I cappelli rimasero sulle teste. Il 6 gennaio 1809, quando Napoleone fece il suo ingresso a Valladolid attraverso il ponte, la città non gli riservò l'entusiasmo che i cortei imperiali incontravano di consueto lungo il cammino. Vi furono acclamazioni francesi, quelle dei fautori del nuovo regime; per il resto, il cronista Hilarión Sancho registrò soprattutto quel diniego di ossequio. La sera, il palazzo fu illuminato. Era cosa assai più agevole ordinare lumi che imporre saluti.
Sei giorni più tardi, l'imperatore annunciava al fratello che l'indomani avrebbe fatto impiccare sette uomini.
Tra questi due momenti non vi era soltanto la ferita d'orgoglio di un conquistatore. Valladolid aveva attraversato mesi di violenze, rivolgimenti d'autorità e rappresaglie. Cittadini avevano denunciato i propri vicini; altri erano morti sotto l'accusa di tradimento. La presenza di un esercito non sopiva i rancori indigeni: offriva piuttosto a chi ne aveva ormai conquistato l'ascolto il destro per spacciarli per affari di Stato.
Nel giugno precedente, il comandante d'artiglieria Miguel de Ceballos era stato condotto prigioniero da Carboneros. Si pretendeva che avesse consegnato Segovia ai francesi. Secondo la testimonianza di Sancho, la folla di Valladolid lo assalì e lo trucidò al Campo Grande. Lo accompagnavano la moglie e i figli. Il cronista, pur ostile agli occupanti, consegnò quella morte alle pagine del proprio diario; l'accusa di tradimento vi restava distinta dal massacro a cui aveva dato esca. L'esser stato designato come traditore era bastato a consegnare un uomo ai colpi della plebe.
Pochi giorni dopo, mentre la rotta di Cabezón riversava gli spagnoli verso le mura cittadine, un altro prigioniero fu soppresso. Juan Ignacio González Prada, ufficiale giudiziario, si trovava detenuto nel quartiere di San Ignacio. I custodi temevano — narra il medesimo testimone — che egli li denunciasse ai francesi una volta che costoro fossero entrati. Tolsero di mezzo il delatore che paventavano prima che avesse agio di proferire parola. In siffatta logica di terrore, l'omicidio assurgeva a misura cautelare.
In seguito le truppe francesi occuparono la città, ne ripartirono, vi fecero ritorno. Gli abitanti patirono requisizioni, saccheggi e balzelli. A novembre, alla notizia di una nuova avanzata, gran parte della popolazione fuggì sotto la pioggia recando con sé i fanciulli e quanto poteva trarre in salvo. Alcuni maggiorenti rimasti sul posto andarono incontro ai soldati levando un cencio bianco in cima a un bastone. Gregorio Chamochín prese parte all'amministrazione municipale ricostituita. Il suo nome sarebbe riemerso nel momento in cui Napoleone avesse preteso gli arresti.
In gennaio, il sovrano francese aveva vinto battaglie; gli restava da consegnare un regno a Giuseppe. Questi attendeva di rientrare a Madrid. I giuramenti d'obbedienza, le deputazioni, le nomine dovevano tramutare una brutale occupazione militare in un governo accetto. Ma a Napoleone non bastavano i registri firmati. Esigeva dividere la popolazione tra coloro cui si doveva incutere sicurezza e coloro di cui andava fatto un esempio.
A Valladolid, Sancho attribuisce a Chamochín l'incarico di eseguire le catture. Furono prese diciotto o venti persone. Il diario adotta la cautela della notizia riferita, non l'arido rigore del cancelliere che compulsa un registro; e tuttavia mostra l'incombere dell'ordine imperiale nelle vie. I soldati non potevano da soli ravvisare i volti. Occorrevano uomini del luogo per segnare le porte.
Il 12 gennaio, a mezzogiorno, Napoleone scrisse a Giuseppe. Approvava gli arresti operati a Madrid dal generale Belliard, raccomandava esecuzioni, e recava poi Valladolid ad esempio. Sette uomini vi sarebbero stati impiccati il giorno vegnente. Li diceva colpevoli notori d'eccessi; i galantuomini li avrebbero denunciati in segreto e avrebbero ripreso animo vedendoli tolti dal mondo.
In quella missiva, i delatori assumevano una levatura morale, i denunciati una mera entità numerica. I nomi, i fatti specifici, le difese di ciascuno non scortavano l'ordine trasmesso al re. Si trattava d'inculcare una dottrina di governo: sottrarre alla capitale un centinaio d'uomini ritenuti perigliosi, farne perire una parte, spedire i rimanenti in Francia. La pena non costituiva più il semplice castigo di un delitto; doveva agire sull'animo di quanti ne fossero stati spettatori.
Alcuni cittadini osarono tuttavia implorare la grazia per i condannati di Valladolid. Quel passo turbava il disegno di una città all'unanimità sollevata. Napoleone lo respinse e fornì, pochi giorni dopo, la propria singolare chiosa a tale rifiuto: i postulanti sarebbero stati lieti, in fondo, di non aver ottenuto quanto avevano richiesto. L'argomento era comodo. Consentiva di scorgere l'approvazione persino nella supplica e di volgere le obiezioni in attestati di consenso.
I supplizi ebbero luogo. Ma il computo recato dalla lettera non si riscontra fedelmente nel diario locale: Sancho registra cinque impiccati e un altro uomo graziato proprio nell'istante in cui saliva al patibolo. Menziona altresì bandi ed esili verso la Francia. Sette condannati promessi dal potere, cinque morti registrati da un abitante: la divergenza rimane. Essa lascia scorgere anzitutto ciò che la contabilità imperiale schiaccia: l'istante in cui un supplizio può ancora essere sospeso per un singolo individuo, mentre non lo è più per i suoi compagni di sventura.
Il 16 gennaio, Napoleone tornò sulla faccenda in una nuova lettera a Giuseppe. A Madrid, i magistrati avevano assolto taluni degli arrestati o li avevano condannati alla sola reclusione. L'imperatore ingiunse un nuovo giudizio dinanzi a una commissione militare, pretendendo la fucilazione dei rei. Valladolid fungeva ancora da paradigma. Vi aveva negato le grazie, vi aveva fatto erigere forche, e considerava siffatta severità un successo politico.
Questo raffronto svela la vera posta della partita. La punizione di delitti effettivi — dei quali l'assassinio di Ceballos offriva sanguinoso esempio — si confondeva con la necessità di piegare una popolazione. Un pronunciamento giudiziario troppo mite diveniva un inciampo che un'altra giurisdizione doveva emendare. L'imperatore proclamava di ristabilire la pubblica quiete; i cittadini vedevano invece sorgere una potestà capace di scegliere il tribunale a misura della pena che intendeva infliggere.
Napoleone lasciò Valladolid il 17 gennaio. Le luminarie si erano spente, le cariche rimanevano al loro posto, le carceri non per questo si svuotavano. Sancho proseguì il suo diario annotando contribuzioni, arresti e le guerriglie che molestavano i francesi ai margini della città, fino a respingerne i soldati sotto le mura. La calma decretata non aveva posto fine alla guerra.
Nel carteggio del vincitore, Valladolid poteva ormai ridursi a un precetto indirizzato a un fratello. Nelle contrade, bisognava seguitare a vivere frammezzo a coloro che avevano delato, a coloro che avevano implorato grazia e alle famiglie cui nulla era stato reso. I cappelli, infine, erano tornati a coprire i capi dei proprietari; ma non tutti gli uomini trascinati via avevano fatto ritorno.
