Vai al contenuto
Maison BeaulieuMAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · GASTRONOMIA E ARCHIVI STORICI
Giustizia e scandali · Francia

Il volto sotto la maschera

Corsica, 1810. Un sacerdote viene assassinato lungo la strada per una conciliazione familiare. Il cugino Joseph è condannato a morte malgrado un alibi; un secondo giudizio ribalta la vicenda.

L’affitto agrario non arrivava a quaranta franchi. Bastava per riunire dei parenti davanti a un giudice di pace; sarebbe presto bastato, nel castello di un’accusa, a spiegare un assassinio. Tra l’uno e l’altro passaggio vi furono un vecchio ucciso lungo una via, un testimone che non riconosceva l’omicida e quella singolare facilità con cui un antico rancore può fare le veci di un volto. Joseph Fabiani rischiò di pagare con la testa la distanza che separa ciò che si sapeva da ciò che si riteneva verosimile.

Jean Fabiani, prete di Aregno, aveva settantotto anni. Il 15 maggio 1810 doveva incontrare alcuni membri della sua famiglia presso Delarosa, giudice di pace del cantone. Una transazione stipulata nel 1792 aveva composto le sue divergenze con il cugino Dominico; dopo la morte di quest’ultimo, rimaneva una difficoltà con i figli di lui, Joseph e Guerino. Riguardava le modalità di corresponsione della rendita di una terra. Si era convenuto di giungere a un accordo. Il vecchio contratto esigeva un chiarimento, non un nuovo processo.

Joseph incaricò Guerino di rappresentarlo. Moretti, loro zio materno, doveva prender parte alla conciliazione. Nella versione riferita da Champagnac, Joseph partì prima dell’alba per lavorare al carbone alla Paratella; il fratello si presentò verso le dieci dal giudice di pace. Il sacerdote non giunse mai. Una ragazza venne ad annunciare che era morto cadendo da cavallo, vicino ad Algaiola. Guerino uscì per avvertire lo zio, poi fece ritorno a Lavatoggio. A quel primo resoconto d’un accidente succedette ben presto una notizia di tutt’altra gravità.

Negretti, nipote dell’estinto, lo aveva accompagnato. Raccontò che un uomo appostato dietro un muretto aveva fatto fuoco sul vecchio, per poi mostrarsi a una dozzina di passi. L’uomo portava una maschera. Aveva fatto un gesto minaccioso prima di allontanarsi. Negretti indicava il colore della giacca, ma dichiarava di non averlo riconosciuto. Una presenza, un abito, una minaccia: la testimonianza offriva questi elementi. Non offriva ancora un nome che il suo autore potesse sostenere con la certezza di un riconoscimento.

Eppure, i nomi affiorarono in fretta. Joseph divenne l’autore presunto del delitto, Guerino il complice. Delarosa scrisse al sottoprefetto di Calvi, Ginbeca, prima ancora, stando alla raccolta storica, di aver proceduto alla ricognizione del cadavere. Invocava l’opinione pubblica e annunciava passi presso il comando militare per far arrestare i due fratelli. Li supponeva rifugiati da parenti o amici. In quella missiva, Joseph non era già più soltanto un uomo ricercato per essere interrogato: veniva additato come colui che aveva sparato.

Il testo di Champagnac, dato alle stampe molto tempo dopo i fatti, prende vivamente le parti degli accusati. Denuncia i vincoli di parentela che univano Negretti al giudice di pace e al sottoprefetto, scorgendo nei loro atti un’accusa concertata. Ciò che riproduce dei verbali mostra a ogni modo una direzione imboccata assai presto: gli inquirenti cercavano attorno ai Fabiani. La questione non consisteva più nello scoprire quale uomo avesse atteso il sacerdote al varco. Consisteva nell’adunare tutto ciò che potesse legare i due fratelli a quell’ombra.

La casa fu circondata dalla gendarmeria durante la notte. Joseph e Guerino fuggirono. Qualche giorno più tardi, Joseph venne arrestato al proprio domicilio, dov’era rientrato; Guerino restava irreperibile. Per l’accusa, la fuga confermava il sospetto. Per il difensore che il cronista si fa, il ritorno di Joseph rivelava all’opposto una coscienza tranquilla. Un medesimo moto poteva così nutrire due narrazioni inconciliabili. Ma né il timore dinanzi ai gendarmi né il rientro tra le mura domestiche valevano, da soli, a nominare l’autore d’una schioppettata.

