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Giustizia e scandali · Prussia

Il dolce di zia Emma

I giurati risposero affermativamente circa la somministrazione premeditata di veleno a Marie Braconier, dichiarando tuttavia non provato che ella ne fosse morta; la corte assolse quindi Hartung dall’omicidio della consorte. Per la morte di Emma Schröder, l’uomo fu invece riconosciuto colpevole di omicidio premeditato aggravato e giustiziato a Magdeburgo il 2 dicembre 1853.

A Magdeburgo, la tavola domestica si trasformò nel teatro di un’indagine giudiziaria. Un dolce preparato per una zia convalescente, una polvere bianca di cui nessuno conosceva ancora la destinazione, poi il riesame della precedente morte della seconda moglie di Bernhard Hartung: i sospetti presero forma definitiva soltanto dopo che il mercante ebbe narrato, e in seguito ritrattato, una parte della vicenda. Al processo non si trattava soltanto di appurare chi avesse maneggiato il veleno. Occorreva stabilire quali decessi potessero imputarsi a un delitto e quali rimanessero fuori dalla portata del tribunale.

Hartung esercitava il commercio. La relazione del Neuer Pitaval lo descrive come un uomo istruito, accorto negli affari e capace di comporre al pianoforte; la famiglia non lo considerava un estraneo. Emma Schröder, sua zia materna, frequentava la casa e ne condivideva i pasti. Aveva quarantadue anni. Le memorie tramandate dal cronista la mostrano amata dai parenti, ma queste pagine furono redatte a posteriori e intrecciano deposizioni, atti giudiziari e commenti dell’autore. Con tale prudenza critica occorre esaminare il primo decesso.

Nel gennaio del 1852, Emma era indisposta. Il giorno 21 le fu offerta una preparazione zuccherina che Hartung aveva confezionato e presentato come rimedio per rimetterla in forze. Il resoconto descrive una crema o pasta da pasticceria, denominata nel testo «Baiser», alla quale era stato mescolato dell’arsenico. I convitati ignoravano che vi fosse stata aggiunta una sostanza letale. Emma ne mangiò; poco dopo, il suo stato allarmò i presenti. La narrazione riferisce le invocazioni rivolte alla zia e i tentativi di comprendere l’origine del male, ma tali particolari provengono dalla rievocazione postuma del Pitaval: non devono essere scambiati per dialoghi certi oltre quanto trasmesso dalla fonte.

Emma morì il giorno seguente, il 22 gennaio. In principio, la malattia pareva offrire una spiegazione consueta. La medicina legale mutò la natura del caso. La perizia necroscopica rivelò i segni dell’avvelenamento da arsenico; gli inquirenti passarono al vaglio i pasti, le visite e le relazioni della casa. Hartung fu presto interrogato. Confessò di aver unito il veleno alla preparazione. Quella prima ammissione non sciolse gli interrogativi: perché colpire la zia, perché in quel frangente, e mirava forse al suo patrimonio? La cronaca ricollega il gesto a interessi finanziari e a polizze assicurative, ma occorre distinguere quanto accertato dal fascicolo processuale dalle deduzioni psicologiche aggiunte dal compilatore.

I retroscena economici si delineavano già in una corrispondenza precedente il delitto. Dopo la morte di Marie, avvenuta nel luglio del 1850, Hartung aveva sollecitato alla compagnia assicurativa la liquidazione della polizza, insistendo per ottenere un anticipo di cinquecento talleri. Le missive rivelano un uomo che discuteva scadenze e clausole con la puntigliosità del negoziante; il compilatore sottolinea inoltre come egli avesse incalzato la compagnia fino al saldo definitivo. Questo fatto non costituiva, di per sé, la prova di un crimine. Ma quando gli investigatori scoprirono le obbligazioni commerciali di Hartung e le sue ristrettezze finanziarie, quelle lettere assunsero un peso diverso: offrivano un contesto riscontrabile all’ipotesi del movente, senza tuttavia dimostrare, da sole, l’avvelenamento dell’una o dell’altra donna.

In seguito Hartung aveva liquidato un’attività e venduto la propria casa. Si era risposato con Alwine Schütze, associandosi poi con Haßfurth per rilevare un’impresa commerciale. Entro una data prefissata doveva conferire diverse migliaia di talleri. La narrazione colloca la morte di Emma proprio nel momento in cui tale scadenza incombeva e le risorse dell’imputato si facevano di nuovo esigue. L’accusa disponeva così di un movente; la difesa poteva obiettare che il bisogno di denaro non dimostrasse un omicidio. Questa distinzione, sovente trascurata nelle cronache dei delitti celebri, rimase il perno dell’onere probatorio: si giudicavano fatti accertati, non un carattere già condannato dall’opinione pubblica.

