Vai al contenuto
Maison BeaulieuMAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · GASTRONOMIA E ARCHIVI STORICI
Briganti e strade maestre · Italia

Il bosco che non lo protesse più

Il capraio divenuto capobanda conosce ogni sentiero di Castellaneta. Nel gennaio del 1863, i suoi inseguitori decidono di attenderlo allo sbocco di quelli che imboccherà per fuggire.

Aveva creduto che i cavalli si sarebbero arrestati dinanzi alle macchie di rovi. Questo errore, a prestar fede al rapporto militare, costò la vita ad Antonio Locaso. Per un uomo che aveva fatto del bosco la propria dimora, la propria fortezza e la propria via di fuga, la disfatta cominciò quando gli inseguitori rifiutarono di riconoscere il confine che egli assegnava loro.

Lo chiamavano il Capraro. Nato ad Abriola nel 1841, era sceso nelle campagne di Castellaneta per lavorare la terra. Il suo padrone, Rocco Giacoja, comandava la guardia nazionale locale: il futuro brigante aveva dunque custodito il bestiame per l’uomo incaricato di reprimere il brigantaggio. Nell’estate del 1862 passò alla macchia, spinto dal rifiuto della coscrizione obbligatoria. Pochi mesi bastarono a fare d’un bracciante agricolo un capo drappello.

Le reclute giunsero soprattutto da Palagianello. Portavano con sé i rancori contro il nuovo ordine unitario e, per alcuni ex soldati, la fedeltà ai Borboni decaduti. A ottobre, l’intesa con Francesco Buono allargò il raggio dell’impresa. Uomini che rubavano per campare o per arricchirsi si ritrovarono arruolati in disegni di restaurazione politica. L’alleanza non mutava tuttavia l’estorsione in una colletta devota: i proprietari costretti a pagare continuavano a cogliere la differenza.

Nei boschi e attorno alle masserie, il conflitto colpiva senza sconti chi incarnava l’autorità. I documenti dell’epoca ascrivono alla banda di Locaso l’uccisione della guardia nazionale Antonio Semeraro e della guardia campestre Alfonso D’Eredità, caduti a San Basilio nell’ottobre del 1862. Il capraio non era solo un’ombra braccata tra le fronde: dietro la sua masnada restavano cadaveri, famiglie spezzate e vendette. Le campagne, che al viandante possono apparire pacificate sol perché deserte, ribollivano di partite aperte.

L’amministrazione mirò dritto ai rifornimenti dei fuggiaschi. Un decreto prefettizio impose la chiusura dei cascinali sospettati di dare asilo e limitò la quantità di viveri trasportabile nei campi. I contadini avevano bisogno di pane; le bande pure. In mezzo, l’ispezione d’una cesta poteva tramutarsi in affare di Stato. Le masserie offrivano vettovaglie, informazioni, un tetto: talvolta con la forza, talaltra con la connivenza degli occupanti. Il potere cercava di sottrarre alla macchia ciò che le case le garantivano.

A dicembre, le mire delle bande confederate si infransero nei pressi della masseria Monaci. Le antiche pagine di Antonio Lucarelli descrivono quegli uomini smontati da cavallo, intenti a mangiare, a strigliare le bestie o a stendersi nei fienili, quando piombarono i soldati. Tra i caporioni adunati figurava Locaso. Coloro che avevano vagheggiato una marcia trionfale dovettero rimettersi in fuga. La grande concentrazione aveva moltiplicato il numero dei fuggiaschi, ma li aveva anche resi infinitamente più vulnerabili alle sorprese.

Nel gennaio del 1863, le forze sguinzagliate contro il Capraro mirarono proprio a privarlo del vantaggio della dispersione. Non bastava scovare il rifugio: occorreva che l’uscita da quel covo sboccasse dritta addosso ad altri soldati. La relazione del colonnello Regis espone questo congegno con la compiacenza di chi vede, a vittoria compiuta, i nomi delle masserie trasformarsi nei tasselli d’un sillogismo inappuntabile.

Il capitano Angioli, del trentesimo reggimento di fanteria, coordinò la propria manovra con i cavalleggeri di Saluzzo di stanza a Castellaneta. Vennero presidiati i dintorni delle masserie Sarapo e Magliari. Angioli batté il bosco delle Cesine con fanti, carabinieri e alcuni militi nazionali; un altro reparto s’incuneò verso Girifalco. Le divise non provenivano più da una sola direttrice. La truppa che avanzava poteva farsi notare; quella che attendeva doveva rimanere invisibile. Una fuga riuscita esigeva ormai ben più d’un sentiero sicuro: bisognava indovinare cosa attendesse al capolinea. La fanteria poteva mancare il capo senza che l’operazione fallisse, purché lo respingesse là dove i cavalieri avevano teso la trappola.