I reperti dovevano supplire a tale difetto. Due pallottole erano state estratte dal corpo. Una tabacchiera e un frammento di carta furono parimenti acclusi agli atti; la carta era stata scoperta due giorni dopo l’omicidio, a una cinquantina di passi dal luogo. Delarosa vi scorgeva un brandello della maschera. La tabacchiera, si presumeva, era scivolata dalla tasca dell’assassino. Si esibì anche una bozza di citazione attribuita al sacerdote, volta a dare alla contesa familiare la consistenza d’una minaccia ancora operante.

Le raccomandazioni del giudice battevano pure sui discorsi d’un tempo e sulla reputazione dei fratelli. I testimoni dovevano riferire quanto avevano inteso dire. Senonché una diceria ripetuta da molte bocche poteva generare l’illusione di molteplici origini, senza che alcuno avesse visto di più. Joseph si trovava a dover rispondere non solo della sua giornata alla Paratella, ma d’un’opinione che pareva precederlo ovunque l’istruttoria movesse i suoi passi.

La piccola scatola occupò un grande spazio. Alcune persone dichiararono che Joseph ne possedeva una simile, o che quella gli apparteneva. In una lettera del 25 maggio, il giudice di pace caldeggiava un teste da cui si attendeva che riconoscesse persino il tabacco. Tale minuzia dovette apparire decisiva; essa dà soprattutto la misura dell’aspettativa riposta nelle cose. Una scatola comune diventava quasi una firma. Bisognava tuttavia che il riconoscimento reggesse all’udienza, là dove le somiglianze si discutono dinanzi all’uomo che accusano.

Joseph chiese la ricusazione di alcuni magistrati di Bastia che affermava imparentati o alleati dei suoi accusatori. La sua istanza fu respinta. Dovette rispondere, unico presente tra i due fratelli, a una costruzione che allineava la lite per il denaro, la fuga, gli oggetti sequestrati e finanche le inclinazioni attribuite al padre. Un testimone imputava a Dominico l’antico proposito di sopprimere il prete: i figli ne avrebbero ricevuto il disegno in eredità. In questa controversia d’affitto, l’accusa faceva dunque circolare anche una successione di odi che la difesa contestava.

Joseph opponeva un alibi circostanziato. Diversi testimoni asserivano di averlo visto, la mattina del delitto, alla Paratella, distante, stando al resoconto, sette leghe dal luogo del crimine. Jean Petrucci riferiva dal canto suo che Negretti aveva evocato un altro individuo a cui l’assassino gli avrebbe fatto pensare. Il testimone diretto non recava dunque quel riconoscimento mancato al principio; le sue dichiarazioni allargavano ancora la distanza tra il sospettato e l’uomo intravisto.

Anche la tabacchiera resse male al dibattimento. Nessuno, riferisce Champagnac, la riconobbe allora formalmente come quella dell’imputato. Joseph ne mostrò un’altra, che alcuni testimoni dichiararono di conoscergli da un anno. Quanto a un’aggressione notturna imputata ai due fratelli da Jean-François Vincentelli, la difesa sostenne che egli confondeva persone e date: il litigio risaliva a un’epoca anteriore alla transazione del 1792 e riguardava il loro genitore. Due parroci attestarono le buone relazioni che ne erano seguite. Il passato, convocato a mo’ di prova, si lasciava ordinare assai meno docilmente di quanto si fosse sperato.

Il 30 dicembre 1810, la corte speciale condannò nondimeno Joseph a morte. Assolse Guerino, giudicato in contumacia. I fratelli non furono dunque raggiunti da una medesima condanna, a dispetto dell’accusa comune. Champagnac descrive la commozione del pubblico di fronte alla pena inflitta al primo. Per Joseph, non si trattava più di far preferire un racconto a un altro dinanzi a quei magistrati: bisognava ottenere che una nuova giurisdizione potesse riesaminare la causa. Una vita dipendeva oramai dai vizi capaci di schiudere quel secondo vaglio.

