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Veleni ed eredità · Francia

Il parquet della morta

La Pommerais: un’assicurazione colossale e la fiducia letale di un’antica amante

Fu portato via il parquet della morta.

Ventitré assi di legno entrarono a far parte dell'istruttoria insieme a telerie, flaconi e ai visceri prelevati durante l'autopsia. Provenivano da una camera da letto in rue Bonaparte, dove Julie de Pauw si era spenta il 17 novembre 1863. I rigetti caduti sul pavimento potevano racchiudere ciò che il cadavere rifiutava ancora di restituire. Quell'appartamento, dal quale si era creduto di veder uscire soltanto una bara, custodiva forse un'accusa sotto i passi dei visitatori.

Il medico sospettato si chiamava Désiré Couty de La Pommerais. Aveva curato il marito di Julie prima che questi morisse, per poi diventare l'amante della vedova. Tale familiarità gli schiudeva le porte di una casa in cui il suo arrivo non destava alcun timore. Una ricetta, una spiegazione sul male, un consiglio d'affari potevano essere accolti dalla medesima voce: non v'era alcun bisogno di scindere il terapeuta dall'uomo a cui ci si era legati.

Egli si era tuttavia sposato altrove, con Clotilde Dubizy. La nuova famiglia recava un'agiatezza di cui sperava di godere; eppure ciò non poneva termine ai suoi dissesti. Il tenore di vita del medico, i suoi impegni e i suoi debiti esigevano risorse che la clientela non gli procurava affatto. Nel 1863 riallacciò rapporti più assidui con Julie de Pauw. Quel ritorno assumeva le apparenze di un'attenzione ritrovata. Di lì a poco fu accompagnato da un'operazione assai meno sentimentale.

Furono stipulate polizze sulla vita di Julie presso diverse compagnie, per un ammontare complessivo di cinquecentocinquantamila franchi. I diritti finirono nelle mani di La Pommerais, tenuto a versare i premi e destinato a riscuotere i capitali al momento del decesso. L'uomo che conosceva il suo stato di salute diveniva dunque colui al quale la morte di lei avrebbe fruttato una fortuna.

Egli giustificò più tardi questo congegno con un debito: la vedova gli doveva del denaro, ed egli intendeva garantirsi il rimborso. Ma le cifre mutavano. Il credito, considerevole in alcuni atti, si assottigliava sotto l'incalzare delle domande; anche ammettendo gli ultimi importi addotti, rimaneva impossibile comprendere per quale ragione la tutela di una somma modesta esigesse assicurazioni tanto smisurate e premi annuali persino superiori al capitale da proteggere. L'aritmetica, da sola, raccontava tutt'altra storia che la prudenza di un creditore.

Julie credeva di prendere parte a un affare vantaggioso. A sentire l'accusa, La Pommerais le aveva fatto balenare una rendita, contando di indurre le compagnie a transigere dinanzi alla notizia di un morbo gravissimo. Bisognava apparire minacciata senza esserlo realmente. La donna favoleggiò d'una caduta dalle scale, si lamentò di atroci dolori, scrisse lettere. Alcune furono conservate dal medico con una cura che si sarebbe rivelata sospetta: esse descrivevano in anticipo la fragilità di colei di cui egli assicurava la vita.

Le lettere non recavano i consueti segni del tragitto postale. Non erano le notizie che una donna in apprensione avrebbe inviato di propria iniziativa a un uomo lontano. L'inchiesta le qualificò come scritti dettati, serbati per servire a tempo debito. La devota fiducia di Julie aveva così fornito al beneficiario delle polizze la memoria scritta della propria futura infermità.

Nella notte tra il 16 e il 17 novembre, i sintomi furono reali. Avvertite, le figlie salirono al suo capezzale. Julie parlò di un'indigestione e le rimandò a riposare. La Pommerais giunse la mattina. Dopo la sua visita, ella continuò a considerare il malore passeggero ed esorse che le fanciulle andassero in collegio come al solito. Quella calma apparente aveva una causa tremenda: nell'ingranaggio che credeva di assecondare, i segni del male potevano ancora sembrarle proficui.

I soccorsi giunsero a spizzichi. Una vicina passava a sincerarsi delle sue condizioni. Un medico che ella aveva consultato in precedenza si stizzì nell'apprendere che la propria cura non era stata seguita e se ne andò senza procedere a una nuova visita. La Pommerais tornò, poi ripartì. Infine, quando il dottor Blachez fu chiamato d'urgenza, era ormai troppo tardi. Julie morì sul far della sera.