Il covo fu individuato. Gli uomini di Locaso udirono i passi della truppa, risposero al fuoco e fuggirono abbandonando ogni cosa. Il verbale annota sette cavalli, sei cappotti e tre barili di vino. È un inventario che misura la violenza dello sbandamento: ciò che fino a un attimo prima era un accampamento diventava, nello spazio d’un respiro, un bottino da rubricare. I mantelli restavano indietro, tolti a uomini costretti a dormire all’addiaccio; le cavalcature a chi affidava la pelle alla sola velocità.

Locaso e i suoi tentarono di raggiungere altre boscaglie. Ma il capitano Pedrocchi aveva già spedito col favore delle tenebre venti cavalleggeri appiedati a sbarrare i varchi verso il torrente Lenna. All’alba, ventitré uomini a cavallo partirono in ricognizione agli ordini del luogotenente Morozze. A ciascun reparto spettava una mansione precisa: recidere le vie di scampo, scovare i fuggiaschi, piombare su di loro. La cavalleria rinunciava all’impiego consueto per rendere il terreno indecifrabile al nemico.

I briganti, fiutando i passaggi controllati, esitarono a gettarsi nella pianura scoperta di Sant’Angelo. Ripiegarono verso la macchia. Le vedette li avvistarono; il drappello a cavallo caricò e disperse la comitiva. Fu quello il momento in cui i rovi avrebbero dovuto compiere il miracolo. Cavalli impacciati dal fitto, soldati privi della dimestichezza dei luoghi, una rincorsa rallentata: Locaso scommetteva ancora sulla complicità del terreno.

Il rapporto militare gli attribuisce perfino l’ammissione di tale certezza una volta catturato. Avrebbe indugiato perché non riteneva i cavalieri capaci di spingersi tanto a fondo nella macchia. Rimasto indietro per coprire i compagni, fu raggiunto dal sergente Bernasconi e dal caporale Basile. Tentò di resistere; lo disarmarono. La caccia si spense così, senza il titanico scontro che la leggenda d’un capobanda vorrebbe pretendere: due militari afferravano infine l’uomo che gli altri avevano condotto fin sotto il loro naso.

Tradotto a Castellaneta, Locaso comparve davanti a un tribunale militare presieduto dallo stesso Pedrocchi. La sentenza fu sommaria. Il 17 gennaio 1863 venne fucilato nei pressi del Calvario. Non aveva ventidue anni. Il bosco, la cui conoscenza gli aveva elargito una manciata di mesi di dominio, gli aveva negato l’ultima via d’uscita.

I vincitori ebbero poi un’altra vertenza da sbrigare. Davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio, Pedrocchi rivendicò il merito esclusivo alla cavalleria. Il deputato Stefano Romeo gli oppose le rimostranze del comandante della guardia nazionale di Ginosa, Luigi Miani. Toccò ammettere il ruolo di chi aveva scoperto il covo e costretto i banditi a snidarsi. Locaso era morto; attorno alla sua fine ci si contendevano già i galloni. Gli stessi sentieri serviti a chiuderlo in trappola servivano ora a dividere gli uomini chiamati a scrivere il racconto della vittoria.

Da questo caso potrebbe nascere un libro

Aiutaci a scegliere il nostro prossimo libro

Hai appena letto il racconto completo di questo caso storico. Ci ispira tre progetti narrativi ancora da scrivere. Quale vorresti veder nascere? Il tuo voto guiderà AB Éditions.

racconto lungo

L'ultimo varco

Una novella di finzione serra due inseguitori e un fuggiasco nel medesimo burrone, ciascuno persuaso di conoscere un'uscita ignota agli altri.

Caricamento dei voti…

romanzo

Le masserie del silenzio

Un romanzo segue una famiglia d'invenzione la cui cascina nutre le bande sotto minaccia e informa i soldati per sopravvivere; un arresto le farà perdere entrambe le protezioni.

Caricamento dei voti…

trilogia

Il regno tra i boschi

Una trilogia attraversa una medesima contrada fittizia all'indomani d'un cambio di regime: l'arruolamento della rivolta, la guerra dei rifugi e le rivalità intestine dei vincitori all'ora delle testimonianze.

Caricamento dei voti…

Una scelta per caso su questo browser, modificabile e revocabile. I progetti più sostenuti nutriranno le nostre scelte editoriali. Come vengono conservate le scelte.

Scopri gli altri progetti nel Salone →
Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

La ricostruzione dell'inseguimento si fonda principalmente sulla relazione militare redatta all'epoca dal colonnello Regis, trascritta in Riflessioni 2000: le sue valutazioni e le parole indirette attribuite al prigioniero restano la prospettiva di chi condusse la caccia. La storiografia locale documenta l'arruolamento nella banda, le violenze e il processo sommario. Alcune narrazioni a carattere divulgativo situano l'arresto al 15 gennaio ipotizzando un vino addormentato; i documenti militari attestano invece un'operazione intrapresa il 16. La data precisa della cattura non viene dunque isolata dogmaticamente nel testo. L'esecuzione avvenne il 17 gennaio 1863. Nessun dialogo o personaggio è stato inventato.

← Tutti i 1.003 casi del Gabinetto