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Giustizia e scandali · Francia

Il canto dei condannati

Nell'autunno del 1793 ventuno deputati girondini vengono processati e condannati a morte. Dopo la lettura del verdetto, Valazé si toglie la vita e il suo cadavere segue i compagni sulla carretta. Champagnac riferisce che i condannati intonarono la Marsigliese salendo al patibolo, rievocando poi le esecuzioni di Madame Roland e di Bailly.

Quando il tribunale pronunciò la condanna a morte, Valazé stramazzò al suolo. Presso la porta della Conciergerie aveva passato un paio di forbici all’amico Riouffe, scherzando sul divieto di togliersi la vita; poi si era ferito a morte. I gendarmi lo rialzarono. Il tribunale ordinò che la sua salma seguisse le altre sulla carretta. All’uscita, i Girondini intonarono insieme l’inno dei Marsigliesi.

Erano in ventuno a comparire alla sbarra. Brissot, Vergniaud, Gensonné, Valazé, Ducos, Fonfrède e i loro compagni rispondevano dell’accusa di cospirazione e di preparativi per la guerra civile. Champagnac li presenta come fieri oppositori dell’insurrezione del 10 agosto e dei massacri di settembre, denunciando prove e testimoni come meri artifici. Tale interpretazione appartiene al cronista. Quel che segue è la narrazione di un processo che, a suo avviso, recava già scritta la propria sentenza.

La Convenzione aveva tratto in arresto diversi deputati all’indomani degli scontri politici della primavera e dell’estate. Poiché i Girondini maggiormente compromessi nelle insurrezioni provinciali erano sfuggiti alla cattura, ci si rivalse sui loro amici e su quanti ne condividevano le dottrine. Il processo collettivo si aprì in autunno. Alla Conciergerie i detenuti venivano perquisiti prima di ogni udienza, spogliati di qualunque oggetto atto a compiere un gesto estremo. Fu proprio allora che Valazé consegnò le forbici a Riouffe, sotto gli occhi delle guardie, quasi a voler deridere quella vana precauzione.

Il testo dipinge un tribunale in cui la stessa identità dell’accusato non offriva riparo alcuno. Un usciere avrebbe avvertito Fouquier-Tinville che era stato condotto tale Gamache in luogo di un altro imputato; il pubblico accusatore avrebbe ribattuto che l’errore contava poco, giacché l’uno valeva l’altro. Una vedova Maillet comparve al posto della duchessa di Maillé; accortosi dello scambio, Fouquier le avrebbe replicato che non si intendeva affatto giudicarla, ma che tanto valeva sbrigare la faccenda quel giorno stesso. Champagnac annota questi episodi come tratti consustanziali al Tribunale rivoluzionario. Per i Girondini, l’imputazione di complotto si innestava su un rito processuale di cui l’autore descrive gli esiti come decisi in partenza.

Alla vigilia del giudizio, molti degli imputati avevano ormai dismesso ogni illusione. Si presentarono all’ultima seduta con un contegno che Champagnac definisce sereno. Vergniaud aveva respinto con sdegno l'accostamento ai saccheggiatori e agli assassini delle giornate di settembre. Fonfrède aveva implorato pietà per i compagni, meritando così, secondo il cronista, di condividerne la sorte. I due giovani ritenuti meno compromessi, Ducos e Fonfrède, vennero condannati insieme a tutti gli altri.

Il 30 ottobre 1793 cadde il verdetto. Brissot lasciò ricadere le braccia e chinò il capo. Gensonné pretese di invocare la legge, ma la sua voce fu soffocata dal clamore. Sillery, paralizzato, lasciò cadere le stampelle gridando che quello era il giorno più bello della sua vita. Fonfrède abbracciò Ducos, rimproverandosi di averlo trascinato alla morte, ma Ducos gli rispose che sarebbero morti insieme. Lasource scagliò una profezia verso la folla: egli moriva nel giorno in cui il popolo aveva perduto il senno, ma i suoi giudici sarebbero periti quando la ragione fosse tornata.

Tutti proclamarono la propria innocenza, gridando che il popolo era stato ingannato. Alcuni gettarono assegnati verso il pubblico, nell'estremo tentativo di muoverlo a salvarli, ma il gesto fu vano. I gendarmi li circondarono e li ricondussero nelle celle. Valazé si era appena trafitto con un pugnale tenuto nascosto; il tribunale dispose che il suo cadavere fosse caricato sulla carretta, al seguito dei condannati.

L'ultima notte trascorse tra canti e conversazioni. Champagnac riprende qui la testimonianza di uno storico: Vergniaud avrebbe gettato il veleno che serbava con sé pur di perire insieme agli amici. I condannati divisero un ultimo pasto. Furono alternativamente gravi e brillanti; Vergniaud dissertò sulla libertà e sul destino umano, Ducos recitò versi composti durante la prigionia. Intonarono insieme inni alla Francia e alla libertà. L'indomani, 31 ottobre, una calca imponente ne costeggiava il cammino. Sulla carretta ripeterono ancora la Marsigliese e, giunti in piazza della Rivoluzione, si abbracciarono gridando: «Viva la Repubblica!»

Sillery salì per primo. Gli altri lo seguirono. In circa mezz'ora i venti uomini vennero giustiziati. La narrazione di Champagnac muta quindi scena e vittime, ma serba il medesimo filo conduttore: una procedura politica capace di mutare la parola, le relazioni e perfino il silenzio in prove inconfutabili di colpevolezza.

