Occorsero più di due anni di galera perché l’uomo condannato sotto il nome di Guillaume Babilot fosse infine restituito a quello di Remy Baronet. Prima della partenza per la catena, era stato trascinato davanti al tribunale, marchiato a fuoco e rinchiuso come falsario e spogliatore d'eredità; dopo l’arresto del 26 agosto 1778, tali imputazioni vennero cancellate dal Parlamento di Parigi, che lo prosciolse dalle querele e dalle condanne pronunciate a suo carico. Tra i due estremi si consumarono una successione contesa, un presunto riconoscimento paterno e una procedura che aveva rifiutato di ascoltare i testimoni indicati dall’imputato.
Remy Baronet era nato nel 1717 a Saint-Hilaire-le-Petit, nella diocesi di Reims, figlio di un bracciante. Nel 1742, senza aver appreso alcun mestiere e ormai fuori età per cominciarne uno, era entrato a servizio domestico. Per ventidue anni aveva lavorato presso diversi padroni, in città e villaggi differenti. Quella lontananza lo tenne estraneo agli affari di famiglia fino al 1764, quando apprese che la sorella germana, Françoise, vedova di Quentin Lamort, aveva ottenuto una sentenza che la immetteva nel possesso dei beni a lui spettanti nell’eredità materna.
Remy Aubert, marito della sorella uterina Nicole Carnot, andò a cercarlo a Saint-Thibaut. I due uomini liquidarono la quota di Baronet, il quale cedette al cognato i propri diritti successori per cinquecento lire. Aubert notificò l’atto alla vedova Lamort; costei rifiutò di darvi esecuzione, sostenendo che il venditore non fosse suo fratello, bensì un impostore che ne aveva usurpato il nome. Il contratto la privava del godimento di un bene di cui si era abituata a disporre durante la lunga assenza di Remy; l’identità del venditore divenne dunque il perno attorno al quale si strinse il processo.
Per troncare ogni contestazione, Aubert esortò Baronet a fare ritorno al villaggio e a farsi riconoscere dai propri congiunti. La domenica 17 giugno 1764, Remy si presentò alla chiesa parrocchiale di Saint-Hilaire. Diversi abitanti lo riconobbero; sei di essi fecero verbalizzare la propria dichiarazione dal notaio del luogo. Il giudice, preso atto dell’atto di notorietà, ordinò l’esecuzione della vendita e respinse le pretese della vedova.
Tale pronuncia non pose fine alla contesa. La vedova Lamort interpose appello al baliaggio di Reims e querelò di falso il contratto. Champagnac afferma che ella volle far passare Remy per il figlio di un vignaiolo di Avaux-le-Château, François Babilot, il cui figlio Guillaume era scomparso da diversi anni. Secondo il cronista, la donna si accordò con il curato Roland, affine del marito, e fece invitare Baronet a recarsi presso la sua dimora. Baronet vi andò senza diffidenza, accompagnato da Aubert.
Era appena giunto quando entrò François Babilot padre, seguito da varie persone. Questi squadrò Baronet e dichiarò di riconoscerlo per proprio figlio. Remy negò all’istante: non conosceva quell’uomo e non era suo figlio. Babilot invocò allora una voglia di nascita che Guillaume avrebbe dovuto portare sulla coscia. Baronet mostrò le gambe; furono esaminate e non vi si riscontrò la macchia annunciata. Questo solo particolare avrebbe dovuto vanificare il preteso riconoscimento. Al contrario, alcuni testimoni percorsero il villaggio ripetendo che il padre aveva riconosciuto il figlio, tacendo la verifica che ne smentiva il racconto.
Babilot volle in seguito ritrattare, ma la moglie gliene impedì, secondo la cronaca. La diceria si era già diffusa, trovando orecchie ben disposte a ritenerla vera. La vedova Lamort insistette: l’uomo che aveva sottoscritto la vendita sotto il nome di Remy Baronet era Guillaume Babilot, ricomparso dopo una lunga assenza e usurpatore dell’identità dell’erede. Il 18 marzo 1769, il baliaggio annullò l’atto di vendita, vietò a Baronet di portare quel nome e ne ordinò la cattura.
Remy propose appello e fu condotto nelle carceri di Reims. In novembre evase approfittando di una falla aperta da altri detenuti. Si rifugiò presso Aubert, vi fu nuovamente arrestato, e nel 1770 si ammalò di scorbuto. Il giudice ne dispose il trasferimento alla Conciergerie. Il 5 maggio una sentenza lo ammise all’appello contro la procedura straordinaria del baliaggio. Trascorse oltre un anno alla Conciergerie prima di essere rinviato dinanzi ai primi giudici per l’istruzione della causa. Ricondotto nelle carceri di Reims, evase una seconda volta, riparò ancora a casa di Aubert e vi fu catturato di nuovo.
