Al processo di York, Joseph Brown non negò di essersi costituito di propria iniziativa. Negò ciò che aveva dichiarato. Quattro anni dopo la morte di Elizabeth Fletcher, l’uomo che si era presentato alle autorità dell’isola di Wight con una confessione la ritrattava davanti alla corte d’assise. Tra le due versioni, il fascicolo poggiava su una bevanda divisa a cena, su un acquisto di laudano fatto il giorno precedente e sul racconto, consegnato in quella confessione, di una ghinea e mezza sottratta da una cassa. La compilazione di Camden Pelham, data alle stampe nell’edizione consultata del 1887, riferisce la vicenda e riproduce l’arringa del magistrato; non ci tramanda il verbale originale.
Elizabeth Fletcher dava alloggio a Brown e a Joseph Hazlegrove nella sua casa di Hensall, presso Ferrybridge. La domenica 21 ottobre 1804, tra le otto e le nove di sera, i due uomini cenavano con lei e con la sorella Sarah. Hazlegrove uscì a prendere della birra. Al suo ritorno, stando alle deposizioni riassunte da Pelham, Brown vi aggiunse dello zucchero e tese il boccale alle due donne. Esse ne bevvero l’intero contenuto. Gli uomini rifiutarono quella bevanda e scelsero per sé un altro recipiente.
Al mattino, la Fletcher era morta; Sarah soffriva gravemente per gli effetti del laudano. Pelham ritiene accertata la causa del decesso. Non si sofferma sui dettagli della perizia medica, ma raggruppa i gesti della vigilia: il boccale riservato alle sorelle, l’altra bevanda scelta dagli uomini e la loro fuga consumata nella notte. Si sapeva che la casa custodiva una somma di denaro, e Brown aveva manifestato il desiderio di impadronirsene. Nell’ordine della narrazione, questi indizi conducono dal presunto movente al farmaco acquistato, fino alla cena in cui soltanto le sorelle bevvero dal boccale. Il mattino seguente, la morte dell’una e il malore dell’altra conferivano a tali dettagli una portata accusatoria. Pelham non riferisce una scena in cui si rinvenga il veleno né un confronto immediato con i pigionanti: passa senza transizione dalla notte alla loro fuga e alla lunga assenza. Sono questi gli elementi che il testo pone in primo piano prima di narrare la riapparizione dell’indiziato.
Il giorno prima della cena, Brown aveva acquistato sei penny di laudano presso Perkins, chirurgo a Snaith. Gli aveva spiegato che la sostanza era destinata a suo padre, tormentato dall’insonnia. L’acquisto, il pretesto addotto al chirurgo e la cena della sera seguente assumevano un senso nuovo dopo la morte della Fletcher. Tuttavia, nella confessione attribuita a Brown, la distribuzione delle parti mutava: egli affermava di essersi procurato il laudano e di averlo consegnato ad Hazlegrove, il quale lo avrebbe mescolato alla birra zuccherata e servito alle due donne. La deposizione sulla cena faceva di Brown colui che aveva aggiunto lo zucchero e teso il boccale; la confessione attribuiva invece ad Hazlegrove il gesto della preparazione e della somministrazione. Pelham conserva le due versioni senza fonderle in un’unica ricostruzione certa.
Nella confessione riportata, i due pigionanti si conoscevano da oltre sei anni. Stabilitisi da Elizabeth Fletcher nell’ottobre del 1804, avrebbero deciso di avvelenarla per impadronirsi dei suoi beni. L’ammissione specificava il disegno criminoso, l’acquisto presso Perkins, poi il furto commesso alle prime luci dell’alba: avrebbero forzato la cassa e asportato una ghinea e mezza. Ne avevano sperata una somma maggiore. Dopo il delitto, Brown fu perseguito per un’altra infrazione; riuscì in seguito ad arruolarsi in un reggimento di fanteria. Pelham precisa che era ancora soldato quando comparve a York.
Il 3 agosto 1808, sull’isola di Wight, Brown si consegnò alle autorità. Dichiarò allora, secondo la compilazione, di agire perché il rimorso del crimine gli procurava un’angoscia intollerabile. Quella frase di pentimento avrebbe assunto un peso decisivo al processo, ma l’imputato ne contestò il valore. Sostenne di aver fabbricato la propria confessione al solo fine di provocare un giudizio e dissipare i sospetti che gravavano sul suo conto, non già per confessare l’omicidio.
La sua difesa aprì la strada a una vicenda di tutt’altra natura. Brown affermò che la sua amicizia con Hazlegrove era cominciata prima di quanto avesse dichiarato e non si era mai interrotta. Una donna di alto rango e di cospicue sostanze si sarebbe invaghita di Hazlegrove; Brown avrebbe funto da tramite per i loro incontri clandestini. Tale riservatezza, aggiungeva, avrebbe conferito ai loro atti un’ombra di mistero, attizzando la malignità di nemici pronti poi ad accusarli di ogni misfatto perpetrato nei paraggi. Insinuò che la Fletcher fosse morta per un colpo apoplettico e protestò la propria innocenza. Pelham liquida questa linea difensiva con aperto disprezzo; l’accusato non chiamò alcun testimone a suffragio del suo racconto.
I giurati lo dichiararono colpevole. Pelham riproduce quindi la sentenza del giudice, che assegna alla confessione un ruolo ben preciso: essa avrebbe fornito la prova mancante, saldando il legame tra le circostanze e l’imputato. Il magistrato presenta la condanna come il compimento di una giustizia della Provvidenza, e non come un esito scaturito dal solo pentimento. Nondimeno, egli spiega quel tardivo ritorno con le «agonie» di una coscienza colpevole, formula che resta una sua personale interpretazione, dal momento che Brown aveva dichiarato falsa la propria confessione.
Nel discorso, il giudice ripercorre le azioni contestate ordinandole secondo l’intenzione che attribuisce a Brown: bramare i risparmi della Fletcher, acquistare il veleno adducendo che avrebbe giovato al sonno del padre, poi offrire alle donne la bevanda sotto le apparenze dell’amicizia. Il bottino accertato — una ghinea e mezza — gli appare ben misero rispetto alla fortuna vagheggiata. Egli contrappone il denaro guadagnato con il lavoro dalla vittima alle brame del condannato, descrivendo poi la memoria del delitto come un tormento più distruttivo della pozione avvelenata. L’allocuzione non dà nuovamente voce a Brown e non sana le contraddizioni tra le deposizioni sulla cena e la sua confessione circa la preparazione della bevanda. Essa illustra il modo in cui il giudice si servì di tale confessione per interpretare l’intero incartamento.
Il magistrato esorta infine Brown a pregare per implorare la misericordia divina e trae dalla vicenda un monito rivolto agli astanti: un delitto consumato nelle tenebre, afferma, sarà proclamato alla luce del sole. Questa conclusione trasforma il caso particolare in una lezione pubblica. Essa appartiene alla retorica giudiziaria riportata da Pelham, laddove Brown aveva negato di essere l’autore del delitto e ribadito di aver mentito nella sua confessione.
La condanna a morte fu pronunciata a York nel marzo del 1809. Brown fu giustiziato il 20 marzo. Pelham aggiunge che nessuna cronaca dei suoi ultimi istanti è giunta fino a lui. Il capitolo si arresta dunque là dove molte narrazioni dell’epoca indugiano sulla folla, sul patibolo e sulle parole estreme del condannato: registra una data, e ne riconosce il silenzio.