Il 10 novembre Madame Roland fu tratta al patibolo. La condanna l'aveva colpita a causa dei suoi legami coi Girondini. Champagnac ricorda che lasciava una figlia, mentre il consorte viveva ramingo e nascosto nei pressi di Rouen. Rievoca l’immagine della donna che, lungo la strada del supplizio, sorreggeva un compagno più debole. Giunta dinanzi alla statua della Libertà, si sarebbe inchinata pronunciando le celebri parole: «O Libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome!» Poi salì sul palco. Saputo della sua fine, il marito si diede la morte lungo una via di campagna, trafitto dalla propria spada appoggiata a un albero.

Due giorni più tardi toccò a Bailly, già sindaco di Parigi. Il ruolo da lui svolto nella sparatoria del Campo di Marte, allorché aveva proclamato la legge marziale, costituì la colpa fatale. Si intendeva giustiziarlo proprio al Campo di Marte, ma la folla si oppose a quella scelta. La ghigliottina venne quindi smontata e trasferita sulla riva della Senna. Gli sventolarono dinanzi agli occhi la bandiera rossa un tempo spiegata al municipio. Il vecchio dovette attraversare a più riprese il Campo di Marte, per poi seguire lo spostamento del patibolo verso Chaillot. Per ore lo costrinsero a marciare tra il fango, la pioggia e il freddo, bersagliato da percosse e insulti. Stando al racconto di Thiers riportato da Champagnac, un soldato gli fece notare che tremava: «Amico mio», rispose l'anziano, «è per il freddo.» Spirò lontano dal luogo in cui si era stabilito di metterlo a morte.

Champagnac non si sofferma soltanto sui Girondini, su Madame Roland e su Bailly. Menziona le ondate di condanne successive, in particolare quella di Malesherbes, difensore di Luigi XVI, condotto al supplizio con l'intera famiglia. Riferisce pure del vecchio Loizerolles, che rispose all'appello al posto del figlio morendo in sua vece. Tali vicende, al pari di quelle di Chénier e di Roucher sulla carretta, mostrano la varietà dei destini inghiottiti da quella macchina giudiziaria: deputati, testimoni, donne, vegliardi e intere famiglie.

Gli stessi capi del Terrore finirono a loro volta sul patibolo, rammenta la cronaca. Coloro che avevano eretto la violenza a metodo politico furono soppressi dai complici di un tempo, non appena le loro alleanze si infransero. Il processo ai Girondini conserva tuttavia una cupa unicità in queste pagine: l'accusa di cospirazione spazzò via un'intera opposizione parlamentare e i ventuno imputati andarono incontro alla morte senza che alcuna distinzione ne separasse il destino. Valazé, che pure aveva ceduto le forbici al compagno, non sfuggì alla condanna. Madame Roland lasciò alla storia la sua invocazione alla Libertà; Bailly, tremante, spiegò con dignità il proprio brivido. In entrambi i casi, le parole sopravvissero alla sentenza che avrebbe dovuto annientarle.

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racconto lungo

La carta mancante

Novella storica e giudiziaria d'invenzione: un cancelliere scopre che un foglio processuale è stato strappato dal registro, ma l'imputato è già stato condannato sulla scorta di quella pagina. Sua sorella, impiegata presso una tipografia, rinviene una bozza recante correzioni di pugno sconosciuto. Dovrà smascherare il copista prima che i testimoni salgano al patibolo e l'inganno divenga irrimediabile. Fatti e personaggi sono inventati. Chi ha sottratto la pagina e per proteggere quale complice? Vi appassionerebbe questa indagine?

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Le voci della carretta

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Trilogia giudiziaria d'invenzione: tre casi si snodano attorno a condannati la cui ultima frase pronunciata consente di riaprire i processi. Un canto smaschera un falso testimone, una battuta d'una donna svela un ricatto e la replica di un vecchio rivela un'esecuzione condotta clandestinamente lontano dal luogo designato. Élise, figlia di uno stampatore, trascrive queste dichiarazioni prima che il potere costituito le cancelli per sempre. Delitti e figure sono inventati. Riuscirà a raccogliere le prove prima che gli ultimi testimoni periscano? Vi incuriosirebbe questa serie?

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Fonte integralmente consultata: work/cap400/sources/champagnac/tome-5-chap-23.txt (SHA-256 39ec15f42b26a51d5e8a9c1390a6ee8b851fd407843b7c15ee6b73459691749c). Il testo ripercorre il processo collettivo ai Girondini, la loro condanna ed esecuzione (30–31 ottobre 1793), seguiti dalla morte di Madame Roland e di Bailly nel novembre successivo. Champagnac attinge a cronache storiche anteriori adottando una prospettiva monarchica e severamente critica verso il Terrore; il giudizio su testimoni e moventi rispecchia la posizione dell'autore o delle fonti citate. Verifica archivistica public380: i Girondini compaiono unicamente come elemento di contesto nei fascicoli relativi a Charlotte Corday, Custine e Carrier, senza alcuna trattazione organica del processo collettivo o dell'esecuzione del 31 ottobre. Non risultano altri dossier dedicati a Madame Roland o all'esecuzione di Bailly.

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