Il 2 novembre 1865, due sorelle uscirono dalla cantina paterna per andare a procurarsi del ghiaccio. Non avevano percorso che poche strade quando Paulino Torio, marinaio imbarcato su una nave spagnola all’àncora nel porto di Amburgo, prese a seguirle. Aveva già chiesto la mano di Emmy Karoline Vogel, diciannove anni, ricevendone più volte un fermo rifiuto. Quella sera la giovane camminava con Alwine, la sorella minore di due anni. Entrambe respinsero la sua scorta; egli continuò a camminare alle loro spalle. Il primo delitto della vicenda si consumò lungo la scala di una sarta, al terzo piano, senza testimone alcuno dell’istante decisivo.
Le sorelle avevano deciso di salire da Elise Borum, la loro sarta, proprio per sottrarsi a Torio, che non cessava di pedinarle. La donna abitava al civico 88 della Hütten. Alwine entrò per prima, chiedendo che si portasse un lume. Emmy cacciò un urlo, barcollò verso di loro e stramazzò al suolo. Torio si era già dileguato. In un primo momento si credette a un semplice deliquio. Si asperse la giovane con acqua e aceto; accorse un’assistente e poco dopo il dottor Ross. Il medico ne constatò ben presto la morte, senza tuttavia scorgerne sulle prime la causa. Un esame più rigoroso, l’indomani, rivelò al di sotto del seno sinistro una ferita stretta che trapassava l’addome. La lama aveva reciso diversi organi e due grosse arterie. Il dissanguamento era stato quasi fulmineo.
La polizia si mise sulle tracce dell’uomo che le due sorelle avevano visto dietro di sé. Torio non era un estraneo per casa Vogel. Frequentava la taverna gestita dal padre delle ragazze, Johann Karl, a ogni scalo della sua nave nel porto. Aveva scritto a Emmy, le aveva offerto regali, rinnovandole reiterate proposte di nozze. Ella aveva sempre opposto un rifiuto. Nel corso degli interrogatori, il marinaio non fece mistero di questo primo delitto. Narrò che i dinieghi, gli scherni che gli pareva di udire e l’umiliazione della passione disattesa avevano fatto maturare la sua collera. Aveva comprato un pugnale il 21 ottobre; la sera del 2 novembre, scorte le due sorelle, le aveva seguite con il disegno premeditato di uccidere Emmy, e forse anche Alwine e chiunque si fosse trovato nella taverna. Nella tromba delle scale aveva vibrato il colpo alla cieca, disse, dandosi poi alla fuga.
Tanta franchezza conobbe nondimeno un limite ben preciso. All’omicidio di Emmy, che l’imputato sembrava rivendicare a guisa di vendetta, tenne dietro poche ore più tardi un’altra scena, della quale egli tentò a lungo di mutare il senso. Lasciata Amburgo, aveva raggiunto Teufelsbrück, dove dimoravano i coniugi Heitmann. La cronaca riferisce anzitutto la sua versione: egli si era trattenuto a lungo con Jürgen Heitmann, bevendo vino e mangiando pane e prosciutto. Una parola, che Torio asserì di non aver compreso, lo avrebbe offeso nel vestibolo. Tratto il coltello, aveva colpito l’uomo; e quando Margaretha era accorsa gridando, aveva pugnalato a morte anche lei.
Egli affermò poi di essere uscito dall’abitazione, di essersi accorto di avervi dimenticato il coltello e di essere tornato sui propri passi. Heitmann respirava ancora, appoggiato contro la porta, lamentando l’uccisione della moglie. Torio avrebbe allora ripreso l’arma colpendolo più volte, a suo dire, per abbreviarne le sofferenze. La ricostruzione giudiziaria non accolse tale giustificazione come un dato acquisito. Più tardi, il marinaio mutò ancora racconto: parlò di un alterco scaturito da un bicchiere infranto, di una percossa infertagli da Heitmann e di un coltello che quest’ultimo avrebbe afferrato per primo. L’accusa ritenne invece trattarsi di omicidio a scopo di rapina. Dopo i fendenti, Torio aveva rovistato l’alloggio, forzato un forziere, sottratto del denaro e strappato a Jürgen l’orologio con la catena. Ammise tali gesti, ma negò che corrispondessero al suo disegno originario.
