A Lecci, un’aspra lite di confini aveva scavato un solco tra le famiglie Furioli e Cirindini prima ancora che la Corte d’assise della Corsica fosse chiamata a giudicare due uomini per complicità in un duplice omicidio. Tra l’antica contesa e il verdetto del maggio 1899, il resoconto della Gazette lascia affiorare narrazioni che non combaciano mai del tutto: un atto d’accusa, degli alibi, le parole attribuite a un moribondo e testimoni incapaci di accordarsi persino sull’ora in cui spuntò il giorno.
La rottura risaliva, secondo l’accusa, a una controversia di proprietà tra i due casati. Il 21 marzo 1894, recitava l’atto, Marc-Marie Cirindini era caduto sotto i colpi degli avversari, mentre Martin e Jacques Cirindini ne erano usciti feriti. Tre fratelli Furioli — Vincent, Jean e Jacques — furono in seguito condannati ai lavori forzati per quell’aggressione; François venne assolto. La Gazette registra questa prima condanna come l’origine di un rinnovato rancore. Nondimeno, durante il proprio interrogatorio, Martin Cirindini ricondusse il ferimento a una vicenda del 1895. Le due date convivono nelle medesime colonne del giornale; nulla, nelle pagine pervenute, consente di conciliarle.
La pena inflitta ai Furioli parve dapprima aver sopito gli animi. L’accusa sosteneva tuttavia che due dei Cirindini, spalleggiati dai congiunti Marc-Marie e Joseph Nicoli, avessero presto proferito nuove minacce, sebbene l’atto omettesse di precisarne i nomi. Jacques Cirindini sollecitò quindi un abboccamento pacificatore con Angelin Furioli. Si incontrarono a Croce di Lecci nell’aprile del 1898 e convennero, stando alla pubblica accusa, di attendere liberamente ai propri affari e di convivere in buona armonia. Di questo patto non v’è traccia se non nel racconto della magistratura inquirente; la medesima accusa gli attribuiva un intento simulatorio, imputando ai Cirindini un premeditato disegno di vendetta.
La sera del 21 aprile 1898, François Furioli e il fratello minore Baptiste, di appena sedici anni, si incamminarono verso Capo di Lecci per congedarsi da alcuni parenti in procinto di partire. Vi trascorsero la notte. All’indomani ripresero la via del ritorno, accompagnati da Jacques-André Furioli, ufficiale esattore. L’atto li faceva transitare da Furnello, dove sei uomini si sarebbero appostati dietro un muretto a secco lungo la strada; alcune feritoie praticate nella pietra avrebbero fatto da feritoia per le armi. Al sopraggiungere dei tre viandanti, gli assalitori avrebbero fatto fuoco all’unisono.
I due fratelli furono colpiti a morte. La cronaca riferisce che Baptiste ebbe il tempo di contare e riconoscere gli uomini in agguato. François fu rinvenuto agonizzante, con il fucile ancora stretto in pugno; Baptiste sopravvisse tre ore alle ferite. La Gazette riporta che il giovane indicò i colpevoli ai gendarmi incontrati durante il trasporto, ripetendo poi i nomi ai familiari. Tali parole, decisive per il castello accusatorio, giungono a noi filtrate dal giornale e dalle deposizioni: non esiste alcuna dichiarazione raccolta direttamente dalla voce di Baptiste.
Occorre inoltre soffermarsi su una data a stampa che altera la sequenza dei fatti. Il testimone Jacques-André Furioli viene descritto mentre accompagna le vittime «la mattina del 22 febbraio», laddove i paragrafi precedenti collocano la partenza al 21 aprile e il rientro al giorno successivo. Conserviamo tale lezione testuale senza correggerla. Altre deposizioni divergono sulla luce dell’alba: Michel Poli dichiara che il sole non era ancora sorto quando si imbatté in Baptiste; Clorinde Michelangeli sostiene che fosse già alto; Paul Poli colloca le detonazioni tra le cinque e le cinque e mezza, affermando poi che il sole era già levato al momento degli spari. L’ora precisa della sparatoria resta dunque avvolta nell’incertezza.
