L'armaiolo riconobbe il proprio cliente in mezzo agli uomini che lo avevano appena arrestato. Qualche mese prima, quel giovane si era presentato nella sua bottega con i modi di un commesso viaggiatore. Aveva chiesto di vedere delle armi; gli avevano dato fiducia. Ora, la carrozza del re si allontanava, un colpo di pistola era appena rimbombato, e il cliente portava un nome che tutta la Francia stava per apprendere: Louis Alibaud.
Devisme era di servizio, quel giorno, nella guardia nazionale. L'incontro era fortuito; eppure l'inchiesta dovette scandagliare persino quella coincidenza. Quando si è appena sparato contro un sovrano, un fornitore diviene all'istante un possibile personaggio della cospirazione. Un prestito, una visita, una raccomandazione, tutto finisce sullo stesso tavolo. Le relazioni più ordinarie esigono spiegazioni straordinarie.
Il 25 giugno 1836, Luigi Filippo lasciava le Tuileries insieme alla regina e a Madame Adélaïde. Alibaud fece fuoco senza colpire gli occupanti della vettura. Afferrato all'istante, non negò il proprio gesto né il fine perseguito. Il delitto era fallito; il suo autore intendeva tuttavia imprimervi un significato. Considerava il re il nemico del popolo, riteneva il governo responsabile delle proprie sventure e pretendeva di colpire, nella persona del capo, la causa di tutto ciò che lo schiacciava.
Aveva ventisei anni. Prima di quel giorno in cui ridusse la propria vita a un'unica volontà, essa aveva conosciuto abbastanza partenze perché vi si leggesse soprattutto un'incapacità di restare. Nato a Nîmes, cresciuto in parte a Narbona, aveva ricevuto un'istruzione, lavorato come copista, tentato la marina, poi raggiunto l'esercito. Ciascuna occupazione gli aveva offerto un inizio; nessuna gli aveva accordato il posto che credeva di poter occupare.
Le giornate del 1830 furono il primo grande evento cui ricollegò la propria scelta politica. Da soldato, affermava di non aver voluto sparare sugli insorti; diceva anche di non aver voluto combattere i propri antichi commilitoni. Questa posizione, che espose ai magistrati, non lo collocava ancora al termine della strada che conduceva all'attentato. Gli forniva però una vicenda personale da intrecciare a quella del nuovo regno. Il re insediato dopo le barricate poteva essere giudicato in nome delle speranze nate su quelle stesse barricate.
La repressione di Saint-Merry, nel giugno del 1832, occupava nelle sue dichiarazioni un posto decisivo. Alibaud non vi aveva partecipato: si trovava altrove con il proprio reggimento. La distanza non impediva l'immedesimazione. I morti che non aveva veduto divennero coloro di cui pretendeva assumere la vendetta. Con il passare degli anni, quella collera avrebbe incontrato le sue delusioni private, fino a non distinguersene più.
Riformato nel 1834, cercò un impiego. Passò per gli uffici del telegrafo, soggiornò presso i genitori, imparò lo spagnolo, partì per Barcellona. Sperava di trovarvi una causa e una sistemazione; tornò senza aver fissato l'una né ottenuto l'altra. Parigi fu il tentativo successivo. Nell'autunno del 1835, vi giunse con poco denaro e una fiducia che i mesi avrebbero logorato più in fretta dei suoi abiti.
Un antico compagno di Narbona, Léonce Fraisse, gli procurò aiuto. Si ritrovano nel fascicolo quei gesti semplici di cui un'indagine politica non sa mai, da principio, se siano stati bontà o complicità: facilitare un alloggio, garantire un pasto, raccomandare per un lavoro. Fraisse discuteva di politica con lui, ma i confronti rivelavano anche le loro divergenze. L'istruttoria esaminò i loro rapporti; non riuscì a mutare l'amicizia in partecipazione all'attentato.
