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Giustizia e scandali · Francia

Il padre caduto sulla via dell'orto

Montbrison, 1775-1777. Una lite patrimoniale oppone Chassagneux al figlio Claude Laverney; pochi mesi dopo un violento alterco, il padre muore cadendo lungo un sentiero. Le voci pubbliche accusano il figlio, la nuora e un bracciante. La cronaca si arresta dopo la scarcerazione di due imputati, senza che sia tramandata la sentenza definitiva.

Prima che il sangue di Chassagneux macchiasse una pietra del sentiero, il figlio cadetto aveva già ricevuto da lui ripetute minacce di morte. Una contesa d'interessi aveva diviso il padre dai figli; una caduta repentina trasformò presto quell'astio domestico in un'imputazione di parricidio. A Montbrison, i sospetti corsero più veloci dei fatti, e un uomo che si era adoperato per difendere la propria sposa si ritrovò gettato in carcere insieme a lei e al loro bracciante, mentre un decesso avvenuto sotto gli occhi dei passanti assumeva, nei discorsi della cittadinanza, la fisionomia d'un omicidio.

Chassagneux aveva due figli. Il primogenito, sposatosi nel 1771, aveva percepito quindicimila lire e acquistato una carica di procuratore che lo aveva allontanato dal focolare paterno. Dopo aver rotto i rapporti con lui, il padre offrì i propri beni al secondogenito, Claude, a patto che questi si prendesse cura di lui e della consorte. Claude, che si faceva chiamare Laverney, aveva ventiquattr'anni quando impalmò la signorina Poyet, nel giugno del 1772. Chassagneux cedette ogni cosa, stabili e masserizie. Quanti avevano negoziato le nozze temettero le conseguenze di una spoliazione tanto assoluta; una clausola riservò al vecchio, in caso di discordia, l'usufrutto della tenuta di Saint-Romain-le-Puy e il godimento della metà dei mobili della casa di Montbrison.

Dopo aver convissuto per qualche tempo sotto lo stesso tetto, Chassagneux ritrattò la donazione, proclamando di aver voluto castigare il maggiore e non già arricchire il cadetto. Il 25 gennaio 1775, citò Laverney in giudizio per rientrare nell'usufrutto di Saint-Romain. Il figlio acconsentì, confidando che la separazione avrebbe sopito le liti; il padre desistette, ma pretese nuovi patti. Un avvocato assunse il ruolo di mediatore. Laverney, ansioso di mostrare la propria devozione filiale, firmò gli atti predisposti senza leggerli, rimettendone una copia al padre e supplicandolo di rispettarne le clausole.

La conciliazione non portò la pace. Dopo aver consultato dei legali sulla revoca della donazione, Chassagneux apprese che l'ingratitudine della prole poteva giustificare la rescissione del contratto. Il cronista scorge allora nelle sue provocazioni il deliberato disegno di precostituirsi delle prove. L'anziano sottrasse biancheria, argenteria e altre suppellettili; per salvare ciò che restava, Laverney e la moglie chiesero l'apposizione dei sigilli. Chassagneux visse quell'atto come un affronto mortale.

Una notte si levò dal letto, si procurò delle ferite al volto e gridò aiuto dalla finestra, accusando il figlio e la nuora di essersi avventati su di lui. I vicini accorsero. Laverney mancava da casa da oltre due ore e la moglie era rimasta costantemente accanto alla suocera: l'accusa cadde nel vuoto. Champagnac riferisce che il padre architettò altre scene consimili, senza tuttavia riuscire a persuadere il vicinato. Quei fallimenti non smorzarono la violenza delle sue minacce: intimò al figlio otto giorni di tempo per restituire le terre e andarsene, avvertendolo che, in caso contrario, avrebbe fatto perire entrambi i coniugi.

Il 2 febbraio 1775, verso le nove di sera, la cena attendeva Laverney e la consorte. La madre si era appisolata accanto al focolare; i giovani sposi erano scesi in cantina. Durante la loro assenza, stando alla narrazione di Champagnac, Chassagneux versò dell'arsenico nella loro zuppa. Al loro ritorno, raccomandò loro di non destare la madre e li sollecitò a cenare. Mangiarono. Poco dopo, colti da gravissimi malesseri, fecero chiamare la madre e un chirurgo, il quale esaminò gli avanzi del pasto rinvenendovi, stando alla cronaca, tracce d'arsenico. Il vecchio avrebbe persino confessato alla moglie che i figli erano avvelenati. Giunse un sacerdote; il padre tentò di avvicinarsi, ma il confessore lo respinse per prestare soccorso insieme al chirurgo. Non appena ripresero fiato, i due sposi implorarono il medico di tacere, tanto paventavano di veder condannare il genitore al patibolo.

