Lhérot posò il brodo davanti al cliente e si guardò bene dal mostrare di averlo riconosciuto. La cicatrice era sulla mano sinistra, proprio come nella descrizione diramata dai giornali. Il cameriere del ristorante Véry aveva già conversato con quell'uomo tre giorni prima; adesso sapeva che tutta Parigi lo cercava. Suo cognato voleva precipitarsi fuori. Lhérot lo trattenne: era preferibile andare ad avvertire la polizia senza destare sospetti.
Il cliente era Ravachol. Era tornato a pranzare nello stesso luogo in cui le sue parole avevano lasciato più tracce di quante credesse. Il 30 marzo 1892, la sua fuga si concluse tra un piatto ordinato e l'irruzione degli agenti.
Tre giorni prima, aveva tentato di convertire il cameriere alle proprie idee. Si era parlato del servizio militare, dell'esercito, dei governi. Ravachol raccomandava la lettura dei giornali anarchici, convinto d'aver trovato un uomo da illuminare. Lhérot, nella sua deposizione, mise a verbale ben altra storia: parlò di un avventore inquietante, le cui parole lo avevano colpito, e poi di un volto a cui la stampa aveva infine dato un nome. Il propagandista aveva creduto di fare una recluta; aveva invece preparato un testimone d'accusa.
Quel nome gli veniva dalla madre. All'anagrafe figurava come François-Claudius Koenigstein, nato a Saint-Chamond nel 1859. Operaio tintore, avvezzo alle durezze del lavoro e alla miseria, si era avvicinato agli ambienti anarchici. Attorno a lui s'intrecciavano discussioni sociali, mestieri precari, solidarietà tra compagni e attività illegali che egli non negava del tutto. Quando giunse nei dintorni di Parigi sotto falso nome, non cercava soltanto un nuovo impiego: un'accusa di omicidio lo inseguiva sin dalle terre della Loira.
A Chambles, un vecchio che viveva isolato era stato ucciso e derubato. Ravachol ammise di essere l'autore di quel delitto. Aveva inoltre violato una tomba con la speranza di trovarvi preziosi. Il denaro strappato all'anziano gli permise di sostenere la propria vita clandestina. Più tardi, taluni testimoni avrebbero ricordato gli aiuti che egli soleva distribuire ai poveri; ma una simile generosità, autentica o esibita che fosse, non restituiva all'ucciso la vita che gli era stata tolta.
Nei sobborghi di Parigi frequentò Chaumartin e altri compagni. Una vicenda recente occupava le loro discussioni: quella degli anarchici arrestati dopo gli scontri di Clichy, il 1° maggio 1891, e poi condannati. Ravachol denunciava le percosse subite in commissariato e l'asprezza delle condanne. Indicò come responsabili il magistrato che aveva presieduto il dibattimento, Benoît, e il sostituto procuratore Bulot, che aveva sostenuto l'accusa. La vendetta avrebbe colpito le loro abitazioni.
L'11 marzo 1892 un'esplosione devastò l'immobile di boulevard Saint-Germain dove risiedeva Benoît. Il magistrato rimase illeso; vi fu un solo ferito. Gli appartamenti e le scale conservarono i segni di una devastazione cieca, incapace di distinguere il giudice dai suoi vicini. Il 27 marzo una seconda bomba sventrò lo stabile di Bulot, in rue de Clichy. Anche in questa circostanza il magistrato sfuggì alla morte; diversi condomini rimasero feriti e l'edificio andò sfigurato.
I due attentati non avevano provocato vittime mortali. Ma questo esito nulla toglieva alla loro gravità. Si ritrovarono rampe di scale sconvolte, mobili e vetrate in frantumi, alloggi spalancati alla rovina senza che i loro inquilini avessero avuto la benché minima parte nel processo contestato. La ritorsione dichiarata contro due uomini aveva esposto al pericolo chiunque dividesse con loro lo stesso indirizzo.
