria riconobbe Taylor colpevole per i capi di indecenza, ma non trovò l'accordo su quelli di favoreggiamento. La pronuncia della sentenza fu differita all'esito del processo a carico di Wilde, apertosi l'indomani. Questa scansione è determinante: Taylor aveva già riportato un verdetto di colpevolezza su taluni capi prima che la seconda giuria deliberasse sulla posizione di Wilde; i due procedimenti non confluirono mai in un'unica decisione collettiva.
Il nuovo atto d'accusa contro Wilde contestava atti commessi con Charles Parker, Alfred Wood, Edward Shelley e con persone non identificate. L'ipotesi di cospirazione con Taylor era caduta. Wilde si dichiarò non colpevole. Shelley e altri testimoni esposero versioni che la difesa passò al vaglio delle lettere, delle date e della natura dei rapporti con l'imputato. Wilde ammise di aver conosciuto alcuni di quegli uomini, di aver scritto loro e di averne cercato la compagnia; negò fermamente gli atti illeciti ascrittigli. Le lettere inviate a Lord Alfred Douglas furono lette e commentate. Il loro tenore poteva alimentare il sospetto, ma non bastava, di per sé, a sostanziare ciascuna delle fattispecie specificamente contestate nell'imputazione.
Il giudice sottrasse al vaglio dei giurati un capo relativo a Shelley, ravvisando l'assenza del necessario riscontro probatorio. Ammonì inoltre la giuria a non interpretare l'assenza di Douglas, riparato a Parigi, come un elemento a carico di Wilde, né a pronunciarsi su chi non sedeva sul banco degli imputati. Quanto alla deposizione di Wood, rilevò il difetto di corroborazione per uno specifico episodio, invitando i giurati alla cautela. Il richiamo non vanificava le altre testimonianze, ma chiariva l'onere del giudizio: essi dovevano pronunciarsi sui capi residui sulla scorta delle prove dedotte, non stabilire se la condotta privata di un uomo rispondesse al loro senso di convenienza.
Il verdetto fu nondimeno di colpevolezza. Il magistrato condannò Wilde e Taylor a due anni di reclusione con lavori forzati. Le grida ostili o scandalizzate riportate da Grolleau dopo la lettura della sentenza restituiscono il clima dell'aula, ma non mutano i capi né la portata della pena. Taylor era stato dichiarato colpevole da una giuria distinta per gli addebiti di indecenza; Wilde lo fu a conclusione del secondo processo. La prima giuria, dal canto suo, non aveva mandato assolti i due uomini: non era semplicemente riuscita a formulare una decisione sui capi essenziali.
La fonte utilizzata prosegue il racconto oltre la sentenza, documentando la carcerazione e la morte di Wilde. La presente narrazione sceglie di arrestare la propria scansione storica all'epilogo dei processi e alla determinazione della pena; tale limite narrativo non va confuso con il perimetro del documento consultato. Grolleau non offre al lettore uno sguardo neutrale: condanna moralmente ciò che riferisce, indugia sulla rovina sociale e riduce il dibattimento a dramma edificante. Serbare memoria di questo confine non significa cancellare le testimonianze né riscrivere i verdetti: serve a discernere ciò che il rito processuale separa da ciò che la cronaca confonde.
Dall'azione privata per diffamazione, in cui l'imputazione di Queensberry fu sostenuta come veritiera, alla prima giuria divisa, sino ai due collegi chiamati a decidere separatamente, i passaggi non sono fungibili. Il fascicolo mostra come una vertenza per ingiuria abbia fatto affiorare elementi poi ritorti contro Wilde, come talune accuse siano state lasciate cadere per difetto di prova e come altre abbiano condotto a condanna in forza di una legge che puniva atti qualificati come «gross indecency» tra uomini. La giustizia ha inflitto una pena; la cronaca vi ha aggiunto un giudizio sociale che eccede i fatti d'udienza. Leggerli separatamente è il primo passo per restituire a ogni decisione la sua esatta misura.