Dimostrato l’avvelenamento di Emma, l’istruttoria risalì a una morte precedente. Marie Braconier, seconda consorte di Hartung, era spirata nel luglio del 1850 al termine di una malattia. La salma fu riesumata ed esaminata. I periti riscontrarono elementi compatibili con l’azione del veleno, ma l’ostacolo era precisamente quello che avrebbe pesato dinanzi ai giurati: una traccia di arsenico e un decesso non bastavano a provare che il veleno fosse stato la causa determinante della morte. La cronaca riferisce che Hartung aveva ammesso di aver avvelenato la moglie e la creatura che portava in grembo in una precedente confessione; tale dichiarazione fu poi contestata e ritrattata. Al dibattimento, l’accusa doveva fornire una certezza che l’autopsia non offriva con la medesima evidenza raggiunta per Emma.

I mesi di detenzione videro un alternarsi di versioni. Hartung redasse memorie, spiegazioni, talvolta ammissioni di colpa, talaltra proteste d’innocenza. Sostenne che i magistrati inquirenti gli avessero suggerito le risposte e che egli avesse finito per confezionare il racconto che da lui si attendevano. Affermò inoltre che la morte della zia potesse ascriversi ad altra causa. Il collegio non poteva considerare tutte quelle versioni simultaneamente veritiere; ma non poteva neppure liquidare con un tratto di penna i dubbi della perizia medica. La confessione non era un mero epilogo: diveniva essa stessa l’oggetto del contendere.

L’accusa ricostruì le morti successive, i reperti tossicologici, i legami di Hartung con le due donne e le dichiarazioni rese durante la fase istruttoria, insistendo sul disegno criminoso e sul tornaconto materiale. La difesa, dal canto suo, contestò l’attendibilità delle confessioni e il nesso eziologico relativo alla morte di Marie. Su questo secondo capo d’imputazione, il discrimine fu decisivo. Al terzo quesito, i giurati risposero affermativamente: Hartung aveva somministrato veleno a Marie con il premeditato proposito di ucciderla. Aggiunsero tuttavia che non era provato che ella fosse deceduta a causa del veleno. Il tribunale lo assolse pertanto dall’accusa di omicidio della moglie. Per la morte di Emma, invece, la giuria confermò l’omicidio premeditato con circostanze aggravanti.

Il verdetto non trattò dunque tutte le imputazioni alla stessa stregua. Hartung fu riconosciuto colpevole dell’uccisione di Emma Schröder. Per Marie Braconier, i giurati ritennero sussistente la somministrazione dolosa della sostanza, ma dichiararono non provata la morte per avvelenamento; la corte pronunciò quindi l’assoluzione per l’omicidio della consorte. Il primo fatto poggiava su una concatenazione di indizi e riscontri che convinse il collegio. Il secondo restava scientificamente incerto, malgrado la confessione pregressa riferita dagli atti. Il rumore di ulteriori vittime, sorto attorno al fascicolo, non si tradusse in una serie di condanne: il capitolo precisa che tali congetture non trovarono conferma nel dibattimento.

La corte sentenziò la pena capitale per l’omicidio di Emma. La pronuncia fu trasmessa per la sovrana conferma, secondo il rito prussiano. Hartung continuò a invocare l’attenzione delle autorità e a ribadire la propria tesi; tali istanze non valsero a sospendere l’esecuzione della condanna. Il 2 dicembre 1853 fu decapitato a Magdeburgo. La relazione riferisce che mantenne il controllo di sé sino all’ultimo istante e che sul patibolo ammise il delitto della zia; i dettagli di quest’estrema confessione appartengono alla testimonianza del Pitaval e vanno intesi come tali.

La mensa dove Emma aveva consumato il dolce non svelò da sola l’intera verità processuale. Furono necessari quasi due anni di indagini, riesumazioni, perizie e ritrattazioni per disgiungere due morti che l’accusa intendeva unificare. Una condanna fu inflitta per l’uccisione di Emma. Nella vicenda di Marie, la somministrazione premeditata del tossico fu accertata dai giurati, ma l’evento letale non fu attribuito con certezza al veleno; il tribunale assolse Hartung dall’omicidio della moglie. La giustizia non trasformò le dicerie in certezze fattuali. Conservò tuttavia, per Emma, una prova sufficiente a condurre un uomo sul patibolo.

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Ricostruzione retrospettiva del processo; la narrazione distingue la confessione, la sua ritrattazione, i referti peritali, il verdetto e le chiose del compilatore. I sospetti relativi ad altri avvelenamenti non risultano accertati. Edizione identificata dal frontespizio del volume; estratto circoscritto al capitolo citato. La relazione non tramuta i commenti dell’opera né le ipotesi accusatorie in statuizioni processuali.

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