Al secondo assalto, nei pressi di Adinkerke, il tenente Chapuis ricevette il colpo destinato a ucciderlo. Sul gesto che precedette la stoccata, le versioni divergevano: due testimoni di Chapuis sostennero che la mano sinistra di Eugène Dekeirel avesse deviato o afferrato il fioretto; i compagni del commerciante non poterono confermare tale ricostruzione, e il medico non seppe precisare ciò che aveva visto. La ferita mortale, dal canto suo, non era contestata. A Douai, i giurati risposero con un verdetto negativo a entrambi i capi d’imputazione.
Il dramma ebbe inizio durante la notte del martedì grasso del 1885, al Café du Sac di Dunkerque. La cronaca retrospettiva del Pitaval colloca la scena verso le quattro del mattino. Alcuni ufficiali sedevano a un tavolo, tra cui il capitano Picard e Chapuis, tenente in borghese del 110º reggimento di linea; ad altri tavoli si trovavano giovani commercianti, fra i quali Eugène Dekeirel. Il fratello minore di quest’ultimo, Gaston, entrò in compagnia di una cantante mascherata, abbigliata con un domino blu. Chapuis lasciò il proprio posto e si unì ai negozianti.
Secondo il cronista, il tenente scherzò con la giovane donna, le chiese di mostrare i denti, poi si chinò per parlarle all’orecchio. Ella non parve offendersene e rispose al cameriere con tono leggero. Dekeirel, tuttavia, giudicò che lo sconosciuto si stesse rivolgendo alla compagna del fratello con una confidenza inopportuna. Gli intimò di lasciarla tranquilla. Chapuis replicò accusandolo di mancare di creanza; Dekeirel, ferito a sua volta dall’insulto, propose di battersi.
La contesa avrebbe potuto estinguersi lì. Il capitano Picard riconobbe Dekeirel, che considerava un galantuomo, e s’interpose. Ricordò che le licenze del carnevale scusavano talvolta espressioni altrimenti fuori luogo, quindi invitò Chapuis a esprimere il proprio rincrescimento se aveva ecceduto. I due uomini uscirono, scambiarono poche parole e si strinsero la mano. Stando alla versione che Dekeirel fornì più tardi in tribunale, Chapuis espresse rammarico per averlo trattato in modo sgarbato e dichiarò di non aver inteso offenderlo. La riconciliazione pareva compiuta.
Fu allora che Gaston Dekeirel, il quale aveva colto solo frammenti dello scambio, riaccese l’incidente. Asserì che Chapuis aveva appena negato di aver porto le proprie scuse. Il tenente confermò di aver ritirato la parola offensiva, ma negò di aver domandato perdono, dichiarando che non lo avrebbe fatto mai. Eugène Dekeirel pretese a quel punto scuse scritte; in difetto, intendeva battersi l’indomani. Picard non tentò una seconda mediazione. Il Pitaval attribuisce alla fatica e alle turbolenze della notte una parte del fallimento; si tratta però di un suo commento, non di un accertamento giudiziario.
Il 18 febbraio, due ufficiali, i tenenti Baubouin e Guillonnet, incontrarono i rappresentanti di Dekeirel: il commerciante Bates e Heyße, direttore di una filiale del Crédit Lyonnais. Costoro sostenevano che il loro assistito fosse l’offeso e proposero dapprima la pistola. I padrini di Chapuis giudicarono sproporzionata quell’arma a fronte di un diverbio nato da una parola, ma fecero presente che, se si fosse scelta la pistola, il loro commilitone non avrebbe tirato per intimidire: avrebbe preteso rivoltelle, sei colpi a testa, venticinque passi di distanza, facoltà di avanzare e libertà di mira. I testimoni di Dekeirel rifiutarono tali condizioni. Le parti concordarono infine il fioretto, con uno scontro destinato a proseguire fino a quando uno degli avversari non si fosse trovato nell’impossibilità di continuare.
Il resoconto narra che Dekeirel si pentì dell’accordo: avrebbe preferito la pistola, che riteneva meno insidiosa. Il cronista obietta che un combattimento al fioretto con quelle modalità non era considerato un duello all’ultimo sangue in Francia; tale rilievo non cancella tuttavia il pericolo reale delle armi prescelte.
Il giorno seguente, 19 febbraio, i due uomini si portarono in territorio belga, a ridosso del confine, nei dintorni di Adinkerke. Li accompagnavano i testimoni e un medico militare. Il sorteggio stabilì i posti e le armi; Dekeirel ottenne, stando alla cronaca, la posizione ritenuta più vantaggiosa. I duellanti si spogliarono fino alla camicia e ai calzoni. Chapuis chiese di poter conservare una sottile cintura di cuoio che gli reggeva i pantaloni; la richiesta fu accolta. Tali dettagli furono poi prodotti a dibattimento per descrivere le condizioni dello scontro, pur non costituendo di per sé la prova di una volontà omicida.
Al primo assalto, Dekeirel passò all’attacco. Dopo alcune finte, Chapuis pretese di averlo toccato a una gamba. Dekeirel negò. Si calò i pantaloni e il medico ne esaminò la pelle: non apparve alcuna lesione. Il Pitaval riferisce che l’accusato sospettò allora che Chapuis cercasse un pretesto per accertarsi che egli non indossasse una corazza sotto i vestiti. Il duello riprese.