Chassagneux riparò presso il primogenito; la moglie rifiutò di seguirlo. Mentre Laverney e la sposa cercavano faticosamente di rimettersi in salute, si presentò un individuo cencioso, il quale sostenne che Chassagneux aveva tentato di assoldarlo per assassinarli, promettendogli la metà del proprio patrimonio. Laverney gli avrebbe imposto il silenzio, recandosi poi dal procuratore del re, non già per denunciare il presunto crimine, ma per scongiurare le sciagure che presagiva. Il magistrato gli raccomandò prudenza, esortandolo a condurre il padre al suo cospetto alla prima offesa.

Alcuni mesi più tardi, il 14 giugno, Laverney e la moglie si apprestavano a raggiungere il loro orto, fuori dalle porte di Montbrison. Scorsero il padre; Laverney propose dapprima di rincasare per lasciarlo sfilare. La donna si fermò a discorrere con una conoscente. Chassagneux passò più volte davanti alla porta, poi entrò in una locanda. Credendolo ormai lontano, i coniugi si misero in cammino. Fuori città, la giovane donna si voltò e vide il suocero che li pedinava. Ne avvertì il marito. Proseguirono nondimeno verso l'orto, nei pressi del convento dei Cappuccini.

Chassagneux li sorpassò senza rispondere al loro saluto e prese a inveire. Laverney ammonì il genitore che lui e la moglie si sarebbero rifugiati nel convento se non avesse cessato gl'insulti. Il vecchio accelerò il passo; i due rallentarono. Giunto alla cancellata dell'orto, dove lavoravano un bracciante e una domestica, Chassagneux tornò sui propri passi gridando che la loro stessa esistenza gli era d'insopportabile peso. La nuora cercò di ammansirlo. Egli afferrò una pietra e la scagliò verso di lei; una seconda la colpì mentre apriva frettolosamente la porta. Cadde a terra, quasi esanime. Laverney domandò al padre se avesse intenzione di ammazzargli la moglie; per tutta risposta, l'anziano continuò a tirare sassi.

La giovane riprese i sensi e gridò aiuto. Mure, il bracciante, accorse. Al suo cospetto, Laverney additò il padre quale aggressore. Chassagneux fuggì lungo la strada di Curraise urlando che lo volevano assassinare. Mure lo raggiunse e lo afferrò per il bavero, deciso a trascinarlo davanti al procuratore del re. I vignaioli che lavoravano nei campi vicini si erano fatti sotto; Olagnier, uno di loro, biasimò la condotta del padre e s'interpose tra gli uomini. Mure desistette allora dal trattenerlo. Laverney e la moglie rientrarono nell'orto; il vecchio Olagnier riprese il lavoro assieme al figlio.

Gli Olagnier si erano appena allontanati quando Chassagneux barcollò e stramazzò al suolo, battendo il capo contro una pietra di fondazione. Il giovane Olagnier richiamò il padre; entrambi accorsero all'istante verso il vecchio, senza poter fare granché nell'immediato. Sopraggiunse poi Beuvard, un altro vignaiolo, che domandò se fossero stati i figli a colpirlo a morte. Olagnier rispose che non l'avevano neppure toccato. Durante quel colloquio, si notò un lieve fremito alla gamba di Chassagneux. Olagnier affermò allora che non era ancora spirato e invitò Beuvard ad aiutarlo; il moribondo tentò di articolare parola, ma la voce gli morì in gola. Queste testimonianze non componevano ancora una versione unanime; la città ne avrebbe presto intese altre, ben più risolute e terribili.