Il beneficiario delle assicurazioni si presentò di nuovo dopo il decesso. Rievocò la caduta. Una domestica della casa contestò tale versione: sapeva bene che l'infortunio annunciato non si era verificato secondo quel copione. La narrazione intessuta nelle lettere si scontra finalmente con una persona che rifiutava di entrarvi. I parenti manifestarono i propri sospetti; ebbe inizio l'indagine giudiziaria.

Il 30 novembre la salma fu riesumata. Ambroise Tardieu non riscontrò alcuna malattia pregressa né lesione atta a spiegare naturalmente una morte così subitanea. La constatazione era grave, eppure si trattava ancora soltanto di un'assenza: non ravvisare cause naturali non equivaleva affatto a stringere tra le dita la prova tangibile di un veleno. Assieme al chimico Zacharie Roussin, intraprese dunque ricerche minuziose sui visceri, sui reperti raccolti nella camera e sulle sostanze sequestrate presso l'abitazione del medico.

Dovettero essere esaminati quasi novecento preparati. Lo studio di La Pommerais presentava un campionario talmente vasto da scoraggiare qualunque certezza immediata. La presenza di sostanze micidiali da un professionista della medicina non dimostrava, di per sé, il loro impiego criminale. I periti dovevano saldare ciò che rinvenivano alla sintomatologia di Julie, distinguendo la liceità professionale da un disegno omicida.

Il loro lavoro imboccò una via che rese celebre il processo. Le analisi chimiche non consentivano di asseverare l'identità della sostanza ricercata con la limpidezza auspicata. Gli esperimenti fisiologici e la comparazione degli effetti indussero tuttavia Tardieu e Roussin a concludere per l'avvelenamento e a sostenere una forte presunzione a favore della digitalina. Mantenevano tuttavia una riserva sull'identificazione incontrovertibile. Tale sfumatura, facile a smarrirsi nel racconto di un trionfo scientifico, era parte integrante della loro perizia.

La difesa poté quindi trascinare il dibattimento nel cuore stesso della prova. Che cosa dimostrava con esattezza l'esperimento? Sino a che punto si poteva risalire dagli effetti osservati alla loro causa scatenante? E in che modo transitare dall'avvelenamento alla mano di chi lo avrebbe materialmente commesso? L'avvocato Lachaud non combatteva unicamente le cifre dei contratti e la condotta morale dell'imputato: egli contestava la saldezza del ponte mediante il quale la scienza pretendeva di congiungersi al capo d'accusa.

Un'altra morte incupiva ulteriormente la causa: quella di Madame Dubizy, suocera di La Pommerais, avvenuta nel 1861. La tardiva riesumazione non consentì di giungere a conclusioni paragonabili. Il sospetto non doveva acquisire, per mera contiguità con il delitto di Julie, una certezza di cui non disponeva. Il processo si concluse con la condanna a morte del medico per l'omicidio della vedova de Pauw; l'imputazione relativa alla suocera fu archiviata.

Il 17 maggio 1864 La Pommerais fu condannato alla pena capitale. Il ricorso per cassazione venne respinto ed egli fu giustiziato il 9 giugno. Le compagnie non sborsarono il patrimonio agognato. Le lettere, i premi e il credito oscillante rimasero i rottami d'un calcolo sventato.

Ma quel calcolo aveva avuto bisogno d'altro che di numeri. Era stato necessario che una donna prestasse ancora fede al medico quando era malata, all'antico amante quando faceva ritorno, al consigliere quando prometteva di sollevarla dalle strettezze. Il parquet aveva restituito delle tracce; le lettere avevano restituito una trama. L'ultimo giorno di Julie rivelava ciò che quegli oggetti inanimati non potevano mostrare da soli: il pericolo era penetrato in casa sua con colui che ella attendeva per essere rassicurata.

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La Relation médico-légale di Tardieu e Roussin (1864) e l'atto d'accusa riprodotto da L’Écho saumurois illuminano la natura dei contratti, l'ultima giornata di Julie de Pauw e l'indagine peritale. Gli esperti conclusero per l'avvelenamento pur serbando una riserva scientifica sull'identificazione puntuale della digitalina. La cronaca distingue questo decesso da quello di Madame Dubizy, la cui imputazione cadde in giudizio.

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