Il padre delle vittime, Angelin Furioli, rievocò gli antichi odi, incapace però di riferire alcunché sulle circostanze materiali dell’assalto. Jérômine Furioli, la madre, disse che il figlio le aveva fatto espressamente il nome di André Cirindini. Dusoline Furioli, cognata dei caduti e cugina di André, riferì parimenti che Baptiste avrebbe accusato quest’ultimo. Entrambe le donne non avevano assistito all’agguato: ripetevano le parole attribuite al ferito. Jacques-André, che camminava a fianco dei fratelli, aveva udito dapprima due colpi, poi altri otto o nove; François gli avrebbe gridato «Salvai!». Baptiste avrebbe affrontato i tiratori a viso aperto. Il testimone aggiunse di non aver visto nulla, tutto intento a fuggire.
Michel Poli, accorso al rumore degli spari, incrociò Baptiste, il quale gli avrebbe detto che «tutti elli» erano i suoi assassini, senza fare nomi. François Pietri, vicino del sindaco, fu inviato a soccorrere i due giovani. Trovò François già cadavere, poi aiutò a trasportare Baptiste. La gendarmeria fermò il corteo e raccolse, secondo la cronaca, la deposizione del moribondo che incolpava sei aggressori. Così, alcune voci riportavano nomi precisi, altre un’accusa generica e corale; molti avevano udito il fuoco, ma nessuno aveva scorto i tiratori.
All’apertura del dibattimento comparvero soltanto due imputati: Martin Cirindini, sessantacinquenne, e André Cirindini, di ventinove anni, genero di Jacques. Altri quattro individui risultavano implicati stando all’impianto iniziale, ma rimasero assenti dal banco degli accusati. La pubblica accusa sosteneva che i due presenti avessero preso parte all’azione concertata, quantunque i loro spostamenti sembrassero collocarli altrove al momento della sparatoria.
Martin spiegò di essersi recato da Sainte-Lucie de Porto-Vecchio a Porto-Vecchio passando per Traggio, dove Joseph Nicoli doveva sbrigare alcune faccende domestiche. Negò ogni addebito. La Gazette lo dipingeva come un uomo incensurato e dai buoni precedenti, pur rimarcandone l’indole fiera e superba; segnalava inoltre la vecchia ferita al braccio, da cui non era stato possibile estrarre i pallettoni, che gli rendeva oltremodo malagevole l’uso della mano. André asseriva di trovarsi a Sainte-Lucie alle dieci di sera e di essere partito di buon’ora per Conca, dove la zia era appena giunta. Alcuni testimoni lo avevano incrociato lungo il tragitto. L’accusa ribatteva che tale itinerario non ne escludeva la presenza a Furnello prima della partenza.
I due uomini protestarono con forza la propria innocenza, adducendo testimonianze a sostegno dell’alibi. Di contro stavano le parole attribuite a Baptiste, le antiche faide e la tesi della correità. Il padre delle vittime nulla poteva chiarire sulla dinamica; il compagno di strada non aveva veduto alcuno; le testimonianze dei parenti poggiavano unicamente sulle dichiarazioni del morente. La solidità dell’accusa risiedeva nella convergenza di quegli indizi, quella degli alibi nei luoghi in cui Martin e André erano stati effettivamente avvistati. La cronaca non riferisce i dettagli dei singoli confronti, né i quesiti specifici risolti dalla giuria.
L’avvocato Nivaggioli perorò la causa di Augustin Furioli, costituitosi parte civile; il procuratore generale Angeli sostenne l’accusa; gli avvocati Decori e Maestracci assunsero la difesa degli imputati. La giuria li dichiarò colpevoli di complicità nel duplice assassinio commesso ai danni di «Baptiste François Furioli» — il dispositivo stampa i due nomi senza congiunzione — accordando loro le circostanze attenuanti. La Corte condannò Martin a vent’anni di reclusione e André a vent’anni di lavori forzati, oltre al pagamento di un franco a titolo di risarcimento danni in favore di Angelin Furioli.
Il titolo della Gazette parlava di duplice assassinio e il verdetto a stampa lo ribadiva; tuttavia la formula che designa le vittime, tronca o singolare al nostro sguardo, resta quella fissata dal giornale. La sentenza chiude le colonne pervenute. Nulla vi si dice di un eventuale ricorso in cassazione, di una grazia o della sorte toccata ai condannati. Ciò che resta è una pronuncia di complicità emessa contro due soli imputati presenti, al termine di un processo in cui le testimonianze, i fantasmi di una vendetta di sangue e gli alibi non sono valsi a dissipare le ombre e le discordanze del racconto.