Il fiume aveva reso malagevole la fuga. Le acque erano salite; non riuscendo a raggiungere la propria imbarcazione, l’uomo ne aveva slegata un’altra più a valle, lasciando un remo conficcato nel fango. Guadagnata Altona, vi aveva bevuto del caffè all’alba, lasciandosi poi trasportare verso il punto in cui era stato ritrovato il suo battello, prima di raggiungere Rissen. All’atto dell’arresto, le cose e i luoghi diedero credito a una parte del suo racconto. Riconobbe la lucerna, i ferri adoperati per forzare il cassone e la precisa collocazione in cui giacevano i cadaveri; ripercorse i propri passi all’interno della casa. Tali ammissioni ne confermavano la presenza sul luogo e diversi atti materiali, ma non bastavano, da sole, a dirimere la questione del movente del duplice assassinio.
I due procedimenti furono riuniti giacché lo stesso uomo li aveva commessi a poche ore di distanza l’uno dall’altro, ma su territori soggetti a giurisdizioni differenti. La difesa tentò di scorporare il delitto consumato a Teufelsbrück dall’istruttoria amburghese. Sostenne che Amburgo non avesse titolo per giudicare un fatto accaduto nell’Holstein, invocando altresì l’infermità mentale dell’imputato o un incontrollabile raptus d’ira. L’eccezione non era puramente formale: occorreva stabilire quale corte dovesse istruire i due episodi ed emanare un’eventuale pena unitaria.
Il 17 gennaio 1867, il tribunale di prima istanza pronunciò la sentenza dopo una lettura pubblica durata due ore e mezza, dapprima in tedesco, quindi in spagnolo. Respinse l’eccezione d’incompetenza. I magistrati ritennero che i fatti fossero inscindibili, che l’esame congiunto avrebbe fatto piena luce soprattutto sul movente del secondo crimine, e che i tribunali dell’Holstein avevano consentito a che la corte di Amburgo se ne arrogasse la cognizione. Il dispositivo distinse i due moventi secondo la lettura dei giudici: quanto a Emmy, ravvisò una vendetta premeditata dopo il rifiuto d’amore e l’onta dello scherno patito; per gli Heitmann, concluse trattarsi di omicidio perpetrato per commettere una rapina, poiché, se pure il disegno furtivo non fosse stato provato sin dal primo colpo, Torio era rientrato nella casa con la precisa determinazione di fare man bassa dei beni.
La corte dichiarò Torio pienamente imputabile e lo condannò a morte. Respinse la tesi secondo cui una rozza educazione o l’origine straniera dell’imputato bastassero ad attenuarne la responsabilità: osservò come egli sapesse perfettamente che uccidere è vietato dalle leggi umane e divine, e punito con la morte. Una simile motivazione, che riflette le categorie e i pregiudizi del tempo, va intesa unicamente quale argomentazione propria di quel collegio giudicante, e non come la descrizione obiettiva di un popolo o di una cultura.
La condanna non segnò l’ultimo atto della vicenda. La difesa propose istanza di ricusazione del tribunale superiore, ottenendone l’accoglimento il 29 aprile. L’intero incartamento processuale doveva essere trasmesso a Lipsia, affinché una facoltà giuridica redigesse il parere per il giudizio d’appello. Gli atti vi furono inviati il 28 maggio 1867. La sorte di Torio restava dunque sospesa a una pronuncia non ancora pervenuta.
Nelle more della detenzione, le forze del marinaio vennero meno. La cronaca ritrae un uomo da principio ribelle, poi fattosi docile, che rifiutava il ricovero in ospedale implorando di restare nel posto di guardia. Gli fu concesso un abbecedario spagnolo, che egli teneva caro sotto il capezzale; parlava sovente della madre, ma non implorò mai la grazia. Dietro questi dettagli annotati dal compilatore dell’epoca, non è dato sapere cosa il prigioniero pensasse dell’appello o della propria condanna. Le carte riferiscono soltanto che la sua salute declinò rapidamente, che fu infine trasferito in ospedale il 26 giugno e che vi spirò il giorno appresso, il 27 giugno 1867, consumato dalla tisi.
L’affare si chiuse così: senza che la sentenza capitale venisse eseguita e prima che il parere di Lipsia sciogliesse il nodo dell’appello. Una giovane donna era morta sulla scala dell’edificio in cui si era rifugiata con la sorella per sfuggire a Torio; due coniugi erano stati trucidati nella loro dimora; l’imputato era stato condannato, per poi essere stroncato dal male prima che il rito giudiziario giungesse a compimento. Il tribunale aveva individuato due delitti e due distinti moventi; il reo, dal canto suo, lasciava dietro di sé ammissioni che gettavano luce su taluni gesti e versioni contrastanti che continuavano a lasciarne altri nell’ombra. La giustizia aveva decretato la pena; non aveva fatto in tempo a pronunciare la sua ultima parola.