Alibaud lavorò presso un fabbricante di ricami, poi come contabile da un mercante di vino. Quest'ultimo impiego offriva uno stipendio, l'alloggio e il vitto. Avrebbe potuto arrestare l'avanzata della miseria. Ma l'impiegato si dimostrò negligente, fu licenziato e dovette riprendere a proprio carico tutte le minute spese che una casa gli aveva fino ad allora risparmiato. Il letto, la cena, la luce tornarono a farsi altrettanti creditori.
Prese una stanza di cui saldò solo una parte della pigione. Mangiava a credito promettendo una paga imminente. Nelle sue ultime giornate di libertà, la vendita di un dizionario spagnolo gli fruttò qualche soldo. Quel libro apparteneva a una delle vite che aveva cercato di iniziare; non ne ricavava ormai che il mezzo per superare un giorno. La miseria è qui una circostanza accertata, non una scusante che esoneri dal guardare le altre persone sedute nella carrozza reale.
L'arma proveniva dalla bottega di Devisme. Alibaud l'aveva ottenuta con una presentazione commerciale e non l'aveva restituita, adducendo in seguito uno smarrimento. Il fornitore, l'amico che era servito da intermediario per alcune restituzioni, i commessi che avevano visto passare il giovane dovettero ricostruire quel seguito di visite. La preparazione dell'attentato aveva assunto le apparenze di un affare ordinario. Fu precisamente questo a rendere necessarie tante verifiche attorno a un autore pur arrestato sul fatto.
Il 25 giugno, Alibaud lesse i giornali, si spostò, giocò a biliardo. La testimonianza del suo compagno di gioco introdusse nell'istruttoria questa singolare scena: un uomo ancora impegnato nelle pacifiche consuetudini di una partita, che poi rifiuta di ricominciare perché deve andarsene. Poche ore più tardi, questi esili ricordi servivano a ordinare il tempo di un attentato. I testimoni non avevano incontrato il personaggio storico; avevano incontrato un avventore, un vicino, un giocatore.
Dinanzi alla Corte dei pari, l'identità del tiratore non si prestava a dubbi. Restava la difesa di un uomo le cui confessioni rischiavano di far considerare ogni garanzia alla stregua di inutili indugi. Il suo difensore, Charles Ledru, domandò che il dibattimento fosse differito, al fine di disporre del tempo necessario alla preparazione. La Corte respinse la richiesta l'8 luglio: ritenne che il termine accordato fosse sufficiente, tenuto conto della flagranza di reato e degli interrogatori. Le udienze proseguirono.
L'indomani, dopo le deposizioni e le arringhe, Alibaud rivendicò ancora il proprio gesto. Invocava gli esempi dell'antichità e pretendeva di trarre dall'impossibilità di ottenere giustizia il diritto di uccidere. I giudici avevano di fronte un accusato che non attendeva soltanto di essere compreso, ma voleva imporre come principio l'atto stesso per il quale compariva. Nessun accomodamento lessicale poteva comporre tale dissenso: egli parlava di liberazione politica; la Corte giudicava un tentativo di assassinio.
Il 9 luglio, essa lo condannò alla pena del parricidio, formula con cui la legge qualificava allora l'attentato alla vita del re. Il termine estendeva alla monarchia l'immagine di una famiglia e assegnava al sovrano il ruolo del padre. Alibaud fu giustiziato l'11 luglio 1836. Non aveva ucciso nessuno nella carrozza; nondimeno, l'attentato conduceva il suo autore alla morte.
Devisme poté tornare alle sue armi, Fraisse alle sue occupazioni, i testimoni ai loro commerci. Avevano avuto tutti a che fare con il medesimo giovane e non ne avevano conosciuto che frammenti. L'inchiesta li aveva riuniti: l'ex soldato, il viaggiatore tornato dalla Spagna, il cattivo impiegato, il debitore, il giocatore di biliardo. Tra questi ritratti sussisteva la scelta personale che li aveva bruscamente resi solidali. Il re proseguì il proprio regno. Coloro che avevano aiutato Alibaud dovettero, invece, riprendere un'esistenza in cui il ricordo di un favore reso era divenuto un atto processuale.
