Domenica 19 febbraio 1854, nell’oscurità della strada tra Heddesheim e Viernheim, un viandante inciampò in un corpo riverso a terra. Il borgomastro di Heddesheim accorse a esaminare la salma, ma le ferite la rendevano irriconoscibile. Di ritorno verso il paese, bussò alla porta di una casa in cui ardeva ancora un lume: era l’abitazione di Valentin Schäfer, che non era rientrato. La moglie esclamò: «Ah, purché non sia mio marito!» Soltanto a notte inoltrata il cadavere fu identificato come quello dello Schäfer. I sospetti caddero ben presto su un ragazzo al quale le folle accorrevano a chiedere miracoli: Peter Träger, il profeta di Viernheim.
Träger non aveva ancora vent’anni. Da qualche tempo attirava a Viernheim centinaia di ascoltatori. Diceva di addormentarsi per poi risvegliarsi parlando di visioni, di angeli e di penitenza. Il parroco Baumann riferì al tribunale che il giovane annunciava la fine del mondo e descriveva un angelo che lo avrebbe sollevato in volo sopra il Reno. Il medico distrettuale Stubenrauch, dapprima incuriosito, notò in seguito che le preannunciate convulsioni mancavano di qualsiasi riscontro fisiologico convincente. Finì per considerarlo un abile impostore, dotato di fervida immaginazione e di un forte ascendente sulle masse.
Il processo offrì a Träger l’occasione di chiarire egli stesso la propria condotta. Dichiarò di aver sofferto, all’età di quattordici anni, di una febbre accompagnata da sogni religiosi, ma ammise di aver poi simulato il sonno per non allontanare i visitatori e le elemosine che essi lasciavano. Alla giustizia non premeva dunque verificare la veridicità delle visioni; il quesito giudiziario verteva sulla sua partecipazione all’assassinio di Valentin Schäfer. La fede dei credenti, il denaro estorto e il crimine componevano la medesima scenografia, senza tuttavia costituire una sola e medesima prova.
Schäfer era un agiato possidente di Heddesheim, sposato con Élisabetha. La raccolta del Pitaval descrive la loro unione come infelice e attribuisce alla giovane donna una totale signoria sul marito; un ritratto, questo, che appartiene alla penna del cronista dell’epoca. Le deposizioni e le dichiarazioni dello stesso Träger accertarono che il ragazzo frequentava la casa, che la sposa gli elargiva doni e che la loro relazione clandestina era iniziata ben prima della morte dello Schäfer.
La donna si mostrava devota alle profezie di Träger e assisteva alle orazioni celebrate nella camera di lui. Alcuni testimoni dichiararono di averla vista pregare da sola in una cappelletta; altri raccontarono che danzava con lui e andava sovente a fargli visita. Nella propria confessione, Träger ammise l’intimità carnale e affermò che Élisabetha gli aveva promesso un avvenire insieme non appena il marito fosse tolto di mezzo. Il patrimonio dello Schäfer sarebbe dovuto andare alla vedova, la quale lo stimava in circa ventimila fiorini, sebbene altre perizie depositate agli atti indicassero cifre di gran lunga inferiori.
Secondo quanto confessò Träger, il piano si era aperto dapprima con preghiere affinché Iddio chiamasse a sé lo Schäfer. Non avendo le orazioni sortito effetto, Élisabetha e la zia Schrönelsäcker avrebbero contemplato altre vie. Träger riferì che si parlò di un’impiccagione, di una caduta dal fienile e infine del veleno. Egli acquistò del tossico per topi dallo speziale Pirsch. Una pozione mescolata alle vivande avrebbe causato malori allo Schäfer senza ucciderlo; un testimone confermò che il caffè o la minestra gli erano parsi oltremodo amari. Tali episodi scaturivano dalle ammissioni e dall’istruttoria riassunta dal compilatore, non già da una perizia necroscopica che attestasse l’avvelenamento.
La domenica del delitto, terminata una riunione di preghiera in casa di Träger, le due donne si appartarono con lui per concordare l’esecuzione dell’agguato. La sera, stando alla testimonianza del giovane, la moglie chiese al marito di recarsi a Viernheim per acquistare certe gocce dallo speziale. Schäfer acconsentì a incamminarsi insieme a Träger. Prima che uscissero, la donna gli tolse il mantello nuovo per fargliene indossare uno liso; Träger precisò che ella gli aveva fatto intendere che il capo nuovo sarebbe spettato a lui. Gli consegnò inoltre un coltello e una piccola scure, raccomandandogli di compiere il misfatto sul territorio del Baden, dove le spese di sepoltura sarebbero state meno onerose.