L'inchiesta ricostruì frequentazioni, rifugi e preparativi. Diversi compagni furono arrestati prima di Ravachol. Questi mutò alloggio e identità; aveva perfino modificato i propri tratti. Ma i connotati ormai circolavano, e le parole pronunciate da Véry avevano indotto Lhérot a osservare con estrema attenzione. Una volta catturato, Ravachol passò dalle reticenze alle confessioni. Riconobbe la paternità degli attentati, cercando al contempo di scagionare le persone destinate a comparire al suo fianco.
La vigilia del processo, un nuovo ordigno esplose proprio al ristorante Véry. Ravachol si trovava già in carcere: quell'attacco non poteva essere opera sua. Colpiva nondimeno il luogo del suo arresto, gettando sull'udienza dell'indomani un'ombra di minaccia tangibile. Il 26 aprile i cancelli del Palazzo di Giustizia furono aperti con estrema cautela; transenne sbarravano la galleria della Corte d'assise. Per i cronisti erano stati allestiti tavoli in un'aula sorvegliata a vista.
La giustizia si trovava a dover giudicare gli attentati di marzo sotto il peso immediato della deflagrazione d'aprile. L'avvocato Lagasse, difensore di Ravachol, levò la voce contro il terrore, da qualunque parte provenisse. Non voleva che la testa del suo assistito cadesse per fatti estranei ai capi d'imputazione sottoposti alla giuria. Il procuratore generale Quesnay de Beaurepaire esortava invece i giurati a dimostrare, con la loro fermezza, che la paura non avrebbe dettato legge ai tribunali.
Ravachol prese la parola. Spiegò di aver voluto intimidire i magistrati affinché usassero in futuro maggiore mitezza. Espresse rammarico per le vittime estranee al suo disegno, pur ribadendo la legittimità dei mezzi impiegati. L'inconciliabile contraddizione non sfuggì ai giudici: egli vagheggiava una società in cui i deboli fossero protetti, dopo aver gettato gli inquilini di due palazzi in una violenza che non ne aveva certo interpellato le opinioni.
Un calzolaio, Leboucher, si presentò tuttavia a testimoniare in suo favore. Riferì di pasti, denaro e scarpe elargiti ai bisognosi. Quella deposizione incrinava il comodo ritratto del malfattore dedito soltanto ai propri appetiti. Non cancellava i delitti; costringeva però ad ammettere che la carità verso alcuni poteva convivere, nel medesimo individuo, con una sanguinaria indifferenza verso altri.
La giuria parigina concesse le circostanze attenuanti. Ravachol e Charles Simon furono condannati ai lavori forzati a vita; Chaumartin, Béala e Rosalie Soubère vennero assolti. Il primo processo non aveva dunque condotto Ravachol al patibolo. Ma un secondo giudizio lo attendeva a Montbrison, per i delitti consumati nella Loira.
La cittadina fu posta sotto presidio militare. Ai crimini confessati — l'omicidio di Chambles e la profanazione della sepoltura — si sommavano altri delitti che egli negava recisamente. Occorre mantenere questa distinzione: l'uomo ormai celebre calamitava imputazioni che non potevano ridursi a una confessione indiscriminata. La Corte pronunciò la condanna a morte. Ravachol fu ghigliottinato a Montbrison l'11 luglio 1892.
Il suo nome continuò a risuonare nelle canzoni, nelle contese politiche e nelle minacce. Per alcuni era stato un martire; per altri, la riprova che dietro quei delitti non vi fosse ideale alcuno. Il dibattimento aveva rivelato una realtà meno lineare. Un uomo poteva distribuire pane, uccidere per depredare e poi appellarsi all'umanità sventrando palazzi abitati. Al ristorante Véry, Lhérot non aveva dovuto districare la dottrina né il mito. Aveva scorto una cicatrice, servito il brodo e fatto chiamare le guardie. Era bastato per fermare l'uomo. Non sarebbe bastato a fermare ciò che il suo nome era diventato.