I coniugi tornarono presso il corpo. La nuora manifestò il timore che il suocero si fosse gettato deliberatamente contro la pietra per far ricadere la colpa su di loro. Beuvard, che li precedette sulla via del ritorno verso Montbrison, non sapeva attestare né la loro colpevolezza né la loro innocenza; il suo resoconto diede la stura alle prime congetture. Altri vignaioli, sopraggiunti dopo aver udito le grida senza aver assistito ai fatti, intesero i singhiozzi della signora Laverney, scorsero il sangue sul volto del defunto e rammentarono le grida d'aiuto. La pubblica voce mutò ben presto quegli indizi in certezze.

Dapprima fedele a quanto visto con i propri occhi, il vecchio Olagnier alterò la propria deposizione sotto l'incalzare delle domande dei curiosi. Altri pretesero d'aver udito Chassagneux invocare soccorso contro i figli, o d'aver visto la coppia scaraventarlo a terra e strangolarlo. Champagnac puntualizza che nessuno osò reiterare simili accuse davanti ai giudici, ma la diceria aveva ormai preso piede. L'avvocato Ardaillon avvertì i due sposi che il clamore popolare avrebbe potuto provocarne l'arresto. Laverney rifiutò di darsi alla fuga: c'erano stati testimoni oculari, obiettava, e non temeva se non coloro che nulla avevano visto.

Dopo averli condotti a desinare, Ardaillon li vide arrestare dalla forza pubblica. Laverney, la consorte e Mure vennero rinchiusi in celle separate; i loro interrogatori coincisero puntualmente. I periti chirurghi rilevarono ferite al volto, ecchimosi sul dorso e una lingua ingrossata, congetturando una percossa e un soffocamento. Non fu eseguita alcuna autopsia; la salma era rimasta esposta per ore al sole cocente. Il chirurgo Louis contestò in seguito che tali riscontri potessero comprovare un delitto, fornendone spiegazioni cliniche alternative.

Dopo oltre un anno d'istruttoria, il 9 agosto 1776 i magistrati di Montbrison condannarono Laverney e Mure a essere provvisoriamente sottoposti alla tortura della corda. Le richieste della pubblica accusa, se accolte in toto, avrebbero condotto i due uomini a essere arrotati vivi e dati alle fiamme, e la signora Laverney a salire sul patibolo. Gl'imputati interposero appello al parlamento di Parigi. Il 20 marzo 1777, la corte sovrana ordinò un supplemento d'istruttoria della durata di un anno a carico di Laverney e della moglie, sospese ogni decisione sul conto di Mure fino al giudizio sui prevenuti principali, e rimise in libertà provvisoria la signora Laverney e il bracciante.

La cronaca lamenta di non poter riferire l'esito finale della causa. Deduce, sulla scorta dell'ordinanza parigina, che i tre accusati siano stati infine assolti; tale supposizione non equivale tuttavia a una sentenza passata in giudicato. Rimangono i fatti nudi e crudi: dopo mesi di aspri dissidi, i coniugi si erano avviati verso l'orto, il vecchio aveva scagliato pietre ed era poi rovinato al suolo lungo la via, dinanzi a testimoni. Narrazioni incerte si erano infarcite di particolari drammatici che nessuno confermò poi sotto giuramento davanti ai magistrati. La libertà restituita alla signora Laverney e a Mure lascia tuttora nell'ombra ciò che la corte decise per Laverney e la sua sposa.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Capitolo III36 esaminato integralmente. Chassagneux muore il 14 giugno 1775 dopo un alterco durante il quale aveva tirato sassi alla signora Laverney; i testimoni menzionati non affermano di aver visto il figlio toccarlo all'atto della caduta. Le deposizioni immediate e le dicerie successive sono accuratamente distinte. L'antica perizia chirurgica poggia sulla sola ispezione esterna, senza dissezione cadaverica; le conclusioni di Louis sono tratte da un consulto medico riportato dalla fonte. Il 9 agosto 1776, Laverney e Mure sono condannati provvisoriamente alla tortura; l'arresto del parlamento di Parigi del 20 marzo 1777 dispone un supplemento d'istruttoria contro Laverney e la moglie, differisce il giudizio su Mure e rimette in libertà la signora Laverney e il bracciante. La cronaca dichiara d'ignorare l'esito definitivo; l'ipotesi di una piena assoluzione rimane congetturale e non viene assunta come dato storico certo. I tentativi d'avvelenamento e il preteso ingaggio di un sicario derivano unicamente dal resoconto di Champagnac, che non fornisce riscontri archivistici autonomi.

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