I due uomini lasciarono Heddesheim diretti a Viernheim. Träger raccontò di aver camminato a fianco dello Schäfer col cuore in tumulto, esitando a più riprese prima di impugnare la scure. In prossimità del confine tra i due Stati, lo colpì da tergo alla testa. Lo Schäfer stramazzò; Träger infierì con altri fendenti, poi fuggì attraverso i campi innevati verso Viernheim. Il cadavere fu rinvenuto sulla strada, entro i confini badoisi. La ricognizione cadaverica riscontrò molteplici e profonde ferite al capo: nessun accidente né caduta fortuita poteva spiegarne la morte.
Sul luogo del delitto gli inquirenti rinvennero un arnese insanguinato; un coltello fu poi scoperto sotto un coppo nella dimora dell’indiziato. Le chiacchiere del paese si erano già appuntate sulla condotta della moglie e del giovane profeta. Élisabetha fu tratta in arresto già il giorno seguente, ma Träger risiedeva in territorio assiano. Circa una settimana dopo l’omicidio, emissari giunti dal Baden lo sorpresero in una locanda, lo trascinarono fuori e lo caricarono a viva forza su una vettura. Il cronista dell’epoca descrive l’operazione come un vero e proprio rapimento transfrontaliero; le autorità dell’Assia protestarono formalmente reclamando il proprio suddito.
Rinchiuso a Heidelberg, Träger contrasse il tifo. Nella notte del 14 maggio, durante un violento temporale, svegliò il carceriere e confessò l’omicidio. Il giorno seguente reiterò le ammissioni dinanzi al magistrato. Più tardi ritrattò, sostenendo di essersi autoaccusato nel Baden nella speranza di essere estradato in Assia e riacquistare colà la libertà. Di lì a poco revocò anche la ritrattazione. Le carte riferiscono altresì che egli si diceva ora pentito, ora indispettito per aver confessato. Tale volubilità impose ai giudici di soppesare le ammissioni congiuntamente agli altri elementi probatori, senza isolarle dal contesto.
La giustizia del Baden condusse una lunga istruttoria. Träger non fu processato a Mannheim per il delitto: il dibattimento ivi celebrato riguardò unicamente Élisabetha Schäfer e sua zia. All’esito del processo di Mannheim, la giuria le riconobbe colpevoli di concorso nell’omicidio; Élisabetha fu condannata al carcere a vita e la Schrönelsäcker a dodici anni di lavori forzati. Träger fu quindi consegnato alle autorità dell’Assia-Darmstadt, che lo rinviarono a giudizio dinanzi alla propria corte d’assise.
A Darmstadt il dibattimento si tenne il 19 e 20 ottobre 1855. Furono ascoltati trentatré testimoni; la cronaca precisa che quasi trecento persone erano state interrogate nel corso della fase istruttoria. Il pubblico ministero contestò sia il tentato avvelenamento sia l’omicidio consumato. Träger non negò di aver colpito lo Schäfer. Spiegò di aver a lungo resistito alle pressioni di Élisabetha, per poi soccombere al miraggio dell’eredità e del matrimonio. Nella deposizione letta in aula, dichiarò che la vittima, caduta al primo colpo, lo aveva supplicato di risparmiargli la vita; Träger confessò di aver infierito nuovamente per impedirgli di denunciarlo.
La giuria lo riconobbe colpevole di entrambi i capi d’imputazione. L’accusa chiese diciotto anni di lavori forzati, sollecitando la detrazione di un anno per la custodia cautelare sofferta senza colpa dal 26 febbraio 1854 al 20 ottobre 1855. La corte lo condannò a diciassette anni di lavori forzati, con lo scomputo di un anno, concedendo le attenuanti della giovane età, dell’influenza esercitata da Élisabetha e della confessione resa. Il processo non mandò assolti né il predicatore né le sue complici, né trasformò le visioni nella causa del delitto. A Viernheim il giovane aveva trovato nel fanatismo un uditorio e un sostentamento; a Heddesheim la promessa di ricchezze e di una nuova vita lo aveva indotto a impugnare una scure. La corte giudicò i fatti materiali, il concerto criminoso e la confessione, lasciandosi alle spalle una frontiera che le indagini avevano violato prima che l’imputato fosse restituito ai propri giudici naturali.