Il 14 marzo 1811, il supremo collegio cassò la sentenza per violazione delle forme legali e rinviò la causa ad Ajaccio, dinanzi alla corte speciale del Liamone. Quell’annullamento non designava un diverso omicida; rendeva possibile un nuovo giudizio. Il 7 giugno, Joseph Fabiani fu assolto all’unanimità, conformemente alle conclusioni del pubblico ministero. Il racconto si chiude su questa decisione. Jean Fabiani era stato assassinato; il cugino superstite era stato condannato e poi prosciolto. Tra l’estinto e l’uomo scampato alla forca, restava una maschera alla quale la giustizia non aveva saputo dare un volto.

Da questo caso potrebbe nascere un libro

Aiutaci a scegliere il nostro prossimo libro

Hai appena letto il racconto completo di questo caso storico. Ci ispira tre progetti narrativi ancora da scrivere. Quale vorresti veder nascere? Il tuo voto guiderà AB Éditions.

racconto lungo

La testimone delle alture

Un racconto di finzione seguirebbe una carbonaia chiamata a confermare l’alibi di un vicino che detesta. Lo ha scorto sul luogo di lavoro, ma riconoscerlo la costringerebbe a spiegare perché ella stessa si trovasse in un fondo interdetto. Nell’arco di una sola giornata, cercherebbe il modo di parlare senza tradire il segreto di un’altra donna. I personaggi sarebbero d’invenzione e l’epilogo compiuto. Vi piacerebbe leggere questo racconto in cui dire la verità non esige di amare colui che essa salverà, ma di acconsentire al prezzo che impone a chi la pronuncia?

Caricamento dei voti…

romanzo

La scatola del cugino

Un romanzo originale avrebbe per protagonista una venditrice di tabacco le cui scatole si somigliano tutte. Una delle sue vendite diventa il reperto decisivo in un’accusa di omicidio; il suo registro permetterebbe di confutarla, ma rivela pure i debiti inconfessabili del magistrato incaricato dell’istruttoria. Dovrà ritrovare i propri acquirenti prima che ciascuno apprenda quale risposta ci si attenda da lui. La causa, i luoghi e i personaggi sarebbero fittizi. Desiderereste questo romanzo in cui una donna senza potere scopre che i suoi libri contabili pesano più di una reputazione, purché riescano a varcare la soglia del tribunale?

Caricamento dei voti…

trilogia

I debiti del villaggio

Tre romanzi di finzione accompagnerebbero i discendenti di una stirpe divisa da un verdetto. Il primo seguirebbe un’incriminazione imbastita su una vecchia transazione; il secondo, un’ereditiera che scopre come la riconciliazione fosse stata comprata; il terzo, un maestro di scuola che cerca chi abbia falsificato le memorie tramandate ai fanciulli. Ciascun volume offrirebbe un’indagine e una conclusione proprie, con personaggi inventati. Sareste interessati a questa trilogia in cui le generazioni ereditano meno le terre che i racconti fabbricati per serbarle, e dove rendere giustizia esige infine di perdere una parte del proprio patrimonio?

Caricamento dei voti…

Una scelta per caso su questo browser, modificabile e revocabile. I progetti più sostenuti nutriranno le nostre scelte editoriali. Come vengono conservate le scelte.

Scopri gli altri progetti nel Salone →
Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Fonte retrospettiva del 1833, favorevole agli imputati; escluse le invettive generiche contro i corsi. L’intesa tra i magistrati è ascritta alla raccolta storica, non accertata quale censura giudiziaria della loro condotta. Il titolo del capitolo asserisce imputati condannati, ma il testo a p. 220 condanna unicamente Joseph e assolve Guerino contumace. Apertura dei dibattimenti indicata al 30 maggio a p. 217, sentenza del 30 dicembre 1810 a p. 220: apertura omessa. Cassazione il 14 marzo 1811 per vizi di forma, assoluzione il 7 giugno 1811; esecutore dell’omicidio non identificato in questa sede. Alibi e tabacchiera discendono dalle testimonianze riferite. La comparazione di statura di pagina 219 presenta un referente ambiguo; è stata omessa.

← Tutti i 1.003 casi del Gabinetto