La seconda battuta fu così rapida che i ricordi ne rimasero divisi. Baubouin, testimone di Chapuis, dichiarò di aver visto la mano sinistra di Dekeirel staccarsi dal dorso e percuotere la lama avversaria per scostarla, proprio nel momento in cui il commerciante affondava il colpo con la destra. Ritenne che altrimenti il tenente avrebbe ferito il rivale. Ai suoi occhi, il gesto violava le regole della scherma. Guillonnet, l’altro testimone di Chapuis, affermò che Dekeirel aveva afferrato il fioretto del tenente con la sinistra prima di colpirlo sotto il petto; anch’egli reputava il gesto scorretto e l’attacco premeditato.
I testimoni di Dekeirel non confermarono questa lettura. Heyße vide la mano muoversi, ma ritenne che il contatto con la lama fosse stato involontario. Bates non poté giurare che Dekeirel avesse toccato o trattenuto l’arma; descrisse un movimento meccanico, dovuto alla confusione del corpo a corpo. Il medico militare, che aveva scorto un movimento della sinistra, non seppe specificarne la natura. Il testo non accusa alcun testimone di falsa testimonianza; nondimeno, le loro deposizioni non consentono di ricostruire la traiettoria esatta di ciascun braccio.
Chapuis fu raggiunto gravemente al fegato. Il resoconto gli attribuisce un’immediata reazione: rimproverò a Dekeirel di avergli trattenuto il fioretto e qualificò il fatto come un assassinio. Dekeirel respinse subito l’accusa. Riportava anch’egli una scalfittura all’indice sinistro. Per la difesa, essa dimostrava che la mano poteva aver urtato la lama in una parata d’istinto; per l’accusa, confortava l’ipotesi di una presa sull’arma. Tre medici discussero in seguito della forma e della sede della lesione: stimarono che il filo avesse colpito il dito, ma i loro referti non provavano affatto che l’intera mano avesse serrato la lama.
Chapuis spirò pochi giorni dopo. La morte non dissipò l’incertezza sull’azione che aveva preceduto la ferita, ed è precisamente su tale penombra che si concentrò il dibattimento. Dekeirel comparve dinanzi alla Corte d’assise di Douai nell’ultima settimana di maggio del 1885, sotto l’imputazione di omicidio volontario, che il resoconto riferisce essere stata modificata nel corso del processo. La questione non verteva unicamente sull’atto materiale di aver colpito a morte Chapuis: il colpo non era in discussione. Si trattava di stabilire se avesse deliberatamente deviato l’arma del contendente violando una norma pattuita o riconosciuta, e se tale trasgressione potesse configurare una responsabilità penale.
I maestri d’arme si divisero sull’uso della mano sinistra. Taluni ne condannavano l’impiego per scostare la punta prima di colpire; altri sostenevano che la difesa riflessa appartenesse alla tradizione di varie scuole schermistiche. Il problema oltrepassava la tecnica: se il codice cavalleresco non godeva di un’interpretazione unanime, come si poteva ravvisarvi una trasgressione dolosa?
Paul de Cassagnac e Anatole de la Forge, le cui perizie erano circolate prima dell’udienza, sostenevano un rigore inflessibile: servirsi della mano libera per deviare la spada rendeva lo scontro sleale, se non delittuoso. Altri maestri opponevano che una parata istintiva non andava confusa con un disegno premeditato. I periti settori, dal canto loro, potevano descrivere una ferita al dito, non certo ricostruire da soli le dinamiche corporee dei due avversari. Il cronista riporta questi pareri e poi si pronuncia egli stesso in favore di Dekeirel: è questo un giudizio proprio del Pitaval, che non va confuso con una conclusione storica imparziale.
L’accusa si fondò sulle testimonianze di Baubouin e Guillonnet, sulle ultime proteste di Chapuis e sull’autorità dei trattatisti che interdicevano l’uso della mano sinistra. La difesa invocò la repentinità dell’assalto, le discordanze dei testimoni oculari, l’assenza di una regola codificata e vincolante e l’eventualità di un riflesso protettivo. Fece altresì valere che il taglio al dito di Dekeirel era compatibile con un urto violento contro la lama, senza per questo dimostrare che egli l’avesse impugnata per disarmare la vittima.
Ai giurati vennero sottoposti due quesiti: Dekeirel era colpevole di omicidio volontario? In subordine, aveva egli sferrato volontariamente colpi o inferto ferite a Chapuis, provocandone la morte? Secondo la cronaca, la giuria rientrò dopo appena un quarto d’ora con due responsi negativi. L’esito fu dunque l’assoluzione piena. L’Annuaire du duel del 1891 attesta lo scontro mortale del 19 febbraio, ma nulla dice circa l’esito processuale.
La vicenda, pertanto, non dimostra che il gesto di Dekeirel fosse privo di intenzione; mostra soltanto che i giurati esclusero sia l’omicidio sia le lesioni volontarie rispetto ai termini della legge. Il Pitaval converte questo verdetto in un’arringa contro il duello: se le norme dell’onore sono incerte, suggerisce, non possono costituire il fondamento per punire un uomo per una colpa dolosa che l’istruttoria non ha provato. Ma una simile tesi lascia intatta la domanda più scarna e più terribile: perché due uomini, dopo un diverbio da caffè e una riconciliazione fallita, credettero di dover affidare il proprio destino alla punta di una spada?