La nuova istruzione non aprì, secondo la cronaca, l’inchiesta in contraddittorio che Baronet reclamava. Ci si limitò a risentire e a confrontare i testimoni già escussi. Egli chiese ulteriori accertamenti e indicò le persone che intendeva far esaminare; le sue istanze furono respinte. Il 29 ottobre 1773 il baliaggio pronunciò la sentenza definitiva: sotto il nome di Guillaume Babilot, veniva dichiarato falsario e usurpatore di eredità. Avrebbe dovuto fare amenda onorevole, scalzo e in camicia, con la corda al collo e una torcia in pugno, portare un cartello infamante, essere marchiato a fuoco e condotto alle galere a vita.
Una richiesta di grazia rinnovò l'istanza di supplemento d’indagine, ma non fu accolta. Il 14 gennaio 1774 la condanna fu confermata e Baronet, cinto di ferri, tornò nelle prigioni di Reims. Giunto il giorno dell’esecuzione, fu consegnato al boia, condotto in mezzo al popolo e costretto a dichiarare di aver maliziosamente dismesso il nome di Babilot per assumere quello di Baronet. Doveva implorare il perdono di Dio, del re e della giustizia. La cronaca riferisce che rifiutò di pronunciare le ultime parole, poiché equivalevano ad ammettere la colpa che egli negava.
Il carnefice affondò il ferro rovente fino all’osso, secondo quanto scrive Champagnac. Baronet fu ricondotto in prigione, marchiato e privato dei diritti civili, per poi essere consegnato al capitano della catena, il signor Prevots. Costui lo scortò a Parigi e lo rinchiuse nella torre Saint-Bernard con l'identità giudiziaria di Guillaume Babilot. Una sorella di Guillaume, Laurence, che serviva a Parigi, seppe della sua presenza. Si recò alla torre e incontrò l’uomo che gli atti qualificavano come suo fratello.
Il carceriere, la consorte e vari convitati assistettero al colloquio. Interrogato sul legame che lo univa a Laurence, Baronet rispose di non conoscerla. La donna dichiarò a sua volta di non conoscere quell’uomo, che egli non presentava alcuna somiglianza con Guillaume e che suo fratello era di bella presenza, mentre il prigioniero era gobbo. Concluse che era stato condannato un innocente e che quella condanna era priva di senso. In quel momento, la procedura gli aveva sottratto il nome; eppure la sorella dell’uomo di cui si presumeva avesse rubato l’identità rifiutava ella stessa di ravvisare in lui il proprio sangue.
Baronet fu nondimeno instradato verso le galere. Per più di due anni condivise il travaglio e l’abiezione dei forzati. Alcuni cittadini convinti della sua innocenza portarono la sua doglianza fino alle supreme autorità; la revisione fu affidata al Parlamento di Parigi. Fu sciolto dalla catena e ricondotto alla Conciergerie. La cronaca rammenta allora le sue lacrime di gioia e la speranza di far risplendere la verità: poteva finalmente essere ascoltato da una corte chiamata a riesaminare l’intera causa.
L’arresto del 26 agosto 1778 lo sciolse dalle querele e dalle imputazioni mosse contro di lui, nonché dalle condanne pronunciate dal baliaggio di Reims sotto il nome di Guillaume Babilot. Il Parlamento gli restituì il suo nome e i suoi diritti civili. Tale decisione ristabiliva solennemente l’identità che l’atto notarile del 1764 e i sei abitanti di Saint-Hilaire avevano già attestato, ma che la sentenza penale aveva cancellato. Il racconto non si sofferma su tutti i passaggi della revisione né sulla sorte degli altri personaggi coinvolti; si limita a mostrare il compimento giudiziario del calvario di Baronet.
Un’eredità di cinquecento lire aveva così condotto un uomo da un borgo della Champagne alle carceri di Reims, alla Conciergerie e infine al remo. Era comparso da accusato per aver rubato il nome altrui, mentre il riconoscimento opposto a suo carico riposava su un segno che l'esame corporale non aveva rinvenuto e su voci sparse decurtate del loro dato essenziale. I compaesani che avevano riconosciuto Baronet, i testimoni che avevano assistito alla verifica e Laurence, che non aveva ravvisato in lui il fratello, costituivano altrettante voci che i magistrati non avevano voluto accogliere. Fu soltanto dopo l'infamia del marchio e gli anni di catena che la corte restituì a Remy Baronet ciò che la procedura gli aveva tolto: il suo nome.
